Quando parliamo di femminicidio di cosa parliamo? – Intervista a Daniela Bandelli su Tempi.it

Da qualche anno in Italia il dibattito sui diritti femminili, la parità tra i sessi e la violenza sulle donne è prigioniero di una logica di contrapposizione tra i sessi, tesa al superamento di una società maschilista attraverso un intervento culturale sugli stereotipi di genere e una maggiore partecipazione delle donne in politica. Tutto ha inizio con l’affermazione di un neologismo, “femminicidio”, «il termine irrompe nei media italiani nel 2012, portando con sé una nuova narrazione emergenziale di uomini che uccidono le proprie compagne ed ex in quanto donne, anche se originariamente questo termine, nella teoria femminista, era stato coniato per definire fenomeni diversi».

Daniela Bandelli, un dottorato di ricerca conseguito alla University of Queensland, docente a contratto alla Lumsa, è autrice di Feminicide, Gender & Violence (ed. Palgrave Macmillan), un libro fresco di stampa che analizza come la lettura di genere della violenza, diffusasi in Italia da uno strano intreccio tra discorso femminista sul femminicidio e quello progressista della competizione elettorale, «potrebbe mantenere nell’ombra la complessità delle diverse forme di abuso domestico, nonché la ricerca di una comprensione più completa delle relazioni violente tra uomini e donne e la messa a punto di politiche di intervento che tengano conto di fattori non direttamente legati al potere patriarcale».

Quando si inizia a parlare di femminicidio, con quale accezione e perché?
Per capire questo termine bisogna partire dal 1976 quando la studiosa femminista Diana Russell al Tribunale internazionale sui crimini contro le donne utilizzò il termine “femicide” per definire gli omicidi di donne in quanto donne avvenuti nel corso della storia: dai roghi delle streghe, all’infanticidio selettivo, al delitto d’onore. L’iniziale traduzione in italiano è stata “femmicidio” e “femicidio”, termini che però non hanno mai attecchito fuori dai movimenti femministi. La diffusione è invece avvenuta con il più recente “femminicidio”, che sebbene semanticamente legato al termine di Russell, è stato inizialmente proposto al pubblico come la traduzione del termine spagnolo “feminicidio”. Quest’ultimo fu coniato negli anni Novanta dal movimento femminile a Ciudad Juarez in Messico per richiamare l’attenzione sul rapimenti, stupri e uccisioni sistematici di donne in un contesto di totale mancanza di tutela, narcotraffico, e migrazione interna di lavoratrici. Questi tragici eventi sono stati raccontati al grande pubblico dal film patrocinato da Amnesty International Bordertowncon Jennifer Lopez e Antonio Banderas, uscito nelle sale italiane nel 2007. Nel 2008 l’avvocato Barbara Spinelli pubblica un saggio dal titolo Femminicidio. Dalla denuncia sociale al riconoscimento giuridico internazionale. Nel 2011 Giuristi Democratici, insieme a una coalizione di organizzazioni tra cui ActionAid e la Casa Internazionale delle Donne, propongono il termine in un rapporto ombra sullo stato di implementazione della Cedaw (la Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna, ndr). Nel 2012 “Se non ora quando” nella campagna “Mai più complici” esortano gli uomini di prendere posizione contro il “femminicidio”. Allo stesso tempo, un’altra coalizione, guidata dall’Unione Donne Italiane (UDI), lancia la campagna “No More” per chiedere al governo di ratificare la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica. Nel 2012 il neologismo si afferma attraverso un’ondata mediatica, in cui le mobilitazioni femministe si intreccia no alla campagna elettorale per le elezioni del febbraio 2013. La crociata contro la violenza sulle donne diventa così un palcoscenico su cui vari soggetti politici acquisiscono visibilità. Si moltiplicano i libri, gli articoli, le trasmissioni televisive e radiofoniche sul tema della violenza maschile, che secondo la narrazione dominante va combattuta a colpi di cambiamento culturale e linguistico.

feminicide-bandelliQuali conseguenze porta la narrazione del femminicidio, l’omicidio di una donna in quanto donna?
Innanzitutto il termine non ha un significato chiaro e condiviso: non vuol dire semplicemente omicidio di donna, non necessariamente implica che a commetterlo sia un uomo, non si riferisce solo a omicidi tra partner; oltretutto, in una delle sue accezioni originali in Sudamerica, il termine si riferiva a tutte le violenze contro le donne, non solo all’omicidio. Va da sé che un quadro semantico così instabile crea confusione su un fenomeno complesso, quello della violenza, che invece ha bisogno di una comprensione puntuale, sia dagli addetti ai lavori sia dall’opinione pubblica. Inoltre, il termine trascina con sé una particolare lettura della violenza sulla donna, quella di genere: nel momento in cui pronunciamo il termine “femminicidio” implicitamente attribuiamo a quell’omicidio delle cause legate al patriarcato e all’uguaglianza di genere. Questa lettura di genere spiega la violenza sulle donne attraverso la lente del potere, spiega l’omicidio delle donne da parte degli uomini con la posizione sociale che l’uomo e la donna hanno in una determinata cultura. Diversi intellettuali all’estero e in Italia concordano nel trovare questa spiegazione parziale, nel senso che da sola non può spiegare tutti gli atti violenti sulle donne, tutti gli omicidi di donne. In pratica, la cultura sessista è una causa, ma non l’unica causa della violenza maschile sulle donne. Oltretutto gli studi sui paesi del Nord Europa hanno dimostrato che una maggiore parità di genere non si traduce in un abbassamento dei tassi di violenza sulle donne. Questo suggerisce che sono anche altri i fattori e le letture da tenere in considerazione per capire e quindi affrontare il fenomeno con politiche pubbliche efficaci.

In base alle sue ricerche, ha senso parlare di violenza di genere? Ci sono altre categorie che andrebbero considerate quando si parla di violenza?
I dati mostrano che le donne vengono uccise principalmente da uomini, gli uomini da altri uomini. Il contesto sociale più comune in cui le donne sono uccise è quello domestico. La violenza sulla donna quindi ha sicuramente delle specificità, ma queste non possono essere sempre e unicamente spiegate dalla categoria violenza di genere. Questa categoria è utilizzata, anche nei documenti internazionali, come sinonimo di violenza sulla donna e sotto al cappello della “gender-based violence” vengono messi gli atti i più disparati: dall’omicidio, al linguaggio e le immagini cosiddette sessiste. Organizzazioni come l’Unesco precisano che per violenza di genere si intende anche la violenza contro le persone omosessuali lesbiche, bisessuali e transgender. Salta all’occhio che gli esclusi dalla categoria di vittime di questa cosiddetta violenza basata sul genere sono i maschi eterosessuali, esclusione che in qualche modo risulta coerente con l’impianto teorico del potere patriarcale: non si può essere vittima della violenza di genere se al contempo si fa parte della categoria del dominatore. Queste vittime vengono accolte in una diversa categoria: quella di Violenza Domestica o Violenza tra Partner (Intimate Partner Violence) dentro alla quale c’è spazio per analisi che prendano in considerazione fattori non solo legati alle relazioni di potere, al genere, ma anche fattori sociali, psicologici, dinamiche relazionali, la storia dei soggetti coinvolti, e così via. Tra l’altro è la stessa Convenzione di Istanbul a distinguere la violenza di genere da quella domestica, chiarendo che vittime di violenza domestica possono essere donne, uomini e bambini (in forma diretta o assistendo alla violenza tra gli adulti).

Come viene affrontato l’argomento dalle istituzioni?
L’approccio dominante delle politiche adotta la categoria del genere. Pensiamo alla legge n. 119 del 15 ottobre 2013, ideata in risposta al clima emergenziale del femminicidio: la legge, che per l’appunto si intitola “disposizioni urgenti per il contrasto della violenza di genere” prevede un “piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere”. Nella stessa logica, l’Intesa tra il Governo e le Regioni, le Province autonome di Trento e di Bolzano e le autonomie locali del 27 novembre 2014 relativa ai requisiti minimi dei Centri antiviolenza e delle Case rifugio, definisce “i Centri antiviolenza” come «strutture in cui sono accolte – a titolo gratuito – le donne di tutte le età ed i loro figli minorenni» e stabilisce che tali centri debbano «avvalersi esclusivamente di personale femminile adeguatamente formato sul tema della violenza di genere». Da ultima, è stata istituita a gennaio un’apposita Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio, nonché su ogni forma di violenza di genere.

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Il Professor Marino Maglietta a Radio Radicale

Una panoramica sul diritto di famiglia degli ultimi 10 anni e un appello affinché il Parlamento realizzi l’affidamento condiviso bis, completando l’opera già iniziata in Senato

Trasmissione divorziobreve.it di Sabatinelli e Gerardi, ore 22.00 del 01.03.2016 su RadioRadicale

Porgiamo a chi vorrà ascoltare il programma le scuse di Marino Maglietta per avere citato a sproposito le possibilità di intervento delle Regioni, che sono relative ai soli referendum e non anche alle iniziative di leggi. L’idea, comunque, resta politicamente valida, anche se operante per altre vie.

Il giurista Maglietta: «Che confusione tra affetti e diritti»

Da “Avvenire” del 27 febbraio 2016


Congelata la stepchild, lasciato intatto il “similmatrimonio”, la nuova stesura del ddl Cirinnà ha poi di fatto ignorato le incongruenze della seconda parte dell’articolato, che nella prima versione era definita ‘delle convivenze di fatto’. Eppure quegli svarioni non appaiono meno degni di attenzione, come fa notare Marino Maglietta, docente di diritto della famiglia, ‘padre’ dell’affido condiviso.

Quali ritiene possano essere le principali criticità?
Già lascia perplessi l’idea di disciplinare ciò che segue alla rottura di un legame che, per definizione, dovrebbe essere ‘stabile’. Si poteva ancorare la definizione di stabilità a qualcosa di oggettivo, come una durata minima e/o la presenza di figli. Non solo: per ‘l’accertamento della stabile convivenza’, necessariamente connotata da un legame affettivo, fa testo la residenza anagrafica. Ovvero, anche se nel tempo il legame affettivo si è trasformato in altro – due studenti che si limitavano a dividere l’appartamento, poi si sono messi insieme e quindi separati, prima in casa e poi del tutto – dal dato amministrativo scaturirà automaticamente un impegno personale dei due. Continua a leggere

Alla ricerca del kit perduto (ma ritrovato)

Di Valentina Morana

Cari lettori e cittadini, molti genitori mi hanno chiesto aiuto in merito al Gioco del rispetto. Una coppia di genitori mi ha contattato perchè in difficoltà di fronte al figlio, che frequenta una scuola dell’infanzia a Trieste, dove viene applicato il kit. Il bambino a casa ha detto al papà: “Meno male che il letto è grande così ci possono stare due papà”. Uno non è una regola, ma è l’inizio di un problema e comunque, questo è un chiaro indizio che i bambini, in relazione all’età che hanno, decodificano le informazioni in modo diverso dagli adulti. A casa del bambino ci sono un papà e una mamma, non c’è posto per un secondo papà, nè ci sarà. Il bambino si trova quindi tra ciò che gli insegnano i genitori, e ciò che viene appreso (si fa per dire) a scuola. Questo genera caos in un bambino in formazione, che deve decodificare ciò che non conosce.

C’è anche il problema delle educatrici e dei coordinatori che non condividono affatto questo progetto, ma che non possono dirlo pubblicamente, perchè facenti parte di un’amministrazione comunale che invece lo “propone/impone”. Bisogna tenerne conto, perchè la loro è la posizione più scomoda di tutte: si trovano in mezzo a due fronti, devono giustamente rispettare le regole del comune e solo all’interno dell’amministrazione protestano e pongono dubbi. Ma la gente non lo sa. Chiedo dunque ai genitori dei bambini di Trieste, di tenerne conto.

Nota. nel video qui sotto, non sono state registrate le ultime due frasi. Le scrivo qui: 

” LA DOMANDA CHE MI PONGO E’: COSA INTENDONO PER PROTEZIONE DEI “MINORI”?     ALLA PROSSIMA!”

La Nostra Campagna e il Gioco del Rispetto

“Bisogna insegnare ai bambini a pensare, non a cosa pensare”
Margaret Mead – antropologa statunitense

IL GIOCO DEI BAMBINI E IL RISPETTO DEGLI ADULTI

di Silvia Alicandro

La mia lunga esperienza, ormai quasi trentennale, nel campo dell’educazione e della tutela dei bambini e delle famiglie mi induce ad esprimere una riflessione in merito al dibattito, anche a livello internazionale, che si è aperto intorno all’inserimento, nelle scuole della prima infanzia di Trieste, del “Gioco del rispetto” che ha l’obiettivo, come si legge nelle linee guida, di “anticipare l’insegnamento al rispetto di genere tramite il superamento degli stereotipi e di favorire una cultura e un’educazione alle pari ed eque opportunità tra bambini e bambine, di contrastare forme di conflittualità e violenza”.

Alcuni dei giochi proposti fanno parte di quello che si considera il gioco simbolico, importantissimo nella prima infanzia per sviluppare nel bambino meglio le sue abilità cognitive, socio-affettive e relazionali.
Poiché verso i 18-24 mesi del bambino, comincia a manifestarsi il pensiero egocentrico, nello stadio pre-operatorio (J. Piaget), sia nell’asilo nido che nella scuola dell’infanzia (dove i bambini di quattro anni cominciano a sperimentare il pensiero simbolico), vengono predisposti, dagli educatori, angoli e giochi che favoriscono questa fase dello sviluppo e le successive, quindi, troviamo l’angolo della “casetta” e quello dei “travestimenti” con materiali vari (cappelli, borse, foulard, cravatte, scarpe, spade, bacchette magiche, pentole, piatti etc.).
Questo materiale consente ai bambini e alle bambine di esprimersi in giochi di finzione, d’identificazione e di immaginazione, rappresentando, ad esempio, azioni di cui sono stati testimoni e di imitare ciò che accade nella realtà o nella loro immaginazione. In genere l’educatore ha un ruolo di supporto, ma non di protagonista e quindi interviene solo se il bambino richiede il suo coinvolgimento. L’osservazione di questi giochi, invece, è molto interessante per l’educatore perché gli permette di capire meglio il mondo in cui vive il bambino e come vi si relaziona.
Ora, durante lunghi anni di lavoro in queste strutture, non ho mai sentito e rilevato stereotipi tra i bambini; non ho mai sentito dire ad una bambina “Tu Marco non puoi entrare nella casetta perché sei maschio”, nè ad un bambino “Tu Francesca non puoi metterti l’elmo da cavaliere perché sei femmina” o ancora “Tu che sei femmina non puoi fare il dottore o tu che sei maschio non puoi fare il cuoco..”
Di questi esempi naturalmente potrei farne all’infinito; quindi mi chiedo: Come mai si deve inserire un progetto di questo tipo per eliminare stereotipi nei bambini che, sempre secondo il progetto in questione “…è ovvio che quando i/le bambini/e avranno bisogno di sintetizzare e semplificare utilizzeranno stereotipi…come gli adulti”?
Perché “…bisogna spezzare l’idea che la casa sia per le bambine e il castello per i bambini..”, se nessuna educatrice o educatore con cui ho lavorato ha mai fatto questo tipo di distinzione, ma ha semplicemente assecondato gli interessi dei bambini e delle bambine offrendo loro giochi di vario tipo?
Gli adulti che lavorano in queste strutture educative, come nella scuola o i genitori in famiglia, non rispetterebbero gli interessi dei bambini se gli impedissero di esprimersi pienamente e di sviluppare i loro talenti, nè se impedissero alle bambine di saltare e arrampicarsi e ai bambini di preparare il pranzo nella “casetta”.
Il rispetto non è un gioco, è una cosa seria: o c’è o non c’è.
Piuttosto credo che il problema degli stereotipi appartenga agli adulti basta pensare alla pubblicità.
Molti adulti non insegnano il rispetto ai bambini perché sono i primi a non rispettarli quando, ad esempio, alzano la voce o le mani per sopraffarli; quando se li contendono con il genitore da cui si sono separati privandoli di un padre o di una madre ancora vivi; quando li abusano o li usano come merce di scambio; quando non si prendono cura dell’ambiente in cui vivono o quando non supportano le famiglie in cui dovrebbero crescere i bambini. E l’elenco, come al solito, è lungo.
Mi chiedo se queste considerazioni siano state sufficientemente espresse da educatori e coordinatori pedagogici quando è stato loro presentato il progetto di cui si parla tanto sia a livello nazionale che internazionale.
Non mi è chiara l’affermazione delle autrici “…non abbiamo pretese di entrare nello specifico della programmazione gestita in autonomia…” visto che si danno precise indicazioni di giochi e di interventi educativi che dovrebbero fare gli insegnanti. In questo caso considererei più opportuno lavorare con gli adulti per capire se nelle loro relazioni familiari o nella vita lavorativa e sociale, esprimono degli stereotipi e precludono ai loro figli delle strade che ritengono adeguate solo a “maschi” o a “femmine” secondo le loro convinzioni e pregiudizi, senza rispettare i loro naturali interessi e i loro talenti.

Noi ci aspettiamo un dibattito pubblico su questo progetto e un confronto nelle sedi dedicate nel massimo rispetto delle singole professionalità.

I bambini non chiedono altro che di essere tutelati e amati da adulti attenti e responsabili e di essere rispettati nel loro naturale modo di essere.

La Nostra Campagna e i centri antiviolenza

Di Valentina Morana

Dopo aver descritto in modo sintetico le nostre intenzioni rispetto alla banca dati dei pedofili e al pool anticrimine, alle case famiglia del sistema, alle false accuse e alla Pas, oggi affrontiamo un altro punto del nostro programma che sono i centri antiviolenza.

La parola “centri antiviolenza” indica un luogo contrario alla violenza. I neonati non nascono violenti, tutt’altro. La violenza si insegna, con il proprio comportamento. Un bambino manesco ha certamente un parente manesco o comunque aggressivo fisicamente. I bambini imitano, è un fatto naturale di crescita. Perciò invece di andare nelle scuole per insegnare ai bambini l’ideologia, la cosa da farsi per gli adulti italiani, è un bel esame di coscienza (cosa che peraltro pochi fanno) e poi cominciare a ragionare sul fatto che per arrestare la violenza serve la cultura. Come natura insegna.

Non è vero che i maschi nascono violenti.

Siccome ci occupiamo di pari opportunità, diamo alla parola tutto l’onore che si merita.

La violenza può riguardare maschi e femmine. Ci sono le prove negli atti dei tribunali, negli scritti della polizia e dei carabinieri, nei servizi dei telegiornali, nelle testimonianze dei tecnici ai convegni. La violenza è una questione di educazione o di assenza totale di educazione. Cioè è una questione di ciò che si impara e che si mette in atto. La violenza maschile è molto più fisica di quella femminile e a volte sfocia nella morte della vittima. La violenza femminile è più psichica, molto volte invisibile ai più, come una volta il veleno. E anche in questo caso la vittima a volte muore, perché si uccide. Chi parteggia per una o l’altra fazione, è inutile al cambiamento.

Ci sono anche maschi che non picchiano, né massacrano fino ad uccidere, ma annientano la ex con manipolazioni e giochi di potere che le impediscono di vedere i figli, sempre in modo invisibile a chi non vuol vedere. E ci sono femmine che menano i propri compagni e sono molte manesche pure con i figli.

Noi pensiamo che siano necessari dei centri antiviolenza contro tutte le violenze, con sezioni specializzate sulla violenza di maschio su femmina, e sulla violenza di femmina su maschio e su altra femmina. Accompagnati dalla reintroduzione della educazione civica nelle scuole. È necessario preparare un progetto di legge anche per questa materia, che preveda al suo interno anche la fine di tutti i milioni di finanziamenti ai centri antiviolenza del sistema, molti dei quali puzzano di regime. Dobbiamo fare un percorso simile ma molto più veloce di quello fatto per i Consultori Familiari. Studio dei documenti e confronti scientifici, audizioni e limpidezza di percorso condiviso, sono la base per la realizzazione di questo punto.

Negli ultimi venti anni ci siamo fermati perché frenati dall’ideologia. Sono le lobby che comandano il potere. E le lobby hanno come arma di combattimento l’ideologia. Noi abbiamo la Parola.

È attraverso il potere chiarificatore della parola che scopriamo le balle e gli interessi personali. Perché la parola è la manifestazione diretta del pensiero della persona che parla o scrive.

Fino a ora, non è stato fatto niente a tutela dei bambini e neanche della società civile, che è in ginocchio per vari e tanti motivi. In ginocchio è stata messa da quelle persone che tirano i fili di tutto. Bisogna alzarsi, altrimenti l’alternativa è la schiavitù totale.

Dentro il Palazzo, non gliene importa niente che parliamo e discutiamo di condiviso e di progetti di legge tra noi, perché tanto fanno quello che gli pare. Ti dicono “sì” “sì” ma poi fanno altro. Ne abbiamo tutte le dimostrazioni possibili e immaginabili. Per questo noi abbiamo prima pensato, e poi proposto, una persona della società civile che da anni ha combattuto fondamentalmente sola dentro il Palazzo, per i diritti dei bambini e di tutta la famiglia. Se non siamo riusciti ad ottenere il rispetto dei diritti dei bambini e delle loro famiglie in tutti questi anni, è perché ci siamo fidati della parola data e poi non mantenuta di quasi tutti gli “onorevoli” incontrati. Adesso poi è una babilonia, lì dentro. Perciò noi pensiamo che sia giusto cambiare il piano di discussione e introdurre un nostro pensiero di cittadini, con la richiesta di nomina a ministro di Marino Maglietta, e con le azioni che abbiamo intenzione di mettere in atto per cominciare veramente a cambiare le cose.

La Nostra Campagna contro la zizzania e a favore di Adriana Tisselli

Di Valentina Morana

Cari lettori di questo blog,

La notizia dell’aggressione ad Adriana ha scatenato un vespaio. Non si aspettavano la nostra reazione. Come sempre, sono stata personalmente insultata dalle Lobesie Botrane che non avendo argomenti, fanno così. Tipo mi definiscono “coprofaga pelosa”. (Nella pura fantasia: è meglio mangiare merda che bambini) Insinuano pure denunce per calunnia, illudendosi di spaventarmi. Al limite posso dargli un biglietto per mettersi in fila.

Poi però ricevo questo messaggio privato da Rete Interattiva Campania:

Rete Interattiva Campania

Su questo “articolo” dettato da A.T. ad Adiantum (wow) emerge che l’autore dell’aggressione (secondo la nullipara era lui l’aggressore) non solo non è stato catturato perchè si trova sereno a casa sua, ma mostrerà al più presto presso un comando dei carabinieri i segni che questa donna e tutti i presenti gli hanno inflitto solo perchè il ragazzo voleva sua sorella. La bambina sottratta a Vittuone il 27 settembre 2013. A.T. per far scaternare i presenti ha urlato: “mi stanno scippando, mi stanno scippando!!. Qui c’è un referto medico che mostra 7 gg. di prognosi per il ragazzo e per fortuna c’erano testimoni che possono confermare l’accaduto. A.T. ha smania di fama ma questa volta ha sbagliato il bersaglio e metodo. Questa donna è un serio pericolo per la tutta la comunità milanese, il suo lavoro è quello di proporre amici per testimoniare il falso in Tribunale, attività piuttosto redditizia perchè poi da cosa nasce cosa. Tra l’altro questa donna così “perbene” è recidiva perchè è conosciuta in tutto il quartiere di Milano.

l ragazzo è stato portato al pronto soccorso dai caraninieri. Abbiamo il referto e presto combatteremo nei confronti di donna mistificatrice, cattiva e pericolosa. Una “donna” che oltre ad aver fomentato il padre separato per fare una battaglia legale contro il benessere della figlia (che ora è collocata provvisoriamente presso di lui “con la super visione dei servizi sociali di Milano”, A.T. dichiara di essere una semplice coinquilina (forse per ragioni fiscali da nascondere?), ha inoltre danneggiato e mandato in ospedale il primo figlio dell’ex moglie di questo coraggioso padre separato che si nasconde la donnetta nullipara, ex sindacalista e priva di scrupoli. Questo ragazzo ha lividi ovunque, pugni e si dovrà operare d’urgenza all’ernia a causa di questa aggressione indotta dalla “Signora” A.T. – A.T. “gridando allo scippooo” ha attirato tante persone contro il ragazzo pronte a difendere “la donna bugiarda” e picchiare questo povero ragazzo che ora si trova in ospedale. Il ragazzo voleva vedere sua sorella che è stata sottratta dai servizi sociali e dal padre che si è comprato la ctu. La bambina ora si trova presso la casa del “padre separato” da tre giorni, segregata e tenuta lontana dalla madre, con il cellulare spento. Il decreto non vieta le telefonate della madre. Milano presto conoscerà tanti dettagli in merito a questa macabra coppia composta da una nullipara frustrata e un uomo immaturo e meschino.

Al padre separato sono state ritirare tre denunce nel 2008 per maltrattamenti e percosse alla madre, la quale le aveva ritirate per ottenere la separazione e allontanarsi da questo individuo.

Bella persona questa A.T. complimenti.

La redazione di Rete Interattiva (a presto i referti medici on line)

Per onestà intellettuale, tutti coloro che mi leggono e conoscono il mio modo di agire e ragionare, e sanno che non nascondo niente, possono ora verificare le dicerie che si nascondono nella rete, allo scopo di promuovere interessi diversi. Visto che per me il web non è uno specchio per le allodole, e non mi va di essere usata, pubblico questo messaggio che mi è arrivato sulla pagina Facebook, e che trovo anomalo.

E già che ci siamo La Nostra Campagna risponde con un articolo di Francesco Toesca.

 


 

QUANDO SI COMINCIANO A MENARE LE MANI

Di Francesco Toesca

L’aggressione ad Adriana Tisselli, fondatrice del Movimento Femminile Parità Genitoriale, della quale chi la conosce non può dubitare circa la “maternità” della mandante, non può essere definita di matrice personale. O forse si. Anche troppo.

Voglio dire che nasce (insieme a tutte le minacce ed intimidazioni, indirette e dirette, che ha ricevuto in passato) in quel contesto accanito, che prende origine da visioni personali di interesse materiale ed egoistico sulla proprietà dei bambini e più in generale su una strumentalizzazione delle separazioni e dell’affido esclusivo. Il tutto passando da varie forme di delegittimazione ed allontanamento del maschile nella famiglia a tutto danno dei bambini, senza argomenti sufficientemente validi a supportare giustificazioni teorizzate che si arrampicano sugli specchi. Questa cosa si produce in farneticazioni rocambolesche e si perde in paradossi mai spiegati, si accartoccia su se stessa in una rovinosa battaglia che calpesta i diritti umani dei figli e degli uomini. Tale tentativo, teorizzare e sostenere l’insostenibile (con profusione di dati mistificati, interpretati a proprio piacimento, passando per false tesi “scientifiche” di presunta intoccabilità del materno e condanna del paterno, sino ad arrivare al paradosso mai spiegato del chi insegnerebbe la violenza ai bambini, se tutti i percorsi educativi – prima infanzia, adolescenza, pubertà – sono in mano prima alle madri in maniera esclusiva e poi al femminile nel corpo insegnante, che mai avrebbero valore in nessun consesso serio), è ormai arrivato alla frutta. Trovandosi davanti un muro solidissimo di persone, tecnici, genitori, politici, psicologi, a livello nazionale ed internazionale, che in ogni forma ed espressione dimostrano l’importanza dell’affidamento condiviso e della compartecipazione attiva nella crescita dei bambini, sconfessando ogni baggianata sulla disparità di importanza dei ruoli maschile/femminile, non ha saputo trovare di meglio che menare le mani.

Il fatto che abbia delegato ad un ragazzo, un uomo, di sporcarsele, quelle mani, palesando ancora una volta il potere di plagio che si può avere su un bambino divenuto ragazzo e uomo, nel condizionarlo all’odio, non solo dimostra una volta per tutte la fondatezza delle tesi da noi fin qui sostenute, e che cioè sia sin troppo facile e realistico (oltreché terribilmente diffuso) condizionare un bambino a proprio piacimento; un boomerang micidiale per chi sostiene che non è possibile istruire i figli a proprio godimento.

Ancora una volta, è drammaticamente dimostrato che la violenza non ha genere, avendo la stessa identica dinamica di fondo sia nell’uomo che nella donna, e cioè degenerare nel sopruso quando non si sa più gestire altrimenti un conflitto. In quali forme questo avvenga poco importa, la drammaticità sta nel non sapersi mantenere su posizioni di rispetto ma soverchiare. Questo è ciò che dobbiamo imparare a riconoscere e combattere; la genesi della violenza e non la sua dimostrazione finale. E dobbiamo finirla di speculare su ogni equivoco, evitando accuratamente di guardare in faccia la genesi della violenza stessa.

Non solo. Questa aggressione conferma ancora una volta l’orribile tentativo di “classificare” i generi: donna vittima incolpevole sinché sta al gioco, donna da punire se non protegge la casta femminista. Uomo colpevole se maltratta una donna, ma emissario pilotato e legittimato proprio da chi cavalca questa retorica, se punisce una donna che non è stata al gioco.

I fatti di ieri che riguardano Adriana mi hanno ricordato i primi episodi di violenza degli anni ’70. Lo stupore di alcuni nel rendersi conto che c’era chi passava all’azione, a confermare che dietro tutte le chiacchiere c’era qualcuno che faceva sul serio. E sappiamo com’è andata. Facciamo attenzione a non ignorare il livello di pericolosità di certe tesi di parte, degli interessi di chi ci mangia, del livello di incontrollabilità di un sistema di favori, perché ci stanno esplodendo in mano.