Genesi e Sviluppo del “Sistema Bibbiano” – da scenarieconomici.it

Riportiamo qui il link all’articolo scritto dalla dott.ssa Valentina Morana e pubblicato su scenarieconomici.it:

“Vi presentiamo la storia di come si sia generato il sistema Bibbiano, un processo che non è stato immediato e rapido, ma che deriva da una evoluzione ideologica e politica di lungo periodo. A parlarne è una esperta, Valentina Peloso Morana psicologa-psicoterapeuta e psicologa investigativa, …”

 

QUANDO GLI ORCHI SI NASCONDONO DIETRO LA PAROLA “MINORI”    –    Come e quando nasce il Sistema

di  Valentina Morana

Dopo i recenti fatti di cronaca e le numerose richieste pervenuteci, pubblichiamo la storia del Sistema e il suo sviluppo attraverso una serie di video al fine di descrivere cosa accade da troppi anni sulla pelle dei bambini e dei loro familiari.

video 1: Introduzione

video 2: La nascita del Sistema

Master in Psicologia Investigativa

Il CeNAF in collaborazione con La Nostra Campagna organizza un Master in Psicologia Investigativa a Palermo.

Obiettivo di questo Master è trasmettere contenuti di conoscenza in merito alle diverse situazioni che si incontrano in tribunale sia in ambito civile che penale, insieme a uno strumento di lavoro. Tale strumento è costituito dallo studio di tutti gli atti, dalla raccolta e analisi delle prove, dalla diagnosi differenziale e dalle operazioni di sintesi che portano alla soluzione del problema posto.

 

Il Master abbraccia sia l’ambito civile che quello penale e proprio perchè fornisce uno strumento di lavoro insieme alle conoscenze tecniche, è rivolto sia a chi non ha esperienza professionale diretta con il tribunale, sia a chi già vi opera o ha formazione in psicologia giuridica o psichiatria forense.

Per le informazioni e le iscrizioni:
info@cenaf.it
329 8249117

(per leggere il programma completo cliccare sull’immagine)

Un commento sul DDL Pillon

A decorrere dall’agosto 2018, il dibattito sull’interesse del minore nonché sullo stato della giustizia familiare e minorile in Italia si è prevalentemente concentrato su un disegno di legge, il n. 735/18, cd. DDL Pillon, volto a correggere alcune storture e dissonanze createsi dopo l’approvazione della legge n. 54/2006, istitutiva dell’affidamento condiviso in Italia.

Nella sostanza, il DDL in questione intende rimediare alla notevole discrasia tra la previsione legale di affidamento condiviso (joint legal custody) e quella reale (joint real custody), ben lontana dall’essere stata attuata in quanto i principi cardine della legge sono stati “interpretati” dalla giurisprudenza di merito e legittimità in senso fortemente restrittivo, tanto che i tempi di frequentazione tra genitore non residente con i minori e questi ultimi restano del tutto comparabili con quelli medi registrati fino all’approvazione della Legge 54.

Ciò si è reso possibile anche per la sostanziale inefficacia della previsione normativa, contenuta nel nuovo testo dell’art. 337-octies, comma II, c.c., che ha sostituito l’art. 155-sexies c.c. grazie alla novella del 2013, con la quale la possibilità di una conclusione concordata in via stragiudiziale della lite familiare era subordinata alla ritenuta supposta opportunità da parte del giudice nonché al consenso di entrambi i coniugi genitori.

La combinazione dei due predetti elementi (permanenza di un sostanziale affidamento esclusivo in capo ad un genitore e consenso alla mediazione da parte di entrambi) ha, di fatto, acuito, anziché limitato, la litigiosità, attesa la speranza, in capo al genitore più conflittuale, di ottenere, in caso di via giudiziale alla soluzione della lite familiare, la certezza dell’assegnazione della casa familiare, indipendentemente dal titolo di proprietà, la prevalenza dei tempi di frequentazione nonché di un emolumento in danaro per il mantenimento dei figli, originariamente previsto dalla legge come meramente eventuale (art. 337-ter, comma IV, c.c.) ma, in realtà, previsto ormai come conseguenza immediata e diretta della collocazione abitativa dei figli, indipendentemente dalla situazione redditual-patrimoniale.

Allo scopo di dare seguito alle linee guida dd.  17.11.2010, con cui il Consiglio d’Europa incoraggia l’utilizzo di alternative al procedimento giudiziario quali la mediazione, la degiudiziarizzazione e la risoluzione alternativa delle controversie “ogniqualvolta queste possano servire al meglio l’interesse superiore del minore”, il DDL Pillon introduce il passaggio obbligato in mediazione familiare, nel caso in cui i genitori non abbiano con successo redatto e depositato il cd. piano genitoriale, con cui si danno linee guida nuove in ordine all’affidamento, alla frequentazione ed al mantenimento dei loro figli, proprio allo scopo di favorire la risoluzione non giudiziale delle controversie davanti ad un giudice ma davanti ad un professionista che lavora per la composizione della lite.

A tale scopo, il riconoscimento della funzione di estremo rilievo che ricopre il mediatore familiare è confermato dalla previsione di un albo specifico, a tutela della professionalità dei soggetti investiti di tale rilevante funzione mediatrice, nonché di compensi adeguati alla sua rilevanza, da stabilirsi con decreto ministeriale.

Le critiche al disegno di legge si concentrano soprattutto sulla supposta ritenuta obbligatorietà della mediazione familiare, che toglierebbe qualsiasi spontaneità alle volontà dei coniugi e, pertanto, negherebbe lo spirito volontaristico della mediazione stessa.

Si tratta di critiche, in realtà, poco fondate, atteso che, innanzitutto, si tratta di obbligatorietà del passaggio in mediazione, non certo della conclusione della mediazione, grazie a cui i coniugi sarebbero informati di quali siano le opportunità legate alla redazione di un piano genitoriale, quali siano i rischi connessi all’apertura della via giudiziaria nonché i costi, non solo economico-finanziari, legati alla lite processuale.

Un definitivo riconoscimento, insomma, dell’ineluttabilità di una mutazione genetica della giustizia familiare italiana, in cui la via giudiziale per la soluzione delle controversie sia definitivamente concepita come residuale, a scapito della prevenzione del conflitto nonché della strumentalizzazione delle controversie per finalità diverse da quella tipica della tutela minori.

Conditio sine qua non per il raggiungimento del risultato è la stretta connessione tra passaggio preventivo in mediazione familiare e la previsione legislativa di tempi sostanzialmente paritari, non inferiori al 35% del tempo per ciascuno, affinché il genitore conflittuale sia fortemente inibito a boicottare le vie stragiudiziali alla soluzione della crisi coniugale, sapendo di poter ottenere tempi di frequentazione superiori al 80%, assegno di mantenimento per i figli nonostante egli abbia patrimonio e redditi superiori o identici nonché l’assegnazione della casa familiare.

In definitva, lo scopo lodevole del DDL Pillon è disincentivare a tutti i costi l’avvio della lite giudiziaria, stimolando i genitori a concordare un piano genitoriale sostenibile e realmente condiviso e, contemporaneamente, facendo loro comprendere che boicottare la soluzione condivisa di tempi paritari e mantenimento diretto non farà ottenere loro i risultati sperati.

Trattasi di rivoluzione copernicana, che presumibilmente continuerà a suscitare polemiche e confronti, anche aspri: tuttavia, il DDL rappresenta un passaggio fondamentale per evitare che l’attuale situazione della giustizia familiare degeneri ulteriormente, fino a divenire “un grave problema di salute pubblica, per le conseguenze che hanno sul benessere delle persone coinvolte e sui processi di sviluppo dei figli esposti al conflitto” (G. B. Camerini).

Avv. Tomas Delmonte

 

Il bambino tra educazione e diritto – sintesi dell’incontro del 10 novembre 2017

Il Comitato La Nostra Campagna ringrazia tutti partecipanti e i relatori intervenuti all’incontro formativo organizzato in occasione della giornata dedicata ai diritti dei bambini che ogni anno si celebra il 20 novembre. Un ringraziamento particolare va alla B.C.C. di Staranzano e Villesse per avere sostenuto in gran parte la nostra iniziativa.

 

Si parla sempre troppo poco di bambini e dei loro diritti; spesso si fa fatica a considerarli soggetto di diritto invece che oggetto di diritto degli adulti.

La Nostra Campagna a dieci giorni dalla giornata del 20 novembre dedicata ai diritti dell’infanzia, ha voluto mettere a confronto vari professionisti su questo tema.

Come ci ha ricordato l’avv. Delmonte i bambini oggi vengono utilizzati come un bene e non si parla quasi mai dei loro diritti più volte violati.

Varie convenzioni e varie leggi indicano, tra le altre cose,  che il bambino deve essere ascoltato e rispettato e questo richiede maggiore attenzione e sensibilità da parte degli adulti, oltre che empatia e grandi competenze.

Spesso invece gli adulti decidono per i bambini senza tenerli presenti, come accade ad esempio durante le separazioni.

Il prof. Porcelli a sua volta parte dall’osservazione di un quadro di Velasquez per mettere in evidenza i bambini riprodotti e vestiti come adulti in miniatura; di fatto l’età dell’infanzia è stata una conquista e la pedagogia nasce proprio con la scoperta e la salvaguardia di questa età, rispettata con i suoi tempi.

Fino agli anni ’70 la famiglia era il luogo della socializzazione primaria, mentre alla scuola veniva riconosciuto il luogo della formazione.

La famiglia si riconosceva in una cultura di valori condivisa dalla maggioranza.

Dal ’68 in poi i modelli culturali aumentano e si rende necessario con le famiglie un “patto pedagogico” con la scuola per trasmettere valori che insegnino a vivere nella società.

Con il continuo trasformarsi della società ci sono state, naturalmente, anche delle conseguenze sui valori e le deleghe educative sono sempre meno.

Si nota sempre più una prevaricazione del mondo adulto sul bambino e oggi si richiede alle famiglie di riprendersi una responsalità di scelta educativa.

Bisogna inoltre stare attenti alle offerte formative della scuola e chiedersi se  sono veramente dalla parte dell’infanzia o degli adulti che prevaricano.

Anche l’insegnante è tenuto all’ascolto del bambino e ad evitare etichettature facili, accompagnando il bambino nella sua crescita accanto alla sua famiglia.

Non a caso H. Gardner, affermava che “dovremmo passare meno tempo a classificare i bambini e più tempo ad aiutarli a identificare e coltivare le loro competenze e i loro talenti naturali.

Dello stesso parere è Tuzel Ovsec, che si occupa da molti anni di infanzia e che sostiene che bisogna osservare il bambino durante i suoi giochi per comprendere cosa lo interessa e lo entusiasma. Solo ascoltandolo e non ponendo limiti o censure, il bambino potrà dare spazio al suo talento.

E’ necessario porsi all’altezza del bambino e dare parole ai suoi sentimenti, senza fretta e ponendo la giusta attenzione ai bisogni che esprime, insieme alla sua voglia di scoprire il mondo che lo circonda.

Oggi più che mai dobbiamo contrastare una società sempre più adulto-centrica; impedire che i bambini vengano valutati sulla competizione invece che sulla condivisione, ascoltando e osservando la loro creatività e immaginazione.

I diritti non possono restare scritti solo sulla carta e non possono essere ricordati solo un giorno all’anno.

Ogni adulto è responsabile di quello che accade ai bambini; come diceva un vecchio proverbio africano: “Per allevare un bambino ci vuole un intero villaggio”.

Sta a noi adulti creare tutti i presupposti per questo e vigilare affinché i nostri bambini siano tutelati ogni giorno e ovunque nel mondo.

Il bambino tra educazione e diritto – Incontro formativo 10 Novembre 2017 a Trieste

Nel mese di Novembre solitamente si ricorda che i bambini sono Soggetto di diritto. Noi del Comitato La Nostra Campagna lo abbiamo presente sempre e vorremmo condividere i nostri obiettivi con genitori,  figure professionali  e istituzionali che ruotano intorno alla formazione dei bambini  e dei ragazzi.

Il 10 Novembre dalle 17.00 alle 19.00 vi aspettiamo al Caffè San Marco di Trieste.

La nostra attività è autofinanziata. Se qualcuno desidera sostenere questo ed altri progetti può fare una donazione:
IBAN: IT 26P 08877 02201 000000344019   BIC: ICRAITRROD0

Il Comitato La Nostra Campagna è un’organizzazione non lucrativa di utilità informativa e sociale; apartitica e aconfessionale.

Firma la Petizione: Che fine hanno fatto i Bambini rom di Bari?

Il 19 marzo 2017 (festa del papà sic!), è andato in onda un servizio de “Le iene”  a proposito di alcuni bambini di un campo rom, vittime di prostituzione minorile. Dopo questo servizio i bambini sono tutti scomparsi.  Nessuno pare cercarli.
La Nostra Campagna indice una petizione per chiedere alla redazione de “Le iene”, di promuovere tutte le azioni necessarie e garantite dalla legge italiana, al fine di rintracciare i bambini  scomparsi.
Il Comitato Direttivo de La Nostra Campagna

https://www.change.org/p/redazione-de-le-iene-che-fine-hanno-fatto-i-bambini-rom-di-bari?

Quando parliamo di femminicidio di cosa parliamo? – Intervista a Daniela Bandelli su Tempi.it

Da qualche anno in Italia il dibattito sui diritti femminili, la parità tra i sessi e la violenza sulle donne è prigioniero di una logica di contrapposizione tra i sessi, tesa al superamento di una società maschilista attraverso un intervento culturale sugli stereotipi di genere e una maggiore partecipazione delle donne in politica. Tutto ha inizio con l’affermazione di un neologismo, “femminicidio”, «il termine irrompe nei media italiani nel 2012, portando con sé una nuova narrazione emergenziale di uomini che uccidono le proprie compagne ed ex in quanto donne, anche se originariamente questo termine, nella teoria femminista, era stato coniato per definire fenomeni diversi».

Daniela Bandelli, un dottorato di ricerca conseguito alla University of Queensland, docente a contratto alla Lumsa, è autrice di Feminicide, Gender & Violence (ed. Palgrave Macmillan), un libro fresco di stampa che analizza come la lettura di genere della violenza, diffusasi in Italia da uno strano intreccio tra discorso femminista sul femminicidio e quello progressista della competizione elettorale, «potrebbe mantenere nell’ombra la complessità delle diverse forme di abuso domestico, nonché la ricerca di una comprensione più completa delle relazioni violente tra uomini e donne e la messa a punto di politiche di intervento che tengano conto di fattori non direttamente legati al potere patriarcale».

Quando si inizia a parlare di femminicidio, con quale accezione e perché?
Per capire questo termine bisogna partire dal 1976 quando la studiosa femminista Diana Russell al Tribunale internazionale sui crimini contro le donne utilizzò il termine “femicide” per definire gli omicidi di donne in quanto donne avvenuti nel corso della storia: dai roghi delle streghe, all’infanticidio selettivo, al delitto d’onore. L’iniziale traduzione in italiano è stata “femmicidio” e “femicidio”, termini che però non hanno mai attecchito fuori dai movimenti femministi. La diffusione è invece avvenuta con il più recente “femminicidio”, che sebbene semanticamente legato al termine di Russell, è stato inizialmente proposto al pubblico come la traduzione del termine spagnolo “feminicidio”. Quest’ultimo fu coniato negli anni Novanta dal movimento femminile a Ciudad Juarez in Messico per richiamare l’attenzione sul rapimenti, stupri e uccisioni sistematici di donne in un contesto di totale mancanza di tutela, narcotraffico, e migrazione interna di lavoratrici. Questi tragici eventi sono stati raccontati al grande pubblico dal film patrocinato da Amnesty International Bordertowncon Jennifer Lopez e Antonio Banderas, uscito nelle sale italiane nel 2007. Nel 2008 l’avvocato Barbara Spinelli pubblica un saggio dal titolo Femminicidio. Dalla denuncia sociale al riconoscimento giuridico internazionale. Nel 2011 Giuristi Democratici, insieme a una coalizione di organizzazioni tra cui ActionAid e la Casa Internazionale delle Donne, propongono il termine in un rapporto ombra sullo stato di implementazione della Cedaw (la Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna, ndr). Nel 2012 “Se non ora quando” nella campagna “Mai più complici” esortano gli uomini di prendere posizione contro il “femminicidio”. Allo stesso tempo, un’altra coalizione, guidata dall’Unione Donne Italiane (UDI), lancia la campagna “No More” per chiedere al governo di ratificare la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica. Nel 2012 il neologismo si afferma attraverso un’ondata mediatica, in cui le mobilitazioni femministe si intreccia no alla campagna elettorale per le elezioni del febbraio 2013. La crociata contro la violenza sulle donne diventa così un palcoscenico su cui vari soggetti politici acquisiscono visibilità. Si moltiplicano i libri, gli articoli, le trasmissioni televisive e radiofoniche sul tema della violenza maschile, che secondo la narrazione dominante va combattuta a colpi di cambiamento culturale e linguistico.

feminicide-bandelliQuali conseguenze porta la narrazione del femminicidio, l’omicidio di una donna in quanto donna?
Innanzitutto il termine non ha un significato chiaro e condiviso: non vuol dire semplicemente omicidio di donna, non necessariamente implica che a commetterlo sia un uomo, non si riferisce solo a omicidi tra partner; oltretutto, in una delle sue accezioni originali in Sudamerica, il termine si riferiva a tutte le violenze contro le donne, non solo all’omicidio. Va da sé che un quadro semantico così instabile crea confusione su un fenomeno complesso, quello della violenza, che invece ha bisogno di una comprensione puntuale, sia dagli addetti ai lavori sia dall’opinione pubblica. Inoltre, il termine trascina con sé una particolare lettura della violenza sulla donna, quella di genere: nel momento in cui pronunciamo il termine “femminicidio” implicitamente attribuiamo a quell’omicidio delle cause legate al patriarcato e all’uguaglianza di genere. Questa lettura di genere spiega la violenza sulle donne attraverso la lente del potere, spiega l’omicidio delle donne da parte degli uomini con la posizione sociale che l’uomo e la donna hanno in una determinata cultura. Diversi intellettuali all’estero e in Italia concordano nel trovare questa spiegazione parziale, nel senso che da sola non può spiegare tutti gli atti violenti sulle donne, tutti gli omicidi di donne. In pratica, la cultura sessista è una causa, ma non l’unica causa della violenza maschile sulle donne. Oltretutto gli studi sui paesi del Nord Europa hanno dimostrato che una maggiore parità di genere non si traduce in un abbassamento dei tassi di violenza sulle donne. Questo suggerisce che sono anche altri i fattori e le letture da tenere in considerazione per capire e quindi affrontare il fenomeno con politiche pubbliche efficaci.

In base alle sue ricerche, ha senso parlare di violenza di genere? Ci sono altre categorie che andrebbero considerate quando si parla di violenza?
I dati mostrano che le donne vengono uccise principalmente da uomini, gli uomini da altri uomini. Il contesto sociale più comune in cui le donne sono uccise è quello domestico. La violenza sulla donna quindi ha sicuramente delle specificità, ma queste non possono essere sempre e unicamente spiegate dalla categoria violenza di genere. Questa categoria è utilizzata, anche nei documenti internazionali, come sinonimo di violenza sulla donna e sotto al cappello della “gender-based violence” vengono messi gli atti i più disparati: dall’omicidio, al linguaggio e le immagini cosiddette sessiste. Organizzazioni come l’Unesco precisano che per violenza di genere si intende anche la violenza contro le persone omosessuali lesbiche, bisessuali e transgender. Salta all’occhio che gli esclusi dalla categoria di vittime di questa cosiddetta violenza basata sul genere sono i maschi eterosessuali, esclusione che in qualche modo risulta coerente con l’impianto teorico del potere patriarcale: non si può essere vittima della violenza di genere se al contempo si fa parte della categoria del dominatore. Queste vittime vengono accolte in una diversa categoria: quella di Violenza Domestica o Violenza tra Partner (Intimate Partner Violence) dentro alla quale c’è spazio per analisi che prendano in considerazione fattori non solo legati alle relazioni di potere, al genere, ma anche fattori sociali, psicologici, dinamiche relazionali, la storia dei soggetti coinvolti, e così via. Tra l’altro è la stessa Convenzione di Istanbul a distinguere la violenza di genere da quella domestica, chiarendo che vittime di violenza domestica possono essere donne, uomini e bambini (in forma diretta o assistendo alla violenza tra gli adulti).

Come viene affrontato l’argomento dalle istituzioni?
L’approccio dominante delle politiche adotta la categoria del genere. Pensiamo alla legge n. 119 del 15 ottobre 2013, ideata in risposta al clima emergenziale del femminicidio: la legge, che per l’appunto si intitola “disposizioni urgenti per il contrasto della violenza di genere” prevede un “piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere”. Nella stessa logica, l’Intesa tra il Governo e le Regioni, le Province autonome di Trento e di Bolzano e le autonomie locali del 27 novembre 2014 relativa ai requisiti minimi dei Centri antiviolenza e delle Case rifugio, definisce “i Centri antiviolenza” come «strutture in cui sono accolte – a titolo gratuito – le donne di tutte le età ed i loro figli minorenni» e stabilisce che tali centri debbano «avvalersi esclusivamente di personale femminile adeguatamente formato sul tema della violenza di genere». Da ultima, è stata istituita a gennaio un’apposita Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio, nonché su ogni forma di violenza di genere.

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Il disegno del bambino disadattato

il disegno del bambino disadattatoHenry Aubin

L’opera rappresenta un vero trattato sul disegno infantile e sulle sue implicazioni diagnostiche. E’anche un’esplorazione dettagliata e documentata della psichiatria dell’età evolutiva, nella sua storia e nella sua complessa realtà attuale condotta attraverso l’ottica e lo strumento del disegno diagnostico. L’attività grafica del bambino viene considerata in tutti gli aspetti in cui possa offrirsi quale ausilio alla interpretazione psichiatrica; tutti i più importanti studi sul tema vengono esaurientemente esposti ed illustrati con una ricchissima esemplificazione iconografica originale. Il disegno per la ricchezza delle sue implicazioni, per la facilità della esecuzione e per la congenialità al bambino, rappresenta uno dei  metodi più comunemente utilizzati in psichiatria  e in psicologia clinica infantile. (dalla presentazione all’edizione italiana – Maurizio De Negri)

 

Trattato Enciclopedico di Psicologia dell’Età Evolutiva

Trattato Enciclopedico di Psicologia dell'Età EvolutivaMarco W. Battacchi

La riedizione aggiornata del Trattato è giustificata per più motivi: oltre che dal debito di riconoscenza con l’editore, dalla conferma della perdurante validità dell’opera proveniente dalle testimonianze di molti colleghi e dalla pubblicazione successiva di volumi che tengono palesemente conto del contributo dato dal Tratatto alla produzione di una manualistica psicologica genuinamente italiana.

Alcuni dei contributi originali al Trattato sono stati aggiornati dagli autori con una revisione del testo, in un caso con note integrative e in un altro aggiornando la bibliografia, un altro è stato integrato, con il consenso dell’autore, dal dr. Mario Rizzardi, altri, per l’impossibilità o l’indisponibilità degli autori a provvedere ad un aggiornamento, sono stati integrati da me, in quanto curatore dell’opera, ed uno ancora dal dr Rizzardi. In ogni caso pero l’integrazione è stata tenuta separata dal testo originale, in modo che potessero rimanere distinte le responsabilità dell’autore e del curatore.