C’era una volta un “casalingo” alla corte del Miniver (Largo Orwell n.19/84)

Cari lettori e cittadini, tutto è cominciato quando una mamma mi ha contattato per chiedermi un parere su “Il gioco del rispetto”. La prima parte di questo scritto è stato pubblicato sul blog http://www.vitanuova.it e riguarda le figurine “Mamma e Papà”, la seconda parte dello scritto è stata pubblicata sul settimanale Vita Nuova di Trieste del 27 marzo 2015 e riguarda le figurine “Casalinga e Casalingo” e “Calciatrice e Calciatore”. Si tratta di un percorso. Questo è l’inizio

dal blog di Vita Nuova Trieste

 

giocodelrispetto

Gioco del Rispetto: perfino i disegni non vanno bene

Nel Gioco del Rispetto vengono usati disegni che non favoriscono la maturazione dei bambini. Facciamo un esempio.

di Dott. Valentina Morana
Psicologa investigativa-Psicoterapeuta

Su richiesta di un genitore che mi ha contattato per una spiegazione tecnica di questa scheda, così rispondo:
Questa scheda viene proposta a bambini di ¾ anni, cioè soggetti in formazione, come spunto educativo. Da quello che si può osservare, tutti i soggetti rappresentati non hanno orecchie né naso. Le figure in giallo e nero hanno il braccio sinistro nascosto dietro la schiena, le figure in verde invece hanno la mano destra nascosta. Il soggetto raffigurato come papà ha i capelli come il soggetto raffigurato vicino alla “figura mamma”, e ugualmente il soggetto raffigurato come mamma ha i capelli come il soggetto raffigurato vicino alla “figura papà”.

Analisi
Qui gli adulti e i bambini sono rappresentati come fotocopie, e i bambini hanno abbigliamento identico: questo crea confusione in chi deve osservare, e soprattutto creare la propria immagine. La mancanza del naso, delle orecchie, delle braccia e delle mani, rendono difficile al bambino, la identificazione dello schema corporeo che è in costruzione in quel periodo. Perché il bambino apprende soprattutto dall’osservazione. Le orecchie ma soprattutto il naso, sono aspetti fisici identificativi del sesso dell’individuo, e qui sono assenti. Però parliamo di bambini in formazione, che in quanto tale, necessitano di tutti i punti di riferimento dello schema corporeo. Da questo punto di vista, questa scheda è un errore tecnico per l’età a cui è rivolto.
C’è poi la mano nascosta. Nei bambini può stimolare lo stato d’animo del timore, come espresso alle volte da quei bambini che per timidezza o timore, mettono entrambe le mani dietro la schiena, o nascondono una delle due. Oppure quando hanno difficoltà di contatto. Perciò l’immagine rischia di stimolare questo.
Creare due immagini simili, senza elementi identificativi, in realtà complica la conoscenza di sé e del mondo. L’immagine ambigua (nel senso letterale del termine) crea il dubbio, con eventuali ripercussioni sulla crescita psicofisica dei bambini. Noi psicologi, sappiamo molto bene che il dubbio nell’essere umano, è come un mostro psichico che frena l’azione e la propria autodeterminazione.

 

dal settimanale Vita Nuova Trieste

Mi è stato chiesto di analizzare il contenuto del kit “Il gioco del rispetto”. Comincio dalle figurine (memory card). Ho suddiviso lo studio in tre blocchi: il primo blocco contiene le figurine pilota raffigurate come “mamma” e papà” e sono state già brevemente analizzate e descritte; il secondo blocco contiene le figurine maschio e femmina e il terzo blocco le figurine neutro.

Questo è il secondo blocco. Ho scelto due esempi.

Primo esempio maschio e femmina:

                                                  CASALINGA     CASALINGO

casalinghi copia

 

Le due figure, che dovrebbero rappresentare il maschio e la femmina, sono assolutamente identiche, a parte il particolare dei capelli. Per un bambino di tre, quattro o cinque anni, stabilire le differenze è impossibile perché mancano aspetti sia maschili che femminili. Però stabilire le differenze è necessario per apprendere. L’immagine dello stirare non rimanda a un’espressione di parità familiare ma rimanda a un’immagine sterile, priva di elementi identificativi del corpo umano, come scritto in precedenza. Il bambino in crescita ha bisogno di decodificare le informazioni del mondo, per conoscere chi è lui e chi sono gli altri. Le divise che le due figure portano, non descrivono la realtà concreta del vivere, ma richiamano piuttosto echi orwelliani.

Qui possiamo osservare l’introduzione di uno stereotipo.

Oggi molti padri stanno in casa, mentre le mogli lavorano. Poi ci sono genitori che lavorano entrambi e che in casa si suddividono i compiti. Perciò catalogare in questo modo “casalinga-casalingo” due figure che stirano, crea sicuramente confusione nei bambini che hanno i genitori che stirano entrambi e che lavorano.  Ricordiamoci che parliamo di esseri umani in crescita, che apprendono e decodificano le informazioni e le emozioni visive, in modo diverso dall’adulto.

 

Secondo esempio: maschio e femmina

                                             CALCIATORE      CALCIATRICE

Risultati immagini per la calciatrice nel gioco del rispetto
In queste due figurine, è possibile maggiormente osservare, l’abbattimento delle differenze fisiche tra maschio e femmina. I capelli e la maglia leggermente più ampia nella figurina calciatrice, dovrebbero avere la funzione di rappresentare la femmina. E’ evidente la forzatura. Solo che per un bambino, che deve decodificare il mondo attraverso l’identificazione delle differenze, queste immagini rendono impossibile questa azione.

I visi di tutte le figurine segnate come memory card, sono tutti identiche, senza naso e senza orecchie, cioè senza aspetti morfologici che descrivono la struttura umana: è perciò rappresentata incompleta e piatta. Ma quando si propone ai bambini un contenuto di conoscenza, deve essere completo, per aiutarlo a identificarsi e a identificare. In questo caso, trattandosi dell’Uomo e del suo sviluppo, lo schema corporeo rappresentato, doveva essere completo e preciso. Anche per avere una traccia base, che permetta, in casi di disagio, di osservare le eventuali mancanze nel disegno del bambino. Se l’adulto toglie, (in questo caso dal disegno), non è poi più possibile lavorare sulle eventuali mancanze spontanee del bambino nel disegno, perché indotte in partenza.

La prima cosa che un bambino osserva della persona, è il viso perché il viso è comunicazione. Ma qui i visi sono tutti uguali e sono associati a divise di vario tipo. Questo induce caos e non è rappresentativo della realtà che ci circonda. L’approccio al disegno da parte del bambino è molto diverso da quello di un adulto. I bambini devono essere lasciati liberi di disegnare e non devono essere veicolati dentro schemi rigidi, come qui invece appare.

Dott. Valentina Morana

Continua…

Spunti di riflessione sul gender

La Nostra Campagna ospita uno scritto redatto da don Massimo Lapponi, sacerdote benedettino dell’Abbazia di Farfa e docente presso la facoltà di filosofia del Pontificio Ateneo di Sant’Anselmo, e dall’avvocato Monica Boccardi. Si tratta di un manifesto che raccoglie all’interno riflessioni sull’Uomo e il suo divenire:

 

Manifesto del movimento giuridico femminile contro la ginecofobia

Secondo una prassi, che si sta diffondendo già nelle scuole primarie, e anche dell’infanzia, in conformità con la teoria del gender, si insegna, fin dalla più tenera età, che l’essere biologico-strutturale della donna – come quello dell’uomo – non costituisce una realtà naturale che va rispettata come fonte di identità e di diritti, ma che tutto il complesso psico-identitario femminile – come quello maschile – è un puro prodotto socio-culturale, per sua struttura soggetto a cambiamenti che possono estendersi dalla transizione dal genere maschile al femminile e viceversa ad ogni possibile orientamento sessuale (genere neutro).

La suddetta prassi, e la teoria su cui essa si fonda, costituisce una violazione e una discriminazione indebite dei diritti non di una minoranza, bensì di una maggioranza – violazione e discriminazione ancora più gravi di quelle che possono avvenire nei confronti di una minoranza.

Infatti il numero dei soggetti interessati, e potenzialmente lesi, comprende la stragrande maggioranza delle donne di tutto il mondo – qui si prendono in considerazione principalmente le donne, anche se un discorso analogo va fatto anche per gli uomini – e rappresenta più della metà del genere umano, onde il rispetto del suo essere, e dei diritti che da esso derivano, è assolutamente determinante per il futuro di tutte le nazioni.

Quesito fondamentale: costituisce violazione di diritti fondamentali e discriminazione il fatto di negare a una persona umana, fin dall’inizio della sua esistenza, il valore di realtà del suo proprio essere biologico-strutturale e l’esistenza di diritti che da esso derivano, e allo stesso tempo pretendere di affermare come inviolabile la realtà di un’identità psichica in contraddizione con l’essere biologico-strutturale proprio ed attribuirle diritti di rango uguale se non addirittura superiore?

La risposta non può essere che positiva: vi è violazione e discriminazione in tale operazione.

Se un’identità assolutamente minoritaria, e non fondata sull’essere proprio, viene considerata quale realtà inviolabile e fonte di diritti assoluti, con fondamento assai più consistente un’identità immensamente maggioritaria e fondata sull’essere proprio deve essere considerata quale realtà obiettiva inviolabile e fonte di diritti inalienabili da essa scaturenti, pena la palese e insostenibile contraddizione.

La contraddizione appare palese se si considera che in alcune nazioni, mentre non si permette che vengano proposte terapie per ricondurre gli omosessuali allo stato di eterosessualità, nello stesso tempo si permette che si prospetti fin dall’infanzia, come cosa normale, che si possano praticare percorsi psichici e fisici per transire dal genere femminile al maschile e viceversa. Dunque lo stato psichico omosessuale è così normale da non poter essere toccato, mentre lo stato bio-psichico femminile – ovvero maschile – è così poco normale da poter essere pubblicamente presentato come liberamente manipolabile?

Come, dunque, è stato introdotto il termine “omofobia” per indicare la vera o presunta violazione dei diritti e discriminazione nei confronti di un’identità psichica in contraddizione con l’essere biologico-strutturale proprio, analogamente, e con maggior ragione, va introdotto il termine “ginecofobia” per indicare la violazione dei diritti e la discriminazione nei confronti dell’identità psichica della donna, in quanto inalienabilmente fondata sul suo essere biologico-strutturale innato.

La prassi educativa scaturente dalla teoria del gender, con un modo di procedere che legittimamente può, e deve, essere chiamato “ginecofobico”, vorrebbe imporre alla donna, fin dall’infanzia, di considerare il suo proprio essere come non esistente in quanto realtà strutturale, e perciò intercambiabile.

E, con la negazione dell’essere proprio della donna, alla medesima vengono, conseguentemente, negati i diritti che da esso naturalmente derivano: il diritto, cioè, di essere considerata la naturale partner della realtà biologico-strutturale maschile e quindi la naturale procreatrice ed educatrice, insieme al suo partner maschile, della vita umana nascente.

La negazione del fondamentale diritto delle donne ad essere se stesse, cioè esseri femminili, si accompagna con la contraddittoria pretesa di conferire questo diritto – che nelle premesse del movimento ginecofobico non può essere considerato un diritto, perché si tratta di una costruzione culturale transitoria e infinitamente mutabile – a persone che hanno dalla nascita un essere biologico-strutturale maschile.

Ma il modo in cui i suddetti diritti vengono esercitati da persone dall’essere biologico-strutturale maschile è necessariamente diminuito rispetto al medesimo esercizio del diritto, che, in quanto tale, viene negato alle donne.

Ne consegue, dunque che si abbiano, in successione temporale e logica, le seguenti mutazioni del concetto di diritto connaturato alla persona:

  1. il diritto naturale, fondamentale, assoluto ed inalienabile ad affermare la propria identità complessivamente considerata, comprendente l’appartenenza al proprio sesso biologico, da considerarsi la risultanza naturale necessaria dell’essere biologico-strutturale femminile delle donne, viene negato e sostituito con una semplice mutevole convenzione sociale;
  2. il diritto, di costruzione concettuale, che si pretende equivalente al diritto sopra menzionato, come un tempo era esercitato dalle donne, viene conferito per legge (im)positiva a persone aventi per nascita un essere biologico-strutturale maschile;
  3. il medesimo diritto, così artatamente conferito, finisce per essere esercitato necessariamente in forma diminuita e caricaturale rispetto alla sua forma naturale – la forma diminuita e caricaturale di detto diritto apparendo evidente, nelle situazioni in cui esso è esercitato, dal genere di rapporto fisico tra partner aventi lo stesso essere biologico-strutturale, dall’eventuale scimmiottatura chirurgica dell’essere biologico-strutturale della donna, dall’estensione del linguaggio e delle funzioni dei rapporti parentali a generi di rapporto diminuiti e caricaturali rispetto ai rapporti naturali con la prole.

Da questa ricostruzione deriva che i diritti, sottratti per ginecofobia alla classe così immensamente maggioritaria delle donne, vengono poi reintrodotti – a vantaggio di una sparuta minoranza di persone dall’essere biologico-strutturale maschile, eventualmente modificato, e a svantaggio della maggioranza costituita da persone dall’essere biologico-strutturale femminile – in una forma che per tutti, necessariamente, risulta diminuita.

Infatti, se alla persona dall’essere biologico-strutturale femminile viene negato, fin dalla nascita, il diritto di essere ciò che è, perché l’altro possa essere ciò che non è, ella potrà ritenere il suo essere soltanto quale forma socio-culturale artificiale e quindi mutevole, dalla quale non possono scaturire se non diritti artificiali e mutevoli: gli stessi diritti, dunque, che la legge positiva conferisce agli altri.

Il suo rapporto con il coniuge, dunque, non sarà considerato diverso dal rapporto contro natura degli altri, né da esso scaturiranno particolari obblighi o dimensioni spirituali proprie; analogamente il suo rapporto con la prole non sarà considerato diverso dal rapporto con la “prole” degli altri, e perciò non potrà vantare, di fronte allo stato, diritti di paternità-maternità educativa diversi da quelli, artificiali e mutevoli, che eserciteranno gli altri.

Se infatti si ammette – come è ormai prassi ordinaria del movimento ginecofobico – che la prole non ha bisogno né per essere considerata tale, né per un suo positivo sviluppo umano, delle “obsolete” figure dell’uomo/padre e della donna/madre, quali diritti, diversi da quelli di un “responsabile” di qualsiasi genere o orientamento, potrebbe la donna-madre vedersi riconosciuti?

Nel caso – per fare un solo esempio – di una separazione dal coniuge e della successiva convivenza di quest’ultimo con una persona del suo stesso sesso biologico, l’affidamento dei figli, per conseguenza logica, dovrebbe essere determinato non tenendo alcun conto dell’essere biologico-strutturale della madre.

E’ ovvio, dunque, che i diritti, originariamente legati all’essere biologico-strutturale della donna, una volta negata la realtà naturale inviolabile di detto essere, necessariamente verranno separati da esso e, in questa loro nuova forma, non potranno non essere diminuiti, e come tali soltanto, ritornare all’essere della donna da cui erano originariamente scaturiti.

Il fondamento di questa degradazione dei diritti fondamentali della donna, e della conseguente discriminazione di essa nel confronti delle minoranze con identità psichica difforme dalla propria realtà strutturale, è, come abbiamo detto, la “ginecofobia”, cioè il rifiuto di accettare la realtà biologico-strutturale della donna come reale e inviolabile, al fine di poter presentare come realtà fondata e, come tale, avente diritti inalienabili, l’identità psichica difforme dal proprio essere strutturale.

Contro questa violazione, che con pretestuose motivazioni giuridiche si sta estendendo a tutto il mondo, le donne hanno deciso di unirsi in un movimento giuridico internazionale che ha la finalità di riaffermare con determinazione, contro ogni ginecofobia, la realtà assolutamente inalienabile del loro essere biologico-strutturale, con tutti i diritti che necessariamente ne derivano, e in particolare il diritto ad essere considerate le sole vere detentrici della facoltà di generare ed educare figli in piena armonia di vita comune con il proprio partner maschile, senza in alcun modo tollerare che tale diritto venga esteso a chi non detiene la realtà del loro essere inalienabile, risolvendosi necessariamente tale estensione indebita ad una degradazione dei caratteri che i rapporti coniugali e parentali hanno naturalmente e dei quali in alcun modo esse intendono essere defraudate.

Si invitano pertanto tutte le donne coscienti della loro dignità minacciata ad aderire fattivamente a questo movimento e ad impegnarsi per vedere riconosciuta come inammissibile in tutte le sedi istituzionali, nazionali e internazionali, la violazione ginecofobica, e la conseguente discriminazione, del loro essere biologico-strutturale femminile e dei diritti che da esso derivano.

 

(testo redatto in collaborazione da Don Massimo Lapponi e Monica Boccardi)

La Nostra Campagna e il Gioco del Rispetto

“Bisogna insegnare ai bambini a pensare, non a cosa pensare”
Margaret Mead – antropologa statunitense

IL GIOCO DEI BAMBINI E IL RISPETTO DEGLI ADULTI

di Silvia Alicandro

La mia lunga esperienza, ormai quasi trentennale, nel campo dell’educazione e della tutela dei bambini e delle famiglie mi induce ad esprimere una riflessione in merito al dibattito, anche a livello internazionale, che si è aperto intorno all’inserimento, nelle scuole della prima infanzia di Trieste, del “Gioco del rispetto” che ha l’obiettivo, come si legge nelle linee guida, di “anticipare l’insegnamento al rispetto di genere tramite il superamento degli stereotipi e di favorire una cultura e un’educazione alle pari ed eque opportunità tra bambini e bambine, di contrastare forme di conflittualità e violenza”.

Alcuni dei giochi proposti fanno parte di quello che si considera il gioco simbolico, importantissimo nella prima infanzia per sviluppare nel bambino meglio le sue abilità cognitive, socio-affettive e relazionali.
Poiché verso i 18-24 mesi del bambino, comincia a manifestarsi il pensiero egocentrico, nello stadio pre-operatorio (J. Piaget), sia nell’asilo nido che nella scuola dell’infanzia (dove i bambini di quattro anni cominciano a sperimentare il pensiero simbolico), vengono predisposti, dagli educatori, angoli e giochi che favoriscono questa fase dello sviluppo e le successive, quindi, troviamo l’angolo della “casetta” e quello dei “travestimenti” con materiali vari (cappelli, borse, foulard, cravatte, scarpe, spade, bacchette magiche, pentole, piatti etc.).
Questo materiale consente ai bambini e alle bambine di esprimersi in giochi di finzione, d’identificazione e di immaginazione, rappresentando, ad esempio, azioni di cui sono stati testimoni e di imitare ciò che accade nella realtà o nella loro immaginazione. In genere l’educatore ha un ruolo di supporto, ma non di protagonista e quindi interviene solo se il bambino richiede il suo coinvolgimento. L’osservazione di questi giochi, invece, è molto interessante per l’educatore perché gli permette di capire meglio il mondo in cui vive il bambino e come vi si relaziona.
Ora, durante lunghi anni di lavoro in queste strutture, non ho mai sentito e rilevato stereotipi tra i bambini; non ho mai sentito dire ad una bambina “Tu Marco non puoi entrare nella casetta perché sei maschio”, nè ad un bambino “Tu Francesca non puoi metterti l’elmo da cavaliere perché sei femmina” o ancora “Tu che sei femmina non puoi fare il dottore o tu che sei maschio non puoi fare il cuoco..”
Di questi esempi naturalmente potrei farne all’infinito; quindi mi chiedo: Come mai si deve inserire un progetto di questo tipo per eliminare stereotipi nei bambini che, sempre secondo il progetto in questione “…è ovvio che quando i/le bambini/e avranno bisogno di sintetizzare e semplificare utilizzeranno stereotipi…come gli adulti”?
Perché “…bisogna spezzare l’idea che la casa sia per le bambine e il castello per i bambini..”, se nessuna educatrice o educatore con cui ho lavorato ha mai fatto questo tipo di distinzione, ma ha semplicemente assecondato gli interessi dei bambini e delle bambine offrendo loro giochi di vario tipo?
Gli adulti che lavorano in queste strutture educative, come nella scuola o i genitori in famiglia, non rispetterebbero gli interessi dei bambini se gli impedissero di esprimersi pienamente e di sviluppare i loro talenti, nè se impedissero alle bambine di saltare e arrampicarsi e ai bambini di preparare il pranzo nella “casetta”.
Il rispetto non è un gioco, è una cosa seria: o c’è o non c’è.
Piuttosto credo che il problema degli stereotipi appartenga agli adulti basta pensare alla pubblicità.
Molti adulti non insegnano il rispetto ai bambini perché sono i primi a non rispettarli quando, ad esempio, alzano la voce o le mani per sopraffarli; quando se li contendono con il genitore da cui si sono separati privandoli di un padre o di una madre ancora vivi; quando li abusano o li usano come merce di scambio; quando non si prendono cura dell’ambiente in cui vivono o quando non supportano le famiglie in cui dovrebbero crescere i bambini. E l’elenco, come al solito, è lungo.
Mi chiedo se queste considerazioni siano state sufficientemente espresse da educatori e coordinatori pedagogici quando è stato loro presentato il progetto di cui si parla tanto sia a livello nazionale che internazionale.
Non mi è chiara l’affermazione delle autrici “…non abbiamo pretese di entrare nello specifico della programmazione gestita in autonomia…” visto che si danno precise indicazioni di giochi e di interventi educativi che dovrebbero fare gli insegnanti. In questo caso considererei più opportuno lavorare con gli adulti per capire se nelle loro relazioni familiari o nella vita lavorativa e sociale, esprimono degli stereotipi e precludono ai loro figli delle strade che ritengono adeguate solo a “maschi” o a “femmine” secondo le loro convinzioni e pregiudizi, senza rispettare i loro naturali interessi e i loro talenti.

Noi ci aspettiamo un dibattito pubblico su questo progetto e un confronto nelle sedi dedicate nel massimo rispetto delle singole professionalità.

I bambini non chiedono altro che di essere tutelati e amati da adulti attenti e responsabili e di essere rispettati nel loro naturale modo di essere.

Intervento di Marino Maglietta a Radio Radicale

Di seguito la registrazione dell’intervista a Marino Maglietta, su Radio Radicale il 9 dicembre 2014. Si tratta di un intervento estremamente tecnico sul condiviso. Gli amici delle associazioni dedicate a questo tema, ascoltando, possono farsi un’idea di cosa sta succedendo dentro il Palazzo.

Ciclo sul DIVORZIO BREVE, conduceva Diego Sabatinelli, ospiti Marino Maglietta e la sen. Rosanna Filippin, relatrice del DGLS 154.

Alienazione e audizione del minorenne: Il bambino a un passo dal baratro

Di seguito la relazione della dott. Valentina Morana, al convegno di Trento del 20 ottobre 2014. Preso dal sito di “Figli per Sempre” Trento Bolzano

Trascrizione della conferenza “Alienazione e audizione del minorenne” – Trento 20/10/2014
Alienazione e audizione del minorenne

Il bambino ad un passo dal baratro

dott.ssa Valentina Morana
(psicologa investigativa,Trieste)

Lunedì 20 ottobre 2014 ore 15.00 Continua a leggere

Verifica del Convegno di Trieste

Cari lettori di questo blog,
Riprende l’attività de La Nostra Campagna. Cominciamo con il pubblicare il verbale del Convegno di data 10 luglio 2014, a chiusura dell’evento e per trasparenza.

Verbale di Verifica

“Il segreto di Pulcinella e i Diritti dei Bambini – la Scienza e l’Informazione a tutela dell’Infanzia “
Trieste, 10 Luglio 2014

I componenti del gruppo di lavoro de La Nostra Campagna, si riuniscono il giorno 11 luglio 2014, per una prima verifica del Convegno organizzato a Trieste il 10 luglio 2014.
Si è potuto osservare che la sala era quasi piena (100 posti), nonostante il periodo estivo.
Presenti molti professionisti, tra cui educatori, coordinatori pedagogici, insegnanti, ricercatori, psicologi e anche genitori, studenti, impiegati, pensionati, che hanno seguito con attenzione le relazioni dei vari interventi (pubblicati sul sito http://www.lanostracampagna.org).
Gli atti del Convegno sono sotto forma di video e sono visibili da chiunque.

Visti i temi trattati per la prima volta in un Convegno scientifico, mirati ad attirare l’attenzione sui diritti dei bambini e delle famiglie e a dare informazioni scientifiche in merito, si è volutamente dato molto spazio al dibattito del pubblico.

Nonostante tale spazio fosse stato preannunciato e assicurato dalla moderatrice, durante l’ultimo intervento di una mamma, che presentava alcuni libri per bambini, su come viene al mondo un bambino figlio di adozioni gay, una persona del pubblico, senza qualificarsi, ha interrotto la relatrice in malo modo, chiedendole, se avesse intenzione di leggerlo tutto, e quando iniziava il dibattito. Alla rassicurazione della moderatrice che subito dopo avrebbe avuto la parola, quando iniziava il dibattito, la stessa persona ha atteso la fine dell’intervento per riprendere la parola e ha accusato i relatori di aver screditato figure professionali che secondo lui, invece, lavorano per la tutela dei bambini. Quando un’altra persona del pubblico (qualificatosi come genitore) ha ribadito che, invece, molti professionisti non lavorano in modo corretto, per sua stessa esperienza, questi è uscito urlando dalla sala e indicando tutti i relatori al tavolo, ha gridato: “Non date retta a questa gente, sono una setta.”
Da quello che urlava e che tutti hanno potuto sentire, ci è sembrato che il problema fosse stato quello delle case famiglia. Nonostante gli fosse più volte chiesto di calmarsi e di proseguire con un confronto tranquillo e senza insultare, lasciava l’aula.

La moderatrice ha cercato ancora una volta di offrire altro spazio, richiamando però a toni di rispetto e ribadendo che tutti avrebbero avuto spazio per esprimere la propria opinione per un reale confronto.
Subito dopo, dal relatore Francesco Toesca, attivista de La Nostra Campagna, che aveva informato sulla situazione delle case famiglie, è stato ribadito che nessuno e tanto meno lui, aveva mai affermato che tutti i professionisti (avvocati, giudici, psicologi, assistenti sociali etc.) sono impreparati o collusi, ma che alcuni di questi non agiscono nel vero interesse dei bambini e delle famiglie.
La moderatrice ha posto, a questo punto, un’osservazione in merito ai bambini rinchiusi nelle case famiglie e ha riportato alcuni numeri di paragone: in Germania si parla di circa 8.000 bambini in casa famiglie, contro i quasi 50.000 dei bambini in Italia, nonostante la notevole differenza di popolazione. Solo questo dato basterebbe a far riflettere sul perché e su chi vuole continuare a guadagnare da queste situazioni.

La discussione è quindi continuata anche in particolare sulle adozioni ai gay, l’opportunità della mediazione e dell’affido condiviso, la possibilità di offrire maggior sostegno alle famiglie invece di incrementare il mercato delle case famiglie.

Alle 20,00 si è concluso il dibattito nella sala, ma alcuni confronti sono continuati anche durante la cena con i relatori e alcuni dei partecipanti. In particolare si è dialogato con i cattolici e le Sentinelle in Piedi, insieme a professionisti di varie discipline.

E’ opinione dei componenti de La Nostra Campagna, che bisogna continuare il lavoro di informazione scientifica su tutto il territorio nazionale.

La verbalizzante: Dott. Silvia Alicandro
(Responsabile organizzativa del Convegno)

Trieste, 11 luglio 2014

Da una goccia a un fiume in piena, questo è il blog de La Nostra Campagna

Eccoci, siamo tornati. Abbiamo subìto una battuta di arresto, a causa di uno che ci aveva scambiato per schiavi, al servizio della sua attività economica in itinere.

Questo è il nostro blog, è ancora in fase di crescita, dobbiamo inserire ancora documenti e testi. Il blog della Nostra Campagna è a base scientifica, e non si identifica con nessuna forza politica o simile.

Noi combattiamo per i diritti dei bambini, ragazzi e famiglie, e lo facciamo dal punto di vista scientifico. La Nostra Campagna, nata a fine giugno scorso, e mai defunta, contrariamente a quanto affermato dalla persona che ha lasciato il gruppo, intende difendere e promuovere i diritti dell’Infanzia e della Famiglia. Abbiamo alle spalle oltre venti anni di conoscenza, di come si muove la politica in tema di infanzia e famiglia, e per questo, abbiamo deciso di prendere una posizione nostra, di società civile. Perché dentro il Palazzo, poco o niente si è fatto per i bambini e ragazzi o famiglie negli ultimi venti anni, e ogni volta è stata battaglia cruenta per ottenere una cosa da niente, una goccia nell’oceano. Per questo è nata La Nostra Campagna ed è aperta a tutti.

La Nostra Campagna intende promuovere informazione e conoscenza attraverso questo blog, convegni, la rete e azioni mirate come interrogazioni parlamentari e tutto ciò di più opportuno e legale.

 

Noi pensiamo che i bambini abbiano una loro dignità di esistere, e che la famiglia vada difesa dai poderosi attacchi che subisce ultimamente. La famiglia nel mirino dell’ideologia. Ecco, noi invece crediamo, che la famiglia sia necessaria alla sviluppo armonico dei bambini e che sia la base di tutto. Senza famiglia l’intero pianeta va in tilt, basta fermarsi un momento a pensarci. Perciò difendere la famiglia significa difendere tutto.

 

 

 

 

La famiglia oggi è sotto attacco

Di Silvia Alicandro Il nuovo anno non porta buone novità per le famiglie e per i bambini e anzi, quella che si può considerare una pessima politica, sta cercando di vanificare il lavoro di chi, da molti anni ormai, si batte per tutelare i diritti dei più deboli. Con il D.Lgs 28 dicembre 2013 n. 154 sulla filiazione, in attuazione della L.10 dicembre 2012 n. 219, si è consapevolmente smantellata la L. 54 del 2006 e sono stati vanificati 12 anni di dibattito parlamentare e di confronto scientifico. Dal 7 febbraio questo decreto è stato convertito in legge e ora molte cose cambieranno per i genitori che decidono di separarsi e per i loro figli. Continua a leggere