L’Affidamento Condiviso

L'affidamento condiviso

di Marino Maglietta

L’affidamento condiviso dei figli di genitori separati è la novità epocale che cambia radicalmente le regole del diritto di famiglia: una nuova normativa che rivoluziona le abitudini mentali e giuridiche degli italiani, che ha fatto discutere e che richiede attenzione per essere interpretata correttamente e una corretta informazione per essere utilizzata al meglio. Marino Maglietta, che l’ha ideato, scritto, fatto giungere in Parlamento e seguito passo passo in ogni successiva modifica, promuovendone la recente approvazione, ne racconta la storia, ne spiega i contenuti, ne chiarisce i passaggi più ambigui e fornisce una quantità di suggerimenti utili a chi intende giovarsene essendo già separato e a chi si accinge a separarsi, nonché a quanti hanno il compito di supportare le coppie stesse. Come scrivere il ricorso, se e da chi farsi assistere, come dividere le spese nel mantenimento diretto, a cosa fare attenzione nel costruire il calendario della frequentazione, se e quando far ascoltare i figli dal magistrato, come risolvere il problema della casa coniugale, come affrontare le inadempienze: sono alcune delle tante domande alle quali Maglietta dà risposta sulla base dell’esperienza delle centinaia di casi seguiti e della perfetta conoscenza della nuova normativa.

 

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La Nostra Campagna a Milano – Convegno del 27 Maggio 2016

Ripartiamo con le attività in merito all’affidamento condiviso. La Nostra Campagna organizza un convegno a Milano il cui intento è di aprire un confronto costruttivo tra le varie figure professionali che operano sia in ambito giuridico che legislativo. I relatori sono tutti specialisti della materia.

La nostra attività è autofinanziata. Se qualcuno desidera sostenere questo ed altri progetti può fare una donazione:
IBAN: IT 26P 08877 02201 000000344019   BIC: ICRAITRROD0

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Il Professor Marino Maglietta a Radio Radicale

Una panoramica sul diritto di famiglia degli ultimi 10 anni e un appello affinché il Parlamento realizzi l’affidamento condiviso bis, completando l’opera già iniziata in Senato

Trasmissione divorziobreve.it di Sabatinelli e Gerardi, ore 22.00 del 01.03.2016 su RadioRadicale

Porgiamo a chi vorrà ascoltare il programma le scuse di Marino Maglietta per avere citato a sproposito le possibilità di intervento delle Regioni, che sono relative ai soli referendum e non anche alle iniziative di leggi. L’idea, comunque, resta politicamente valida, anche se operante per altre vie.

Il giurista Maglietta: «Che confusione tra affetti e diritti»

Da “Avvenire” del 27 febbraio 2016


Congelata la stepchild, lasciato intatto il “similmatrimonio”, la nuova stesura del ddl Cirinnà ha poi di fatto ignorato le incongruenze della seconda parte dell’articolato, che nella prima versione era definita ‘delle convivenze di fatto’. Eppure quegli svarioni non appaiono meno degni di attenzione, come fa notare Marino Maglietta, docente di diritto della famiglia, ‘padre’ dell’affido condiviso.

Quali ritiene possano essere le principali criticità?
Già lascia perplessi l’idea di disciplinare ciò che segue alla rottura di un legame che, per definizione, dovrebbe essere ‘stabile’. Si poteva ancorare la definizione di stabilità a qualcosa di oggettivo, come una durata minima e/o la presenza di figli. Non solo: per ‘l’accertamento della stabile convivenza’, necessariamente connotata da un legame affettivo, fa testo la residenza anagrafica. Ovvero, anche se nel tempo il legame affettivo si è trasformato in altro – due studenti che si limitavano a dividere l’appartamento, poi si sono messi insieme e quindi separati, prima in casa e poi del tutto – dal dato amministrativo scaturirà automaticamente un impegno personale dei due. Continua a leggere

La famiglia oggi è sotto attacco

Di Silvia Alicandro Il nuovo anno non porta buone novità per le famiglie e per i bambini e anzi, quella che si può considerare una pessima politica, sta cercando di vanificare il lavoro di chi, da molti anni ormai, si batte per tutelare i diritti dei più deboli. Con il D.Lgs 28 dicembre 2013 n. 154 sulla filiazione, in attuazione della L.10 dicembre 2012 n. 219, si è consapevolmente smantellata la L. 54 del 2006 e sono stati vanificati 12 anni di dibattito parlamentare e di confronto scientifico. Dal 7 febbraio questo decreto è stato convertito in legge e ora molte cose cambieranno per i genitori che decidono di separarsi e per i loro figli. Continua a leggere

La legge sul condiviso distrutta come fece Nerone

Di Valentina Morana

Egregi signori

che avete agito zitti zitti per colpire a morte la legge sull’affidamento condiviso, agendo come quegli individui che rubano i figli alle madri, gente senza onore né pudore.

Ci sono voluti venti anni per arrivare al confronto che c’è oggi sul condiviso, in particolare ci sono voluti gli ultimi 12 anni per parlare di mediazione, mantenimento diretto e doppio domicilio, e fare dunque piccoli passi nelle aule dei tribunali, per aiutare a comprendere l’innovazione che porta la legge, e i benefici per tutta la famiglia. Voi quanto ci avete messo per condannarla a morte? Venti minuti?

Molti di noi ci hanno lavorato, per anni, per conto proprio, poi si sono incontrati, si sono formate alleanze e gruppi di lavoro. Tutti a tempo, energia, economia, personale. E pensate di fermarci? Che facciamo, buttiamo via venti anni di sacrifici e lotte? Ve lo potete scordare. Fatevi un favore, rivedete la vostra posizione, perchè adesso le chiacchiere stanno a zero.

Perciò sono qui a dire, che risponderemo esattamente per come ci avete attaccato e cioè frontalmente. Marino Maglietta nell’intervista che segue, svela i retroscena di questa ultima azione, altamente offensiva per la scienza e per noi tutti, e dice che è inaccettabile, perciò irricevibile, e chiede a tutti i gruppi di attivarsi.

La vostra azione, egregi signori, è un insulto alla fatica e alle vittime del sistema che ci riguarda.

Da questo momento comincia a uscire tutto, la verità sarà inesorabile. Avete creduto di abbatterci in silenzio, vi ritroverete soffocati nella stessa vostra rete.

Il Dlgs sulla filiazione sacrifica l’affidamento condiviso e la mediazione familiare. Il parere di Marino Maglietta.

Intervista di Rossella Pagnotta

Un recente Comunicato stampa dell’Associazione Nazionale Crescere Insieme – presieduta da Marino Maglietta, ideatore dell’affidamento condiviso ed estensore dei testi alla base della relativa legge – ha segnalato la presenza di manomissioni degli articoli del codice civile che introducono l’affidamento condiviso nel Dlgs destinato precipuamente a realizzare l’equiparazione della filiazione naturale a quella legittima. Tali interventi interferirebbero pesantemente e negativamente sia con i diritti dei minori figli di genitori separati che con le probabilità di accesso alla mediazione familiare e di suo successo. Per meglio comprendere come sono esattamente andate le cose, quali conseguenze negative possano aversi e, naturalmente, cosa è possibile fare per evitarle, ci rivolgiamo direttamente a chi per primo ha segnalato il problema.

Vuole spiegare anzitutto quale è stato l’iter, il meccanismo per arrivare a una nuova formulazione del testo?

L’art. 2 della legge 219/12 dava delega al governo di affrontare una serie, chiaramente elencata, di aspetti (dal riconoscimento del figlio naturale ai contatti tra nonni e nipoti) e aggiungeva l’incarico di uniformare e riordinare le norme di diritto di famiglia con al centro i figli, sia naturali che legittimi, prima sparse per tutto il codice civile, inserendole in un contesto unitario. In sostanza, si trattava di trascrivere e rinumerare articoli già esistenti, senza modificarli se non per adattarli alla nuova terminologia e ai principi dell’unificazione. Ma la zelante commissione è andata ben oltre il mandato e ha preteso di intervenire un po’ ovunque.

Esattamente quali sono le modifiche introdotte?

Limitandomi alle più vistose, è stato tolto l’esercizio della potestà (ora responsabilità genitoriale) al genitore non affidatario; legittimato il mancato ascolto del minore nei procedimenti di separazione nel caso di consensuali, ovvero il giudice decide se è o no manifestamente superfluo; infine, la più devastante,  diventa obbligatorio indicare dove il figlio ha “la residenza abituale”, ovvero chi sarà il genitore con cui il figlio vive.

Perché sostiene che ciò va in violazione sostanziale dell’affidamento condiviso?

Il condiviso intendeva mettere fine alla distinzione tra genitore del quotidiano che provvede ai bisogni dei figli e assume la maggior parte delle decisioni e genitore “ludico”, del fine settimana, che si limita a passare all’altro del denaro e fruisce di un “diritto di visita”, sostanzialmente a sua discrezione. Questo in genere purtroppo non avveniva, perché la magistratura aveva deciso di inventarsi il “genitore collocatario”, che rivestiva lo stesso ruolo dell’affidatario di prima, però, quanto meno c’era la possibilità di protestare, di reclamare i provvedimenti, e piano piano qualcosa stava cambiando, si cominciava a vedere qualche giudice che preferiva rispettare la legge piuttosto che riscriverla e, soprattutto, il Parlamento aveva iniziato a considerare la necessità di mettere dei paletti alla giurisprudenza, in modo da rendere ineludibili i nuovi principi. Ora, invece, la conservazione del vecchio sistema è stata legittimata: è una restaurazione in piena regola.

Ma perché questa limitatissima aggiunta saboterebbe l’intera legge? Il mantenimento diretto, ad esempio, cosa c’entra?

I cardini dell’affidamento a entrambi i genitori, indispensabili per poter parlare di bigenitorialità, sono una frequentazione equilibrata e flessibile, senza “genitori collocatari”, in funzione delle esigenze dei figli, e l’assegnazione di compiti di cura a entrambi i genitori comprensivi degli aspetti economici, in modo che con entrambi il figlio viva la quotidianità e non i w-e alternati, con erogazione di assegni che prevedono una partecipazione solo alle spese e non ai sacrifici dell’accudimento. Ora, la Suprema Corte ha già reiteratamente affermato che se c’è un genitore collocatario non si può pensare alla forma diretta del mantenimento – in cui ognuno provvede a una parte dei bisogni del figlio, in proporzione alle proprie risorse – ma bisogna che il non collocatario dia dei soldi al collocatario, che provvede a tutto. Quindi la “residenza abituale” condanna a morte l’affidamento condiviso sotto ogni profilo.

E perché disturberebbe anche la mediazione familiare?

Perché si fonda sull’equilibrio tra le parti, che in questo modo viene meno. Perché la discriminazione tra genitore collocatario e non collocatario reintroduce quelle differenze che, soprattutto inizialmente, rendono molto più appetibile un ruolo rispetto all’altro. Perché ripristina l’ottica vinci-perdi, funzionale a un incremento del contenzioso, al posto di quella riparativa, propria della mediazione familiare. Perché attraverso i differenti tempi di contatto con i genitori impedisce la soluzione più logica e tranquilla per l’assegnazione della casa, ovvero lasciarla al proprietario. In sostanza smantellare l’affidamento condiviso significa anche creare notevoli difficoltà alla soluzione pacifica delle controversie e alla mediazione familiare che ne è lo strumento.

Capisco. Quale spiegazione è stata data a questa scelta così rilevante?

Questo è davvero interessante: nessuna. Nella relazione che accompagna il decreto si leggono fiumi di parole per giustificare scelte ovvie, strettamente legate all’impianto e agli scopi dell’intervento, ma su questo si sorvola, come se fosse dettaglio di nessun conto, mentre le altre modifiche della legge sul condiviso sono giustificate con la necessità di uniformità con la legge sul divorzio, di mezzo secolo fa e di impianto monogenitoriale, ossia scritta esattamente in rispondenza di quei criteri che la riforma del 2006 intendeva accantonare! Umorismo involontario. D’altra parte per la residenza abituale non si poteva invocare la necessità di “uniformare”, perché altrove non se ne parla. Giustamente, perché secondo la più elementare logica giuridica non ha senso aggiungere a scelte di vita e doveri di base dei genitori come  “istruire, educare e tutelare la salute” un aspetto del tutto occasionale, flessibile e mutevole nel tempo (oltre che ostativo per la bigenitorialità) come l’indicazione della “residenza abituale”.  È un po’ come aggiungere l’obbligo di concordare la marca delle scarpe. È una zeppa evidente.

Però alcuni di questi cambiamenti – come la perdita dell’esercizio della responsabilità genitoriale per il genitore non affidatario – li aveva previsti anche Lei nelle proposte di legge 1403 e 1495.

Sì, ma all’interno di un diverso contesto, nei luoghi giusti e con le procedure corrette. Dopo avere sottolineato, ad es., che l’esclusione dall’affidamento può avvenire solo per carenze personali gravi (e non per la reciproca conflittualità!). E attraverso un confronto parlamentare che permettesse un dibattito aperto ai contributi di tutti, non con questa specie di colpo di mano, senza delega.

Dunque Lei contesta alcuni cambiamenti perché inopportuni e tutti perché illegittimi.

Certamente. La Commissione Bianca ha scavalcato abbondantemente i confini del proprio mandato. Si pensi che la riforma del 2006 ha richiesto 12 anni di confronto parlamentare a porte aperte, proprio per la sua natura profondamente innovativa e perché la materia è riconosciuta da tutti come altamente delicata, mentre la restaurazione è stata consumata in pochi mesi, nelle chiuse stanze.

Professore, come si spiega che il testo sia arrivato all’approvazione da parte del Consiglio dei Ministri senza che nessuno si accorgesse di nulla?

Veramente in Commissione Giustizia della Camera il problema è stato sollevato, da parte dell’On. Bonafede, eccellente giurista. Dunque io non sono stato affatto il primo. Il che, però, rende la cosa ancora più grave. Evidentemente il sabotaggio dell’affidamento condiviso è stato un intervento gradito e non casuale; si voleva, per quanto possibile, che si tornasse all’antico.

E come sono state superate le obiezioni?

Molto elegantemente: girandole agli estensori in audizione e chiedendo loro se era vero che avevano oltrepassato i poteri di delega. Hanno detto, sorprendentemente, di no e la cosa è finita lì.

Tuttavia, la Commissione Bianca aveva una composizione di eccellenza. Come può avere commesso errori così vistosi?

Indubbiamente il nome del Prof. Bianca è prestigioso e fuori discussione, ma con tutta probabilità la sua è stata principalmente una funzione di coordinamento. Lo si è visto anche nell’audizione alla Camera, dove la relazione è stata fatta da altri. E questi altri, detto con il massimo rispetto, erano pressoché esclusivamente funzionari ministeriali, distribuiti a pioggia molto più con il criterio della lottizzazione politica e amministrativa (“ci dobbiamo essere anche noi”), almeno apparentemente, che con quello della competenza. Per farmi capire meglio, su un numero totale di 10 mancavano tutti i nostri maggiori esperti di diritto di famiglia, da Sesta a Patti, da Cendon a De Filippis, ma non mancavano rappresentanti del Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione, per la Funzione pubblica e per la Cooperazione internazionale e l’integrazione. Tutte figure interessanti, per carità, ma certamente non centrali per una problematica così mirata e delicata.

Ma la Commissione Bianca ha fatto audizioni, si è aperta a contributi esterni…

Certamente. Però ancora una volta con una scelta “particolare”, ovvero inserendo pressoché esclusivamente avvocati e magistrati – notoriamente simpatizzanti della gestione monogenitoriale – con un sapiente dosaggio delle appartenenze di “clan”. Uno di quelli e uno di quegli altri, tre di quelli e tre di quegli altri. E nessuno che rappresentasse le famiglie destinatarie dei provvedimenti, notoriamente sostenitori della bigenitorialità e della riforma del 2006.

Capisco. E ora chi non gradisce questo intervento cosa può fare?

Certamente questa svolta è inaccettabile, per i contenuti e per il modo. Le vie sono la contestazione frontale della tecnica di intervento, come non lecita, e il nuovo ricorso al Parlamento con una revisione del testo. Faccio appello da subito a tutti i soggetti disponibili – dalle forze politiche al Forum Nazionale dei Mediatori, alle varie associazioni di persone e di categoria – perché sostengano da subito qualsiasi nuova iniziativa utile per ripristinare quelle tutele dei minori che, quanto meno sulla carta, si era riusciti a strappare.

Il decreto sulla filiazione smantella il condiviso

Di Marino Maglietta

Firenze, 20 dicembre 2013 – Il decreto legislativo sulla filiazione approvato dal CdM in data 13 dicembre 2013 è certamente apprezzabile per avere positivamente realizzato l’equiparazione della filiazione naturale a quella legittima, in accordo con il mandato ricevuto con la legge 219/2012.

Purtroppo, però, gli estensori del testo (commissione Bianca) sono andati ben oltre i margini di intervento ad essi delegati, riscrivendo anche, nel bene e nel male, norme che avrebbero dovuto solamente ricollocare e rinumerare all’interno del codice civile.

In particolare ciò è avvenuto, in modo pessimo, per l’affidamento condiviso dei figli di genitori separati. Sono da segnalare principalmente le seguenti manomissioni:

ASCOLTO DEL MINORE – Per questo, in effetti, la delega c’è, ma si limita a dare mandato per la “disciplina delle modalita’ di esercizio del diritto all’ascolto del minore che abbia adeguata capacita’ di discernimento, precisando che, ove l’ascolto sia previsto nell’ambito di procedimenti giurisdizionali, ad esso provvede il presidente del tribunale o il giudice delegato”. Oltre a ciò, invece, si legge:” Nei procedimenti in cui si omologa o si prende atto di un accordo dei genitori, relativo alle condizioni di affidamento dei figli, il giudice non procede all’ascolto se in contrasto con l’interesse del minore o manifestamente superfluo.” Poiché la valutazione che l’ascolto sia “manifestamente superfluo” è del tutto soggettiva anche quando i genitori sono d’accordo, c’è da chiedersi come potrà fare il giudice a stabilire che il minore non ha nulla di rilevante da dire se prima non lo sente. Dunque regola contraddittoria e negazione di un diritto del minore

DIRITTI DEL MINORE – E’ stata soppressa l’affermazione iniziale della formulazione attuale “[Anche dopo la separazione dei genitori], il figlio minore ha il diritto di … “. Un inizio che caratterizzava la natura permanente dei diritti del figlio e al contempo i permanenti doveri dei genitori nei suoi confronti.

Infine, è stato introdotto l’obbligo di specificare dove, ovvero con chi, il figlio dovrà trascorrere prevalentemente il suo tempo: (comma 3 dell’art. 337 ter): “Le decisioni di maggiore interesse per i figli relative all’istruzione, all’educazione, alla salute e alla scelta della residenza abituale del minore sono assunte di comune accordo … In caso di disaccordo la decisione è rimessa al giudice.” Con questa aggiunta, evidentemente fuori delega, si è violata sostanzialmente la riforma del 2006, contraddicendone il messaggio e scardinando, oltre alle regole della frequentazione, anche quelle del mantenimento, legate alla bilanciata presenza fisica dei genitori, entrambi affidatari. Si è inoltre vanificato lo sforzo per assicurare alla donna pariteticità nelle responsabilità genitoriali, e quindi pari opportunità, a favore della reintroduzione di discriminazioni tra i genitori ideali per accrescere la conflittualità (meccanismo vinci-perdi) e penalizzare la mediazione familiare, il cui successo si fonda sull’equilibrio tra le parti.

L’associazione Crescere Insieme protesta vigorosamente per questo intervento legislativo in materia delicatissima, attuato fuori dalle regole istituzionali, che spoglia delle sue prerogative il Parlamento, rappresentante diretto della volontà popolare, aumenta il potere discrezionale della magistratura, incrementa la conflittualità e riduce i diritti dei minori. Annuncia, pertanto, che si attiverà in ogni modo e ad ogni livello per ottenere il ripristino della situazione attuale.

NELLA SCIA DELLE INTERVISTE IN RETE A MARINO MAGLIETTA

Nella scia delle interviste in rete al presidente di Crescere Insieme. Obiezioni e risposte alle obiezioni.

Di Marino Maglietta

Non frequentando la rete, intesa come forum, blog e simili, ho appreso solo in ritardo, e indirettamente, le principali critiche mosse non tanto a me quanto alle posizioni da tempo assunte da Crescere Insieme. Ho ritenuto, quindi, utile raccoglierle e dare loro risposta, in una sorta di intervista simulata, a più voci, cogliendo l’occasione per riprendere brevemente e meglio chiarire i punti più qualificanti della riforma del 2006, per la parte non applicata, quella che a nostro parere rende necessario un secondo intervento. (Marino Maglietta)

Secondo alcuni la mia visione della separazione sarebbe prettamente adultocentrica e ignorerei la differenza che passa fra il minore soggetto di diritto e il minore come mero oggetto sul quale esercitare dei diritti; o meglio, sul quale i padri vogliono far valere dei diritti.

Stiamo ai fatti. Prima della riforma nel codice civile si leggeva (art. 155): “Il giudice che pronuncia la separazione dei coniugi dichiara a quale di essi i figli sono affidati”. E seguiva una serie di regole in base alle quali i figli dovevano subire come oggetti passivi tutta una serie di decisioni del genitore affidatario, padrone assoluto della loro vita: dalla scelta della casa ai trasferimenti in Mozambico. E nessuno protestava. Nessuno, in particolare, di quelli che oggi strillano contro la mia visione “adultocentrica” e che di fatto vorrebbero restaurare l’ancien régime, visto che vogliono mantenere l’attuale formulazione solo perché nell’applicazione non è cambiato nulla. Oggi, invece, al posto di ciò sta scritto – dietro mio suggerimento – “Anche in caso di separazione personale dei genitori il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno di essi, di ricevere cura, educazione e istruzione da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale.”

Qualsiasi persona dotata di un briciolo di onestà intellettuale si accorge che è vero esattamente il contrario e che gli interessi degli adulti sono sostenuti da chi sostiene il vecchio modello.

Non basta. Proprio perché vorrei (si dice) incollare i figli ai padri, proporrei un modello autoritario, in cui il padre padrone può togliere al figlio anche l’aria che respira, altrimenti, se il figlio resiste, si mette a strillare che gli si è “mancato di rispetto”. Quindi, in sostanza vorrei negare ai figli il diritto di scegliere di convivere con un genitore piuttosto che un altro.

La legge 54/2006, lungi dal comprimere, estende le opportunità per i figli. La frequentazione equilibrata dei due genitori è ora riconosciuta al figlio come suo diritto indisponibile perché il modello monogenitoriale glielo impediva, non perché qualsiasi sia la situazione e qualunque cosa succeda deve per forza passare con i genitori un identico tempo! Alla domanda “con quale genitore preferisci vivere?” posta prima della riforma la stragrande maggioranza dei figli rispondeva “con tutti e due”; anche se, ovviamente, non nello stesso momento. Al che l’interrogante (di regola il giudice o un suo consulente) si rattristava perché la legge gli impediva di soddisfare la richiesta e lo obbligava ad una scelta: o l’uno o l’altro (e spero che nessuno si appelli al “diritto di visita” a w-e alternati per sostenere che anche prima il sistema era bigenitoriale…). Naturalmente esistono anche fattispecie che esigono soluzioni diverse, ma anch’esse fisiologiche: il caso in cui la situazione (distanza, età, impegni lavorativi di un genitore ecc.) imponga un certo squilibrio, ossia una frequentazione in buona misura sbilanciata. Non c’è dubbio che in questi casi bisogna chiedere al figlio presso quale genitore preferisca stare prevalentemente. Nulla quaestio: ce n’è il motivo. Ma purtroppo la Suprema Corte si è spinta ad ammettere plausibile e accettabile il comportamento di un figlio che non voleva optare per una collocazione prevalente presso un genitore, ma per la cancellazione dell’altro, con il quale non intendeva avere più alcun rapporto (salvo esserne mantenuto) pur ammettendo che un motivo serio, spendibile, per far ciò non esisteva e che da lui non gli era mai venuto alcun male. Una situazione relativamente frequente. Si pensi a un genitore severo rispetto a uno morbido, a uno straricco rispetto a uno che lesina perché non ne ha, a un genitore che fa una vita divertente rispetto a uno tetro. I motivi di seduzione per un adolescente (13 anni in quel caso) possono essere molti. È questo il nodo del problema. Trovo che indulgere ai capricci di un ragazzino solo perché è figlio di separati e ci marcia sia profondamente antieducativo, oltre che giuridicamente inammissibile. Il mio pensiero è questo e non ho motivo per cambiare idea.

Un altro motivo di critica riguarda l’“ammettere che un padre, dopo essersi disinteressato del minore in costanza di matrimonio, ne reclami al momento della separazione l’esatta metà”.

Ho messo le virgolette perché l’“esatta metà” non è prevista da nessun mio progetto. Ma il resto corrisponde. Nella convivenza i ruoli sono complementari. Il padre si occupa di cose che coprono necessità comuni alla famiglia, madre compresa; e viceversa. La separazione mette fine a questo assetto ed entrambi devono assumere direttamente competenze che prima non avevano. Alla madre si fa credito di riuscirci; perché al padre no? A parte questo, la cosa più grave è che la pari dignità di genitore viene negata anche ai padri che sono sempre stati presenti, il che dimostra quanto questo argomento sia pretestuoso. Quello che si vuole conservare è il regime monocratico. Sempre e comunque. Nelle rapidissime udienze quando mai si va a guardare come quella famiglia ha vissuto? C’è il prestampato …. Copia e incolla ….

Ma, si dice, il giudice non può non tenere conto della situazione di fatto, della realtà quotidiana che vede la cura dei figli rimessa prevalentemente a un solo genitore, la madre. E io non avrei mai cercato di porre rimedio a questa situazione.

Qualche critica che mi è stata riferita era prevedibile; questa no.  Penso di essere uno dei pochi che ha fatto qualcosa di concreto a favore delle pari opportunità per le donne in ambito sia familiare che lavorativo (che poi sono interdipendenti). Sono partito 20 anni fa proprio dalla constatazione di questa preoccupante e ingiusta situazione di fatto e scrissi a quel tempo che i padri presenti potevano avere una consistenza numerica intorno ad appena il 15%;  che l’affidamento esclusivo, tipicamente alla madre, con facoltà di visita esercitabile o no legittimava quel comportamento e congelava il dato di fatto; che bisognava pertanto modificare la norma premiando i padri presenti e richiamando tutti gli altri a rimboccarsi le maniche e partecipare alla cura dei figli e agli impegni domestici. Sono riuscito con un impegno durato 12 anni – in mezzo alle resistenze spaventose di chi invece voleva tenersi quel modello sociale – a cambiare la legge, nel senso che ora prevede che si assegnino compiti di cura anche ai padri e non “diritti di visita”. Se non lo si fa è per il sabotaggio di chi già non la voleva (parte di magistratura, avvocatura, ecc  …)  e devo trovarmi oggi a ricevere le contestazioni degli stessi avversari di allora, che mi rinfacciano di non avere fatto nulla perché le donne abbiano pari opportunità?  Vogliamo rammentare qualche presa di posizione ufficiale? Nelle “Considerazioni della Commissione nazionale per la parità e le pari opportunità sulla proposta di legge sull’affido condiviso” (Roma, 16.09.2002) si stigmatizzava la mia proposta di legge come un progetto nato “dall’esigenza di contendere alle donne il possesso e il potere sui figli e sulla gestione del denaro attribuendo analogo possesso e potere agli uomini”. Allora, chi è che vuole tenere i padri fuori dal ruolo, dalle responsabilità e dai compiti genitoriali? Credo veramente che non ci siano limiti per la mancanza di pudore.

Tuttavia, negherei l’evidenza: lo sforzo di riposizionare la figura genitoriale paterna rispetto al ruolo sociale che gli viene dato. La proposta di legge sull’affido condiviso spesso si accompagna, si dice, ad una comunicazione che sembrerebbe semplicemente voler rimettere al centro del discorso familiare il Padre. Contro la storia e il quotidiano vissuto. Quindi dovrei chiarire e confessare che la mia vera intenzione è quella di ripristinare il patriarcato, oppure prendere le distanze da quanti sostengono le proposte di Crescere Insieme con motivazioni diverse da quelle dell’associazione, ossia per il desiderio maschile di rivincita. Mi si fa notare, infatti, che le proposte di legge di Crescere Insieme in rete sarebbero supportate da persone che realizzano una comunicazione tendenzialmente polemica e aggressiva nei confronti delle donne, il che reca ad esse non trascurabile pregiudizio.

Ancora una volta stiamo ai fatti.  Potrei di nuovo citare i giudizi della Commissione nazionale per la parità e le pari opportunità, riportati sopra. Già sarebbe un risposta.  Crescere Insieme nasce con questo nome non certo a caso e come un movimento “costituito da persone – indifferentemente uomini e donne, sposate e non, con figli e senza il cui obiettivo primario è tutelare il diritto del minore di mantenere rapporti continuativi e significativi con entrambi i genitori, ancorché separati.” (da “Chi siamo”, www.crescere-insieme.org). Secondo statuto il suo scopo è quello di “operare affinché i figli minori di genitori separati possano vedere riconosciuto il proprio diritto di crescere mantenendo un rapporto equilibrato e continuativo con entrambi i genitori ed i loro rispettivi ambiti parentali, nonché quello di approfondire le problematiche relative alla paternità, alla maternità e alla famiglia, sensibilizzando su di esse l’opinione pubblica.”  Cosa c’è “al maschile” in tutto questo? Ci vogliamo, invece, accorgere che queste affermazioni sono state tradotte in legge, visto che si trovano ripetute quasi alla lettera nel primo comma dell’art. 155 c.c.? Dunque siamo stati coerenti, non erano chiacchiere.  E il patriarcato cosa c’entra?

Quanto al dover stare attento a non essere “confuso” con le posizioni di altri, francamente c’è abbastanza luce per chi vuol vedere la differenza, mentre per chi, credo interessatamente, non la vuole vedere non ce ne sarà mai abbastanza. E mi spiego.

Crescere Insieme è nata nel 1993 e ha fatto il suo percorso indipendentemente da altri gruppi, per la maggior parte nati molto molto tempo dopo, e comunque ininfluenti sulle sue posizioni. Personalmente non ho mai scritto una parola che fosse meno che corretta nei confronti del genere femminile e quel che più conta, senza alcuno sforzo. Ho scritto quello che penso. Ci vorrebbe più attenzione nell’esprimere certe valutazioni, prima di fare certi accostamenti; in qualche caso direi anche una maggiore onestà intellettuale, perché mi pare evidente che documentarsi per chi frequenta la rete non sia un’impresa disperata.

Resta il fatto che effettivamente certe posizioni, con le quali non ho nulla a che vedere, fanno danno, perché comunque rendono praticabile la tecnica di arronzare giudizi superficiali e fare di ogni erba un fascio per catturare il consenso di lettori, e soprattutto lettrici, distratti. D’altra parte, ritengo che l’uso sistematico delle insinuazioni gratuite, della dietrologia, non sia tanto una questione di pregiudizi, quanto una strategia, per delegittimare l’avversario con poca fatica. Concludo: possibile che il permanente supporto alle nostre tesi dell’Associazione Donne Separate (che abbia cambiato nome è irrilevante), dalle origini (1996) alle recenti audizioni, non voglia dire nulla? Maschiliste anche loro? Ma il femminismo – e stabilire cosa è politically correct e cosa no – è monopolio di poche/i elette/i?  Non ho che una riflessione da fare: non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.

E poi c’è la “PAS”.  Sosterrei che “definire che cosa sia esattamente ha poca importanza”

Il mio pensiero è ben diverso, e non riguarda la “consistenza”. Anzi: quella è chiarissima e deve esserlo.  Penso e ho detto che il fenomeno del condizionamento della volontà e del giudizio dei figli volto al rifiuto immotivato dell’altro genitore esiste eccome, e che quando si ha la certezza che si è verificato deve essere sanzionato; ma che non è gran che importante sotto il profilo giuridico che in psichiatria sia catalogato nel modo A o nel modo B, aspetto che per lo psichiatra è invece giustamente fondamentale. Il frutto sferico che mangiamo così volentieri non avrebbe meno succo e meno gradevolezza se l’albero che lo produce non lo chiamassimo “citrus aurantium”. Al consumatore la “classificazione” non interessa affatto, al botanico invece sì, moltissimo.

Mi viene anche addebitato che la legge del 2006 sull’affidamento condiviso in nome di una bigenitorialità esasperata non ha contemplato la fattispecie della violenza familiare come causa di esclusione dall’affidamento dei figli. Ed è per questo che i figli finiscono per essere affidati ai padri violenti. Insomma, per colpa mia.

Osservazione geniale. L’art. 155 bis che definisce le regole per escludere un genitore dall’affidamento si esprime riferendosi a un criterio generale: esclude il genitore dal quale, se affidatario, possa venire pregiudizio al figlio per qualsiasi motivo. Non nomina la violenza. Nemmeno la follia. Nemmeno la tossicodipendenza. Nemmeno l’incesto. Insomma, perbacco, si sarebbe dovuto fare un elenco di situazioni! [Così se il legislatore ne dimenticava una – evento inevitabile, impossibile pensare a tutto – quel tipo di delinquente l’avrebbe fatta franca.] È così che si legifera. Queste sono lezioni di diritto.

Però, si fa notare, nell’ultima mia proposta, adesso alla Camera, nel merito di singoli aspetti ci sono entrato: “La documentata e perdurante violenza intrafamiliare, sia fisica che psicologica, in particolare la violenza di genere, la violenza assistita dai figli, nonché la loro manipolazione mirata al rifiuto dell’altro genitore o al suo allontanamento, comporta l’esclusione dall’affidamento.”

Il che dimostra che non avevo mai inteso eliminare la violenza dai motivi di esclusione dall’affidamento. In questi ultimi tempi ho valutato opportuno dare una maggiore sottolineatura a questo aspetto proprio perché si stava cercando di speculare sulla sua apparente assenza.

Il modello bigenitoriale che caldeggio viene contestato come inidoneo da sempre, scartato fin dall’antichità, ad es. dal saggio biblico Re Salomone, che affidò il bambino alla sola madre, minacciando per finta di dividerlo in due, secondo i criteri bigenitoriali. Dunque io sarei solo, ultimo e unico sostenitore di una follia.

Stupendo questo esempio, che viene periodicamente riproposto con toni trionfalistici da finissimi giuristi. Un’altra vera “perla”. Salomone non aveva di fronte due genitori veri, ma uno vero e uno falso. Per cui a lui logicamente interessava solo smascherare il simulatore. Ma cosa avrebbe deciso di fronte a due genitori veri nessuno lo sa. Purtroppo quel bambino era già “orfano” di uno dei due, per cui la bigenitorialità non era ottenibile in alcun modo. Usare questo storico “caso” contro l’affidamento condiviso significa essere non avere minimamente compreso cosa si è voluto realizzare con la riforma del 2006.

Mi si fa anche notare che ricorro molto, troppo, spesso alla ciambella di salvataggio della “distorsione del mio pensiero”, addirittura arrivando a segnalare stravolgimenti di quanto avevo previsto direttamente ed esplicitamente nelle mie proposte di legge. In questo modo in sostanza attribuirei a persone più che titolate in materia giuridica ignoranza o malafede. E questo appare inaccettabile.

Il ragionamento evidentemente suggerisce una sola spiegazione accettabile: che non ci sia alcun travisamento e semplicemente che io sia un visionario, un paranoico che soffre di mania di persecuzione. Quindi devo per forza fare qualche esempio. Mi limito a uno dei più significativi: il comunicato stampa della più importante organizzazione di giudici minorili (9 aprile 2011), a commento del ddl 957. Naturalmente, è irrilevante che abbia incontrato l’ostilità degli estensori, ma gli argomenti avrebbero dovuto essere aderenti al testo. Ci si legge, invece, che la doppia residenza manderà in tilt l’anagrafe (ma si proponeva il doppio domicilio, che non influisce sull’anagrafe); che il mantenimento diretto significherebbe che “ Viene imposta per legge una formale e presunta parità economica dei genitori senza alcun riferimento alla diversità delle loro condizioni reddituali e patrimoniali in concreto, avvantaggiando in tal modo ingiustificatamente il genitore economicamente più forte” (mentre la proposta cambia la forma del contributo ma conserva la misura proporzionale alle risorse); che “Suscita perplessità l’imposizione obbligatoria della mediazione familiare in tale materia (con la conseguente penalizzazione del genitore che sarà ritenuto colpevole di averne provocato l’insuccesso)”, mentre l’obbligo è dell’informazione sulla mediazione e non di compiere il percorso e non c’è alcun contatto tra mediatore e giudice, che quindi non può, neanche volendo, assumere provvedimenti. Potrei continuare perché anche il resto (frequentazione, interesse del minore, nonni ecc.) era totalmente di fantasia. Ma sarebbe superfluo, mi pare. Allora, visto che non sono un visionario, dovrei azzardare una spiegazione. Francamente mi interessa poco e non mi compete, ma potrei benevolmente pensare che, volendo in ogni modo giungere a un risultato – bloccare quella proposta – che per propria convinzione ideologica era considerato indispensabile si è data poca importanza alla veridicità delle affermazioni. Diciamo, una sorta di “ragion di stato”.

Infine, si è molto speculato sulla mia presunta ostilità nei confronti delle femministe. Un punto già sfiorato sopra, ma che merita un ulteriore chiarimento

Siccome su certi concetti ci sono ambiguità ovvero la tendenza di darsi proprie definizioni, preferisco riportare quella alla quale mi riferisco:

“È la posizione di chi sostiene la parità politica, sociale ed economica tra i sessi, ritenendo che le donne siano state e siano tuttora, in varie misure, discriminate rispetto agli uomini e ad essi subordinate; e la convinzione che il sesso biologico non dovrebbe essere un fattore predeterminante che modella l’identità sociale o i diritti sociopolitici o economici della persona”

Ciò premesso, posso solo esprimere il mio punto di vista sul femminismo, su ciò che per me rappresenta. Non credo che ci sia una specie di rapporto biunivoco tra le donne e il femminismo. Mi sembra di poter affermare che come ci sono, evidentemente, donne lontanissime dal femminismo pur essendo femmine e pur autodefinendosi “femministe” e pretendendo di rappresentare tutte le donne, così ci sono uomini il cui pensiero è “femminista”, nel senso di cui sopra. Anche se sono maschi. E allora, se mi chiedo qual è la matrice più appropriata e corretta da attribuire al femminismo autentico e sano, lo vedo nella lotta a tutela del debole e dei suoi diritti, contro l’arroganza del più forte; una posizione che condivido al 100%. Il che naturalmente si salda benissimo con la sua storia, perché era logico che questa sensibilità e questa voglia di ribellarsi si sviluppassero prioritariamente presso chi per legge doveva, ad es., “seguire il marito ovunque avesse deciso di stabilire la residenza”; presso chi doveva portare al marito la dote, per il favore che faceva alla famiglia di lei accollandosi un peso; presso chi, equiparata a un minore, non aveva neppure diritto di voto (e sto parlando del secolo XX!). Giusto per fare qualche esempio. Quando ero ragazzino mi appassionavano i film western non per le sparatorie e le scazzottate, ma per il classico e inderogabile stilema sul quale erano costruiti: il protagonista è più debole e per questo subisce una quantità di soprusi da gente più forte e numerosa. Ma poi, con il coraggio e l’onestà, la spunta. Questo per me è il femminismo e in questo senso, per le donne che lo vivono così, sarò sempre un alleato.

Marino Maglietta al Forum Nazionale dei Mediatori

La mediazione familiare: quale futuro?
12 domande a Marino Maglietta

Maglietta_fotoIn una fase di grande e variegato dibattito attorno alle potenzialità delle vie alternative a quella giudiziale per la risoluzione delle controversie chiediamo al Prof. Maglietta, ideatore dell’affidamento condiviso, noto fautore della mediazione familiare ed estensore di proposte di legge che le danno ampio spazio, quali siano le sue attuali prospettive. Ed ecco le domande e le risposte.

Cos’è che attualmente lavora a favore della mediazione familiare e cosa contro?

La mediazione familiare ha un ovvio prerequisito: la necessità che la cornice normativa non prospetti alla coppia un meccanismo vinci-perdi, non proponga un paradigma sanzionatorio, perché in questo modo si creano le premesse della competizione, invece che della composizione del disaccordo. In aggiunta, la previsione a favore di uno dei due e contro l’altro distrugge quella simmetria, quella necessaria equivalenza del potere contrattuale che è indispensabile per giungere ad accordi che abbiano buone probabilità di tenuta; al limite, per poter considerare la coppia mediabile. E’ per questo che se, da una parte oggi finalmente, con la riforma del 2006 la legge soddisfa queste esigenze e quindi favorisce la mediazione, la sua applicazione, con l’invenzione del genitore collocatario, che tiene i figli con sé in misura schiacciante assumendo in pratica ogni decisione del quotidiano, al quale si assegna la casa familiare anche se non proprietario e si trasferiscono risorse economiche prodotte dall’altro, crea premesse quanto mai negative per la mediazione familiare.

Ma a questo si cerca di dare rimedio, magari con ulteriori interventi legislativi?

Sì, sono in lista di attesa alla Camera due proposte, la 1403 e la 1495, che intendono rendere ineludibili le regole già in vigore ma ignorate dalla giurisprudenza, ripristinando l’equilibrio distrutto in fase di applicazione e soprattutto spazzando via a monte la possibilità di vedersi riconoscere per la via giudiziale più di quanto sia ottenibile in mediazione.

E in merito alla mediazione familiare queste nuove proposte dicono qualcosa?

Certamente. Si prevede che le coppie che non sono state in grado di costruire i propri accordi siano tenute ad assumere informazioni presso un centro accreditato di mediazione familiare sulle potenzialità di un eventuale percorso che restano libere di non effettuare. In sostanza, la conoscenza della mediazione familiare diventa condizione di procedibilità per potersi presentare dal giudice. Non ci si separa senza avere, quanto meno, appreso della sua esistenza e consistenza. Quanto meno sarà un “no” consapevole. Nei paesi in cui questo sistema è stato adottato il contenzioso si è drasticamente ridotto. Né c’è il rischio che un rifiuto possa essere mal giudicato dal giudice: questi non saprà mai come e perché la mediazione è fallita, ma solo che non ha avuto successo. Non esiste “relazione del mediatore” al giudice.

Ma allora gli avvocati ne sono tagliati fuori e professionalmente danneggiati?

Niente affatto. Le proposte di legge prevedono che occorra l’assistenza del difensore per accompagnare la coppia dal giudice per l’omologazione degli accordi che, soprattutto per la parte patrimoniale ed economica non può che avvantaggiarsi del controllo e del filtro dei legali delle parti. A parte il fatto che l’accesso alla mediazione familiare è tutt’altro che interdetta agli avvocati. L’avvocato, se vuole, può formarsi come mediatore.

La legge sulla mediazione civile ha avuto ricadute sulla mediazione familiare?

Decisamente sì. Mentre la legge sull’affidamento condiviso, che aveva enormi, e dirette, potenzialità per incidere positivamente, come accennato all’inizio, è restata virtualmente senza effetto a causa di una giurisprudenza che continua a proporre ed applicare modelli profondamente discriminatori, l’obbligatorietà della mediazione civile ha sviluppato la cultura della via alternativa a quella giudiziale, suggerendo la possibilità di chiudere la vertenza guadagnando una notevole quantità di tempo, risparmiando lacerazioni sicuramente maggiori e soprattutto evitando di mettere se stessi e i propri affetti nelle mani di un terzo che difficilmente potrà comprendere tutte le sottili sfumature dei legami affettivi di altre persone. Le associazioni di mediatori familiari riferiscono di un deciso incremento nel numero di richieste di intervento. E siamo solo all’inizio.

Al di là di ciò che si sta preparando, ci sono stati altri interventi legislativi che hanno avuto, o potrebbero avere, influenza sulla mediazione familiare?

Il  cosiddetto “decreto del fare”, ovvero la legge 98 del 9 agosto 2013, ha modificato il codice di procedura civile aggiungendo l’art. 185 bis, che vale la pena di riportare integralmente, data la sua grande rilevanza: “”Il giudice, alla prima udienza, ovvero sino a quando è esaurita l’istruzione, formula alle parti ove possibile, avuto riguardo alla natura del giudizio, al valore della controversia e all’esistenza di questioni di facile e pronta soluzione di diritto, una proposta transattiva o conciliativa. La proposta di conciliazione non può costituire motivo di ricusazione o astensione del giudice”. E’ da notare che, non essendo specificata la materia, questa può essere anche familiare. In sostanza, il giudice può fare una proposta alle parti, ovviamente limitata strettamente all’oggetto del contendere. Questa può essere accettata tal quale dalle parti, ovvero può costituire (quindi non necessariamente) la base per un confronto condotto con l’assistenza di un terzo mediatore, nel corso del quale la soluzione può essere più ampiamente e liberamente modulata, con maggiori probabilità di successo. Da aggiungere la considerazione del fattore psicologico: se la proposta non viene accolta la causa riprende e va avanti con tempi sensibilmente più lunghi, per concludersi con la decisione di quello stesso giudice che ha fatto la proposta rifiutata. Se ne discosterà molto? Da notare anche che l’applicazione dell’art. 185 bis può aversi in qualunque momento della lite e anche in sede di appello. E’ importante anche il fatto che l’accordo ha un valore immediatamente esecutivo. Le parti, se si accordano, possono fare a meno di tornare dal giudice. Saranno i loro legali a far registrare l’accordo senza ulteriori udienze.

Ma tutto questo costituisce una mera opportunità potenziale o ritiene che possa avere ricadute concrete sulla pratica della mediazione familiare?

Sicuramente siamo nella seconda ipotesi, visto che si è già iniziato ad avvalersi dell’art. 185 bis in questioni di diritto di famiglia. Posso citare il provvedimento emesso in data 29 ottobre 2013 dal Dr. Buffone, magistrato della sezione IX del Tribunale di Milano, la sezione da tempo specializzata in materia, che svolge efficacemente una funzione pilota.

E’ stato recentemente costituito il Forum Nazionale dei Mediatori (www.forumnazionaledeimediatori.it). La mediazione familiare ha trovato spazio nella sua attività o questa è limitata alla mediazione civile?

Assolutamente no. Il Forum porta avanti la cultura della mediazione sotto ogni forma, monitorata da un Osservatorio. Non le elenco tutte (sono veramente tante); mi limito a rammentare che si è discusso di mediazione sanitaria come tributaria, agraria, sociale, scolastica e così via. Alla mediazione familiare è stato dato ampio spazio. Ci sono già stati incontri riservati ad essa ed è stato organizzato un tavolo permanente con sessioni specializzate in materia. Un’ottima occasione di incontro e confronto tra i vari gruppi.

Lei, quale membro del Forum, quale intervento porta avanti?

Sto lavorando, in collaborazione con operatori del settore che appartengono a tutte le principali organizzazioni di mediatori familiari, alla elaborazione di un testo di legge che disciplini la figura professionale del mediatore, per fargli avere quel riconoscimento ufficiale che spazzerebbe via le principali attuali obiezioni – forse strumentali: ma questi mediatori chi sono, che preparazione hanno, chi l’ha controllata? Il Forum si è impegnato a sostenere a livello parlamentare il frutto del nostro lavoro, che è già a buon punto, con tutto il peso delle sue non scarse aderenze.

Quale è la situazione negli altri paesi?

Decisamente migliore, quasi ovunque. In Danimarca, ad es., il ricorso al giudice è solo facoltativo. Si può concludere una separazione facendo semplicemente registrare gli accordi da autorità amministrative.  La coppia può fare a meno del tribunale, il che attenua sensibilmente il suo richiamo, la tentazione di giocare sul suo tavolo. Nel Regno Unito si va dal giudice solo in presenza di fatti gravi, altrimenti il disaccordo è risolto dal mediatore, che opera in court. Non c’è competizione tra le due vie, come da noi, ma spazi diversi, competenze differenti. In Norvegia il passaggio preliminare informativo obbligatorio è stato adottato già da diversi anni, con positivi effetti sulla conflittualità. In Francia, infine, la ministra per la famiglia ha annunciato che in gennaio proporrà l’obbligatorietà della mediazione, all’interno della legge quadro sulla famiglia che sta preparando. In sostanza la mediazione familiare si sta affermando velocemente; e così sarà anche da noi. Chi l’avversa sta facendo una battaglia di retroguardia.

Tuttavia, le coppie potranno permettersi anche questa spesa? Con una crisi economica così grave …

Perché “anche”? Se si va in mediazione ci sono buone probabilità di evitare i costi di una lite. Penso che le coppie sapranno fare bene i loro conti e scegliere la via più razionale, di migliori risultati e al tempo stesso di minor sacrificio.

Concludendo, ci sono progetti a livello internazionale per la sua promozione?

Sì, diversi. Per tutti citerei Eirene, il progetto portato avanti per l’Italia da un gruppo di psicologi dell’Università di Padova (Turchi, Gherardini ecc.). Con esso si intendono individuare le migliori strategie per promuovere la mediazione familiare e farne uno strumento di abituale utilizzazione. Hanno aderito anche Regno Unito, Spagna, Romania, Bulgaria e vari altri. Paesi, rappresentativi, in sostanza, di ogni tipo di cultura, a dimostrazione della universalità del concetto e del riconoscimento di efficacia che ovunque gli si tributa. In sostanza, dunque, le premesse ci sono. Adesso tocca a noi.

Intervista di Rossella Pagnotta, psicopedagogista, Giustizia Mite

È finita la stagione di caccia dei bambini: giù le bic

Di Valentina Morana

Il sistema comincia a manifestarsi, colpa del popolo che comincia a ribellarsi.

La lobby dello Sciacallo ha segnato punto. Senza comparire direttamente e fisicamente, è riuscita nell’intento di legalizzare un comportamento illegale. Quello delle false accuse che aumenteranno a dismisura, grazie a una legge sul “femminicidio”. Legge che non tutelerà affatto le vere vittime femminili di violenza, e favorirà moltissimo il falso e interessi economici dei soliti noti. Interessi economici stratosferici. Come nel caso di Val di Susa o di Niscemi in Sicilia. Ci stanno provando anche da noi a Trieste con il rigassificatore, una cosa di una pericolosità enorme, a sentire gli scienziati. Gli ambiti sono diversi e anche le lobby, ma il movimento è lo stesso: da una parte noi società civile che proteggiamo i nostri figli e tutti i bambini, dall’altra loro Sistema. Solo che di Val di Susa o di Niscemi si parla, mentre di noi non fiata nessuno. Di tutta la nostra lotta che si concretizza nelle parole affido condiviso, non si parla, non si scrive nei canali informativi di sistema che sono la maggioranza. A pensarci, noi del condiviso, siamo assolutamente discriminati. Siamo più discriminati dei trans perché siamo assolutamente ignorati. Perciò ci vogliono le pari opportunità anche per noi.

Da questa necessità nasce La Nostra Campagna che trova nel prof. Maglietta il suo Leader. In rete ci sono molti gruppi e associazioni che danno vita al movimento per il condiviso. Noi de La Nostra Campagna non imponiamo niente a nessuno. Noi abbiamo un leader e un progetto con punti programmatici, e abbiamo intenzione di cambiare le cose dentro il Palazzo, per quanto riguarda i bambini e ragazzi, e a caduta tutti. Non ci opponiamo a nessuno, chi non condivide le nostre azioni e il Pensiero e vuole un altro leader, faccia come noi. Questo è il momento delle alleanze. Ci confronteremo sui temi per migliorare. Ma il narcisismo è deleterio e dunque chi non capisce che è arrivato il momento di stringerci a coorte, è meglio che se ne vada, perché l’era del narcisismo è morta.

Qualcuno ci attacca perché abbiamo un leader con idee chiare, che ha dato tutto il suo tempo libero da venti anni a questa parte per l’istituto del condiviso. Se non c’era lui, i tre cuculi che si sono infilati, travestiti da uccelli del paradiso, tra i rami degli alberi di un altro professore che non è il leader de La Nostra Campagna ma comunque è persona per bene, non conoscerebbero questa parola, che è costata tante lotte. Sempre tenute nascoste dal sistema.

Parlando di progetto de La Nostra Campagna, abbiamo accennato alla banca dati dei pedofili, il pool anticrimine, la lotta alle false accuse. Oggi parliamo brevemente delle “case famiglia”.

Le ho viste nascere e ho visto tutte le lotte e le azioni del sistema per arrivarci. Una volta non era così, era vero il contrario. Parliamo di oltre venti anni fa. I bambini che provenivano veramente da famiglie con gravi problemi, erano un numero contenuto ed erano accolti in strutture pubbliche e pochissimi venivano accolti in una famiglia affidataria selezionata con rigore. I genitori naturali erano seguiti da veri educatori, e le famiglie affidatarie in contatto con le famiglie naturali e con i servizi. Alla fine degli anni novanta in prossimità del duemila, era difficile trovare famiglie disponibili ad accogliere bambini e ragazzi per lo più a proprie spese.

Ma ci ha pensato la Lobby dello Sciacallo. E così è nata una legge che andava a chiudere tutti i centri pubblici di accoglienza per bambini e ragazzi, e incentivava tutte le forme a pagamento di assistenza e simili. “Famiglie affidatarie professionali”, centri privati di terapia e comunità per minorenni “abusati”, “comunità”, “case famiglia” private e della chiesa. Un mucchio di lavoro per tanti parassiti. Ma per lavorare mancava la materia prima. A quella ci ha pensato il sistema con azioni che hanno tutte le caratteristiche del rapimento di bambini e ragazzi, preparato a fasi nel tempo. Unico ostacolo l’affido condiviso. Preso per altro a mazzate in molte parti di Italia, dai controllori che nessuno controllava fino a poco tempo fa.

Bambini strappati ai loro genitori con tutte le scuse possibili e immaginabili: dalla falsa accusa alla alienazione genitoriale usata a scopi diversi, dalla conflittualità genitoriale alla mancanza di soldi, dall’essere vittima di pedofilo esterno alla famiglia o aver saltato la scuola, dall’essere stranieri al non avere le tende in casa o i lampadari. Tanto chi li controlla? Ricoprono tutti i ruoli professionali che intervengono in materia. Anche nel mio ambito purtroppo. Questo è veramente seccante.

Bambini e ragazzi vengono strappati ai loro familiari e urlano in tutta Italia il loro dolore. Una vergogna incommensurabile come quella della mamma e della bambina kazache, trattate in modo spregevole dal sistema, le cui azioni sono sotto gli occhi di tutti.

Non mi esprimo mai su gruppi che non conosco. Ad un certo punto, durante la battaglia contro il sistema della case famiglia, compare una donna che ricorda una delle guerriere dell’Ordine delle Dame con la Scure. Antonella Flati, che comincia a guidare la lotta contro questo schifo. Ha vissuto sulla sua pelle l’esperienza e sa di cosa parla. Mette su un gruppo con Rosanna Romano e Antino Sanzone che chiameranno Pronto Soccorso Famiglia e da tre anni combattono per liberare i bambini dalle case famiglia del sistema. Da un anno sono associazione. Si occupano di circa 50 bambini e ragazzi. Non so se mi spiego. Lo fanno a spese e tempo loro. E con loro molti altri che aiutano. Ho avuto il piacere di aiutare un bambino seguito da loro e ho constatato la loro serietà di azione. Lì il narcisismo non ha luogo. C’è collaborazione e condivisione, fatica e impegno volontario, fatto di azioni concrete che arrivano nelle aule dei tribunali e iniziative come quella del prossimo 13 agosto a favore delle famiglie. Il proprio tempo a disposizione degli altri. Per aiutare e basta.

PSF si muove molto anche a livello politico perché ha capito che è dentro il Palazzo che bisogna cambiare le cose. Organizza convegni a tema portando dati. Tipo: 15.000 bambini in comunità in Italia, retta annuale media a bambino 31.000 euro; totale 465.000.000 euro all’anno. Dati difficili da conteggiare per le resistenze dei controllori.

A questi dati vanno aggiunti tutti gli euro provenienti dalle false accuse, (che aumenteranno con l’incredibile legge sul “femminicidio” come pure di conseguenza i bambini in comunità), gli euro provenienti dai “centri per bambini maltrattati” e dalle pseudoformazioni, come pure di tutte le forme di affidamento a pagamento. Facendo un conteggio comunque approssimativo per resistenza nel raccogliere i dati, arriveremmo a una cifra che si avvicina alla vera, annuale, e che è molto superiore a quella citata sopra. Ai matematici e statistici l’onere della raccolta numeri e calcolo.

E per non mancare di rispetto alle azioni della lobby che ci riguarda, a quel calcolo vanno pure aggiunti tutti gli introiti per i centri antiviolenza del sistema, che sono la maggioranza e non sono veri, anche se fanno finta di esserlo. E’ ovvio che anche questi introiti aumenteranno grazie al “femminicidio” e di molto, perché sono previste le formazioni e tutto il resto come per i bambini e ragazzi. Che gran furboni sono i tre scalzacani all’origine del tutto. In venti anni hanno accumulato un gran capitale, chissà dove l’hanno messo.

Noi de La Nostra Campagna vogliamo porre fine a tutto questo. Con Marino Maglietta alle Pari Opportunità e la collaborazione di PSF e di tutti i gruppi che operano seriamente in questo delicato campo, mettiamo a posto le cose. Le pari opportunità valgono per tutti e abbiamo bisogno di una persona che sappia fare leggi e che conosca la materia. E il nostro leader la conosce perché le case famiglia sono l’ennesima pietra lanciata contro il condiviso. Le cose sono in movimento e cambierà tutto nel nostro Paese. La storia insegna e ripete cicli, sempre nell’obiettivo di arrivare a un’armonizzazione della terra, interrotta spesso da umani e subumani assetati di potere e ingordi in modo devastante. Anche da noi come in tutto il mondo mi sembra a ben guardare.

E’ stato detto tempo fa a Montecitorio che alle prossime elezioni entreranno come ministri molti tecnici della società civile. Veri tecnici insomma. Noi pensiamo che Marino Maglietta sia la scelta migliore per tutti, e da ministro non avrà più le mani legate come fino a ora. C’è chi se ne rende conto e chi no, perché non ha preso mai botte in faccia dal sistema. E dunque noi combattiamo per vincere. Per vincere contro il sistema, i suoi servi e i suoi parassiti.

 

Perché francamente ci siamo stancati delle vostre idiozie.