Non sarà l’uguaglianza a renderci unici.

di Francesco Toesca

La questione della teoria del genere (con buona pace di chi nega la sua esistenza e contemporaneamente ne perora la giustezza inserendola in programmi educativi, come ben evidenziato da questo articolo e come mai prima d’ora accaduto, adottando pratiche educative tout court senza prima accettare un dibattito critico ampio ed esaustivo) aumenta di giorno in giorno la sua importanza. Lontano dall’essere una pura questione astratta sta ormai invadendo – ponendosi come inattaccabile – il discorso pubblico, intellettuale e mediatico della nostra società. Basterebbe questa massiccia invasione in ogni tema sociale e la conseguente applicazione nella pratica formativa e pedagogica a sancirla come reale. Tanto basta difatti, almeno a me, per discuterne.
Temo, purtroppo, che siamo solo all’inizio della consapevolezza di quanto questa ideologia (che, sia chiaro, critico in toto) abbia a che fare con una infinità di dimensioni esistenziali e di quanto prepotentemente si proponga di influenzare la nostra esistenza. Impossibile pretendere dunque che tutte le voci critiche corrispondano, vista l’ampiezza del tema, come impossibile pare anche il poter tenere il dibattito al riparo da possibili utilizzi a loro volta strumentali.
Nel proporre questo articolo, difatti, concordo con l’assunto generale che si tenda a cancellare la dignità dei generi, volendoli nascostamente annullare con la scusa di volerli rendere liquidi; ciò, a nostro parere, non ha a che vedere con gli stereotipi quanto piuttosto neutralizzare la forza dell’essere identificabili ed identificarsi in sé stessi, di riconoscersi tra simili. Gli stereotipi sono solo uno specchietto per allodole, giacché si può benissimo convivere in consonanza senza negare le differenze. Tale annichilimento dei generi è funzionale al potere, quanto la forza della dicotomia maschio femmina è una minaccia al controllo della persona. È difatti in discussione oggi SE sia giusto essere maschi e femmine. Sotto questa luce, ciò che non condivido dell’articolo è che ancora una volta si tenti una lettura oppressi/oppressori tra i generi e si tiri in ballo il supposto maschilismo patriarcale della nostra società, a mio avviso tutto da discutere, ed usato come carta vincente di consolidato sapore retorico.
Se l’identità femminile viene svilita, non è certo dall’uomo ma da una ideologia che annulla anche quella maschile. Che senso ha combattere tra di noi se siamo minacciati entrambi all’estinzione in quanto identitari?
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“Il gioco della spada a molti non aggrada”

Considerazioni sul concetto di rispetto

Di Giuseppe Petrozzi

 

La cronaca recente ha riportato il caso di una scuola per l’ infanzia di Trieste, dove è stato tentato di introdurre un programma educativo, che avrebbe lo scopo di alterare la percezione che i bimbi si vanno costruendo della differenza sessuale, al fine di prevenire la presunta tendenza aggressiva dei maschi verso le femmine e così, in attuazione della Convenzione di Istanbul, addivenire ad una riduzione o, sperabilmente, all’annullamento del cosiddetto femminicidio. Non entrerò nel merito di questa nuova fattispecie criminale: c’è già abbastanza letteratura che la pone ad ente metafisico o ne svela la funzionalità come forma di surrettizio finanziamento pubblico ai partiti. Mi soffermerò invece su un aspetto vitale.
Il programma educativo di cui sopra ha nome “gioco del rispetto”. Dove per rispetto si arguisce che le autrici intendono una forma di reverenza, sottomissione, ablazione di una parte di sé che i maschi dovrebbero compiere al cospetto delle femmine. Il ragionamento, tradotto dallo psicopedagogese è questo: se un bambino dai tre ai sei anni lo faccio vestire di rosa, gli sostituisco i moduli Lego e le pistole con la Barbie e contemporaneamente una bambina la vesto di azzurro, le sostituisco le bambole con una chiave a stella, poi quando saranno grandi il maschio si prenderà cura dei bambini, pulirà casa e, avendo acquisito le doti di accoglienza ed empatia, non ammazzerà la moglie (quando questa gli comunicherà che lo lascia e lo butta fuori di casa, tenendosi i figli e gli assegni); mentre la femmina, avendo acquisito nell’infanzia dimestichezza con la meccanica, potrà fare la ingegnera su una piattaforma petrolifera nel mare del nord, senza lo scrupolo dell’allattamento, ed inoltre saprà usare la chiave a stella anche in altro modo.
Il programma prende dunque le mosse dal presupposto assiomatico che la violenza è maschile. Non che la violenza sia connaturata, per carità, altrimenti il programma si invaliderebbe da sé in partenza. Essendo la propensione alla violenza acquisita dai bimbi maschi fin dalla più tenera età, essa va abolita insegnando il rispetto. Ed eccoci al punto. Che cos’è il rispetto?

I linguisti avranno senz’altro le loro buone ragioni a riportare l’etimo di rispetto a respicěre e indicarne il senso primitivo in re – specěre , guardare indietro, volgersi, guardare intorno. Tuttavia quel guardare indietro – come l’Angelus Novus di Klee – mentre si ha qualcuno davanti suscita qualche perplessità, a meno di non dare a quel guardare uno spazio più ampio: guardare e guardarsi intorno.

Rispetto è lo spazio fisico di sicurezza. Distanza di rispetto è quella prescritta nel codice della strada. Area di rispetto è quella recintata ed invalicabile ai non addetti ai lavori, che protegge le fonti di acqua pubbliche, gli impianti idroelettrici, le centrali nucleari, gli aeroporti, le postazioni militari, i centri di telecomunicazioni. Tutte aree interdette a salvaguardia della comunità.

Analogamente i limiti nei campi agricoli, che segnano l’attribuzione proprietaria, sono lì ad impedire lo sconfinamento, per carità anche involontario, a tutela di entrambe le parti confinanti. Alle sanguinose faide l’umanità ha preferito l’istituzione di quei segnali di rispetto, cioè il nomos, la sostanza della giuridicità, atto costitutivo di ordinamento e localizzazione che struttura l’esistenza storica e la convivenza umana nei tre momenti NehmenTeilenWeiden (C. Schmitt).

Guai a confondere ciò che è distinto ed è fondamento della possibilità stessa di riproduzione della vita, guai a voler confondere quei confini.
Rispetto è anche la distanza di tre metri, quando è possibile, che due persone, che non si riconoscano preventivamente come amiche, sono tenute ad osservare quando vengono a confronto. Perché tre metri? Perché tradizionalmente è la distanza minima che permette ad un convenuto di estrarre a sua volta la spada qualora l’altro inavvertitamente sguaini la sua ed inizi l’attacco. Ciò fra gentiluomini che mai attaccherebbero alle spalle, nel qual caso non c’è distanza di rispetto che valga. Oggi i gentiluomini non vanno più con lo spadino alla cintura e nemmeno portano più il bastone da passeggio che ne era il sostituto simbolico. Per cui taluni possono essere portati a travisarne il senso.

Rispetto è quello per cui il subordinato, in un rapporto gerarchico, dà del “Lei” (o in taluni casi del “Voi”) al superiore, mentre questi dal del “tu” al subordinato. Questo è un caso di rispetto asimmetrico e voglio supporre che non sia questo lo scopo del “gioco del rispetto”.

Rispetto simmetrico è invece quello per cui ci si dà del “Lei” per preservare lo spazio reciproco della propria e altrui intimità, spazio linguistico e comportamentale che evita l’affettuosità molesta e lo scadere, in caso di disaccordo, nelle volgari ingiurie ed ha la stessa funzione dei tre metri di distanza fra gli antichi portatori di spada.
Dunque il rispetto sta nel guardarsi davanti, entrambi, e quella distanza assicura entrambi, perché non c’è un aggressore a priori. Il rispetto è allora una misura a favore di entrambi. Il rispetto è reciproco e non può non esserlo.

 

 

La Nostra Campagna e il Gioco del Rispetto

“Bisogna insegnare ai bambini a pensare, non a cosa pensare”
Margaret Mead – antropologa statunitense

IL GIOCO DEI BAMBINI E IL RISPETTO DEGLI ADULTI

di Silvia Alicandro

La mia lunga esperienza, ormai quasi trentennale, nel campo dell’educazione e della tutela dei bambini e delle famiglie mi induce ad esprimere una riflessione in merito al dibattito, anche a livello internazionale, che si è aperto intorno all’inserimento, nelle scuole della prima infanzia di Trieste, del “Gioco del rispetto” che ha l’obiettivo, come si legge nelle linee guida, di “anticipare l’insegnamento al rispetto di genere tramite il superamento degli stereotipi e di favorire una cultura e un’educazione alle pari ed eque opportunità tra bambini e bambine, di contrastare forme di conflittualità e violenza”.

Alcuni dei giochi proposti fanno parte di quello che si considera il gioco simbolico, importantissimo nella prima infanzia per sviluppare nel bambino meglio le sue abilità cognitive, socio-affettive e relazionali.
Poiché verso i 18-24 mesi del bambino, comincia a manifestarsi il pensiero egocentrico, nello stadio pre-operatorio (J. Piaget), sia nell’asilo nido che nella scuola dell’infanzia (dove i bambini di quattro anni cominciano a sperimentare il pensiero simbolico), vengono predisposti, dagli educatori, angoli e giochi che favoriscono questa fase dello sviluppo e le successive, quindi, troviamo l’angolo della “casetta” e quello dei “travestimenti” con materiali vari (cappelli, borse, foulard, cravatte, scarpe, spade, bacchette magiche, pentole, piatti etc.).
Questo materiale consente ai bambini e alle bambine di esprimersi in giochi di finzione, d’identificazione e di immaginazione, rappresentando, ad esempio, azioni di cui sono stati testimoni e di imitare ciò che accade nella realtà o nella loro immaginazione. In genere l’educatore ha un ruolo di supporto, ma non di protagonista e quindi interviene solo se il bambino richiede il suo coinvolgimento. L’osservazione di questi giochi, invece, è molto interessante per l’educatore perché gli permette di capire meglio il mondo in cui vive il bambino e come vi si relaziona.
Ora, durante lunghi anni di lavoro in queste strutture, non ho mai sentito e rilevato stereotipi tra i bambini; non ho mai sentito dire ad una bambina “Tu Marco non puoi entrare nella casetta perché sei maschio”, nè ad un bambino “Tu Francesca non puoi metterti l’elmo da cavaliere perché sei femmina” o ancora “Tu che sei femmina non puoi fare il dottore o tu che sei maschio non puoi fare il cuoco..”
Di questi esempi naturalmente potrei farne all’infinito; quindi mi chiedo: Come mai si deve inserire un progetto di questo tipo per eliminare stereotipi nei bambini che, sempre secondo il progetto in questione “…è ovvio che quando i/le bambini/e avranno bisogno di sintetizzare e semplificare utilizzeranno stereotipi…come gli adulti”?
Perché “…bisogna spezzare l’idea che la casa sia per le bambine e il castello per i bambini..”, se nessuna educatrice o educatore con cui ho lavorato ha mai fatto questo tipo di distinzione, ma ha semplicemente assecondato gli interessi dei bambini e delle bambine offrendo loro giochi di vario tipo?
Gli adulti che lavorano in queste strutture educative, come nella scuola o i genitori in famiglia, non rispetterebbero gli interessi dei bambini se gli impedissero di esprimersi pienamente e di sviluppare i loro talenti, nè se impedissero alle bambine di saltare e arrampicarsi e ai bambini di preparare il pranzo nella “casetta”.
Il rispetto non è un gioco, è una cosa seria: o c’è o non c’è.
Piuttosto credo che il problema degli stereotipi appartenga agli adulti basta pensare alla pubblicità.
Molti adulti non insegnano il rispetto ai bambini perché sono i primi a non rispettarli quando, ad esempio, alzano la voce o le mani per sopraffarli; quando se li contendono con il genitore da cui si sono separati privandoli di un padre o di una madre ancora vivi; quando li abusano o li usano come merce di scambio; quando non si prendono cura dell’ambiente in cui vivono o quando non supportano le famiglie in cui dovrebbero crescere i bambini. E l’elenco, come al solito, è lungo.
Mi chiedo se queste considerazioni siano state sufficientemente espresse da educatori e coordinatori pedagogici quando è stato loro presentato il progetto di cui si parla tanto sia a livello nazionale che internazionale.
Non mi è chiara l’affermazione delle autrici “…non abbiamo pretese di entrare nello specifico della programmazione gestita in autonomia…” visto che si danno precise indicazioni di giochi e di interventi educativi che dovrebbero fare gli insegnanti. In questo caso considererei più opportuno lavorare con gli adulti per capire se nelle loro relazioni familiari o nella vita lavorativa e sociale, esprimono degli stereotipi e precludono ai loro figli delle strade che ritengono adeguate solo a “maschi” o a “femmine” secondo le loro convinzioni e pregiudizi, senza rispettare i loro naturali interessi e i loro talenti.

Noi ci aspettiamo un dibattito pubblico su questo progetto e un confronto nelle sedi dedicate nel massimo rispetto delle singole professionalità.

I bambini non chiedono altro che di essere tutelati e amati da adulti attenti e responsabili e di essere rispettati nel loro naturale modo di essere.