La Nostra Campagna a Monaco di Baviera

Pubblichiamo gli interventi della Dott.ssa Morana, portavoce della Nostra Campagna e del Prof Maglietta, intervenuti come relatori al convegno del 19 Novembre organizzato a Monaco di Baviera dalla Commissione Famiglia del Com.It.Es. (comitato degli italiani all’estero) coordinata dalla Dott.ssa Alicandro.

L’ALIENAZIONE GENITORIALE: DEFINIZIONE, VALUTAZIONE DANNO, PREVENZIONE E NUOVE PRASSI

di Valentina Morana

Introduzione
Per un bambino o un ragazzo la separazione, è una frattura nel suo mondo. Che fosse un bambino contrario alla separazione dei genitori, o che per lui la separazione possa essere un sollievo, sempre una frattura è. E come per ogni frattura, ci sono sempre delle conseguenze.
Quando la coppia si separa, e la famiglia si spacca, il bambino perde la quotidianità con entrambi i genitori in contemporanea. Si interrompono ritmi, e gli affetti subiscono uno scossone. Questo produce effetti. A seconda delle modalità di frequentazione, il bambino subirà una difficoltà importante o nella relazione, o nel rapporto di identificazione. Questo è un problema nella crescita e succede dopo la separazione. Bisogna tenerne conto.

L’alienazione genitoriale
Nelle separazioni conflittuali, può accadere che uno dei due genitori, madre o padre, possa cominciare a mettere in atto delle azioni per allontanare l’altro genitore dai figli, dando vita ai primi segni di alienazione genitoriale, e spinto da bisogni che nulla c’entrano con i figli: per esempio per vendicarsi di un tradimento, di una vita ricostruita da parte del suo ex, per punizione, per prepotenza e profondo egoismo.
L’alienazione genitoriale, è un fenomeno che comincia a toccare il genitore avversato, e che poi nel tempo spesso si allarga a tutta la sua famiglia. La commettono femmine e maschi, le femmine in percentuale nettamente maggiore rispetto ai maschi.
Questo fenomeno comincia, con il genitore che ha di norma il “collocamento” dei figli presso la sua abitazione, spesso la madre, e che inizia a creare piccoli ostacoli all’incontro dei figli con l’altro genitore, oppure comincia a denigrarlo sia con parole che con gesti.
Poi nei casi più gravi, in seguito il genitore che aliena l’altro dalla vita dei figli, estende gli ostacoli a tutta la famiglia di origine del genitore alienato. O anche in alcuni casi il genitore alienato è stato usato per arrivare a una gravidanza, e viene escluso dalla vita del figlio, in quanto divenuto inutile, una volta che ha assoldato il compito di procreare.
I figli si trovano tra l’amore per entrambi e la lealtà verso uno di loro.
Sono stati individuati tre livelli di alienazione genitoriale: un grado lieve, uno medio, uno grave. Il fenomeno dell’alienazione si osserva, nei casi più lievi con il genitore alienante che mette piccoli e iniziali ostacoli per impedire e diluire gli incontri tra il suo ex partner e i loro figli; nel grado medio cominciano a saltare con una certa regolarità gli incontri dei figli con il genitore che viene alienato dall’altro, per arrivare al grado grave, dove il bambino non vede né frequenta più l’altro genitore e tutta la sua famiglia di origine (nonni e zii e cugini).

Forme gravissime di alienazione genitoriale sono poi quelle che si celano dietro le false accuse di abuso sessuale in famiglia e in alcune forme di sottrazione internazionale.
Nel caso delle false accuse, il genitore che aliena, dice che i figli raccontano di attenzioni sessuali da parte dell’altro genitore, che di conseguenza non incontra più i figli spesso per tutta la durata non solo delle indagini, ma di tutti i livelli di processo. Cioè si interrompono immediatamente i rapporti con il genitore accusato e spesso anche tutta la sua famiglia di origine.
Nel caso delle sottrazioni internazionali, alcune di esse sono casi di alienazione genitoriale, dove il genitore alienante sparisce nel suo paese di origine e interrompe in questo modo, una parte delle radici del bambino, solo perché non vuole rapporti con il suo ex. Questo vale quando non c’è violenza in famiglia: alle volte alcune sottrazioni internazionali sono funzionali a proteggere il bambino dal genitore violento, maschio o femmina che sia. Esiste anche questo.
Entrambi i sessi che alienano, di fatto interrompono e a volte recidono, radici che invece ogni bambino e ragazzo si porta dentro. Questa è un’azione violenta e gli effetti li subiscono i figli, soprattutto.

I bambini vittima.
I bambini vittime di alienazione genitoriale, cominciano ad aderire lentamente e inesorabilmente al pensiero del genitore che aliena, e allontanano l’altro genitore, spesso con motivazioni inconsistenti.
E’ l’inconsistenza delle motivazioni a non voler frequentare l’altro genitore, che è spesso un segnale di ipotesi di alienazione genitoriale, perché il bambino fa sue le motivazioni indotte dal genitore che aliena e dagli adulti di riferimento, e non ha esperienza di ciò che dice. Perciò non sa spiegare perché non vuole incontrare il genitore alienato.
Inoltre, più il bambino è piccolo, maggiori danni riceverà dall’alienazione genitoriale, che non solo gli impedirà di approfondire, la conoscenza di quella parte di sé che è originaria dal genitore alienato, ma che lo spingerà a vivere come mostro chi non lo è e che è parte in causa nell’averlo generato. Questo fatto, a volte porta ragazzi
adolescenti sull’orlo dell’abisso verso la psicopatologia. A nessuno fa piacere pensare, di essere stati generati da un mostro, con tutti i vissuti che comporta.
I bambini vittima di alienazione genitoriale, spesso vanno bene a scuola, o a volte hanno difficoltà, dipende dall’ambiente familiare che li tiene “prigionieri”. Molti di loro hanno un iper valutazione di sé, perché sono stimolati nel loro ruolo di tenere lontano un genitore, dunque si sentono in qualche modo importanti. Non è presente alcun senso di colpa in questi bambini, non sono bambini spontanei.
I figli dell’alienazione genitoriale possono avere rapporti sociali con i coetanei e, se non sono immersi in un ambiente sessuale, non manifestano alcun sintomo legato alla sessualità, né hanno comportamenti sessualizzati.
I danni subìti si iniziano a vedere in adolescenza per emergere in modo stabile in età adulta.

I genitori vittima
L’alienazione genitoriale va sempre esclusa in presenza di violenza. E’ sempre necessaria la diagnosi differenziale tra alienazione genitoriale e violenza in famiglia, in presenza di un ricorso in tribunale per sospetta presenza di alienazione.
Il genitore alienato è spesso il padre, ma sono presenti e in aumento in casi in cui le madri sono le alienate.
Il genitore alienato soffre la mancanza di rapporto con i figli, accompagnata da uno stillicidio sia economico che emotivo nelle aule dei tribunali, per poter superare gli ostacoli posti dall’altro genitore e garantire al figlio il suo diritto alla bi genitorialità.
La difficoltà o la mancanza totale di incontro con i figli, genera degli effetti nel genitore alienato che può nel tempo sviluppare sintomi come insonnia, alterazione
dell’umore e dei cicli cicardiani, disturbi all’apparato digerente, segnali di inizio di attacchi di ansia e di panico, e nei casi più gravi anche patologie psichiatriche. Esempio A.

Valutazione del danno
Di fatto l’alienazione genitoriale è una preclusione ingiustificata dei rapporti tra figli e l’altro genitore, quello alienato, e comporta un danno.
La presenza del danno viene riconosciuta in Italia per esempio dalla sentenza del 5 novembre 2004 del Tribunale di Monza che ha riconosciuto l’esistenza del danno esistenziale per responsabilità del genitore affidatario presso il quale il figlio viveva stabilmente, come scrive l’avvocato Carmela Augello sul sito http://www.alienazione.genitoriale.com
La citata sentenza informa che l’alienazione genitoriale compromette i rapporti tra i figli e l’altro genitore, impedendo a quest’ultimo di esercitare il suo dovere di genitore nel rapporto parentale, e perciò è risarcibile. Questa sentenza afferma che l’annullamento della funzione genitoriale comporta un grave danno esistenziale e morale sia per il genitore che per il figlio, in quanto il primo non può assolvere ai propri doveri, mentre il secondo non può beneficiare dell’educazione e della formazione sociale così come previsto dall’art. 30 della Costituzione Italiana.
Altre sentenze, come ad esempio quella riportata dall’avvocato Marcello Adriano Mazzola, Cassazione 8.4.2016 n.6919, mettono in evidenza che l’alienazione genitoriale pregiudica i rapporti tra il genitore alienato e i figli, e che i giudici devono valutare con i mezzi di prova a disposizione la presenza o meno di questo problema, nell’ottica di tutelare il diritto dei bambini e ragazzi alla bi genitorialità.
Essendo riconosciuto come danno esistenziale e morale, vanno eseguite tutte le operazioni tecnico scientifiche che riguardano la valutazione del danno, come comunemente avviene per le cause che riguardano un danno, compresa l’analisi del nesso causale.
Esistono Linee Guida per la valutazione del danno psichico che possono incorporare gli elementi di danno da alienazione genitoriale.

Prevenzione
L’alienazione genitoriale può essere ridotta come fenomeno, attraverso l’informazione e la mediazione familiare. Informare per esempio maggiormente la società civile sui diritti dei bambini e ragazzi, che sono prioritari rispetto a quelli degli adulti, perché non possono difendersi. Informare i genitori in separazione della possibilità della mediazione familiare, che mette al centro i bisogni del bambino, e tenendo conto dei bisogni e delle difficoltà di tutti i componenti della famiglia che si è rotta, mette in comunicazione e accordo tra le parti coinvolte.
La mediazione familiare è un ottimo deterrente contro l’alienazione genitoriale perché permette agli ex coniugi che continuano però a essere genitori, di parlarsi e di ascoltarsi pur nelle difficoltà della separazione, per raggiungere un accordo che non sbilanci una delle parti. Vengono evidenziati i pro e i contro di certe azioni successive alla separazione coniugale. Attraverso una serie di incontri gestiti da professionisti certificati e non da improvvisati mediatori che provengono da altre professioni e che non hanno studiato la dottrina né conoscono la prassi di intervento, si arriva a un accordo che viene depositato possibilmente da un unico avvocato con un abbattimento delle spese non indifferente, perché taglia via tutta una serie di azioni che costano, come le consulenze di ufficio e riduce nettamente il numero delle memorie stilate dagli avvocati di parte e delle udienze, perché elimina il conflitto. Cioè massimo risultato con spese ridotte.
La mediazione ostacola e a volte impedisce l’insorgere dell’alienazione genitoriale perché porta l’attenzione sul bambino, sulle sue esigenze e i bisogni di crescita,
diversamente dall’alienazione che non si occupa affatto degli effetti dannosi sulla crescita del bambino, che invece diventa uno strumento di offesa per l’altro genitore.

Nuove Prassi
Molto spesso nei processi di separazione civile, intervengono professionalmente consulenti del giudice (psicologi e psichiatri) e consulenti di parte, e a volte il servizio sociale del comune e l’azienda sanitaria del luogo.
Può capitare che il consulente del giudice dia indicazioni di un certo tipo su un bambino e la sua famiglia, che il giudice dia precise disposizioni in udienza e che i servizi invece prendano decisioni diverse o in opposizione alle stesse, operando per conto loro. Perché?
Mi sono posta per anni questa domanda. Oggi penso che una parte sta nella differenza di approccio al problema. Da una parte i ctu (consulenti tecnici di ufficio) formati tecnicamente, che lavorano sulle prove e vedono tutto ciò che riguarda un procedimento di separazione familiare, compresi i documenti agli atti. Dall’altra i servizi che hanno di fondo una base clinica, non giuridica, e lavorano sul de relato, senza per altro vedere tutto, specie la buona parte dei documenti agli atti che descrivono tutta la situazione.
Molti operatori dei servizi non conoscono nemmeno la terminologia che si usa in tribunale, e che è invece indicativa di un pensiero preciso.
Quando da una parte si lavora sulle prove, e dall’altra si lavora su parole, si crea per forza uno scollamento. Ci rimette soprattutto il bambino.
Ci sono anche situazioni in cui i servizi, invece, in linea con quanto descritto dai ctu, segnalano l’inopportunità di risentire un bambino già sentito più volte e vittima di alienazione genitoriale, per non appesantire il suo vissuto. Può accadere che il giudice decida di sentire lo stesso il bambino, non tenendo conto delle indicazioni dei servizi
e del ctu, se e quando il genitore riconosciuto come alienante, richiede una nuova audizione. Anche questo è uno scollamento di intervento che richiede una soluzione.
A mio parere, i servizi sociali e sanitari dovrebbero dotarsi di Linee Guida dedicate agli interventi che riguardano i minorenni in situazioni nell’ambito dei tribunali.
L’aspetto su cui riflettere è il de relato. Le persone dicono la verità, le persone mentono. E’ necessario, in questi casi, verificare. Ed è necessario anche videoregistrare, per dare maggior credibilità a quello che si va a dichiarare sulle relazioni.
Gli operatori dei servizi che hanno rapporti con il tribunale, devono conoscerne la terminologia.
Bisogna poi risolvere in qualche modo il problema dell’isolamento dei servizi rispetto alla visione degli atti che riguardano un bambino e la sua famiglia in separazione. Perché se da una parte è vero, che il loro metodo è a volte inefficace in certi frangenti, è anche vero che i servizi non hanno la possibilità di vedere tutto, cioè di vedere all’interno di quale complessità di atti si inserisce il loro lavoro, e gli effetti che ne produce. E non è poco.

Il rispetto del diritto dei figli alla bi-genitorialità in Italia e in Germania

di Marino Maglietta

Avrei voluto portare dall’Italia esempi imitabili, le nostre più valide idee diligentemente applicate, e al tempo stesso prendere da voi il vostro meglio. In effetti posso ancora parlare di idee – e lo farò – perché i concetti sono stati trasfusi in legge. Ma non potrò parlare di applicazioni fedeli alla legge: perché le nostre prassi sono difformi dalla normativa.

Il punto centrale di ogni intervento legislativo, come di ogni decisione della giurisprudenza, in materia di diritto di famiglia è ormai da tempo “l’interesse del minore”. La maggior parte dei paesi del mondo occidentale lo ha proclamato e trascritto in convenzioni internazionali dagli anni Ottanta. Tuttavia, la sua concreta realizzazione appare ancora lontana da venire. La ragione principale può essere vista nella formula stessa che, priva di contenuti, permette in sede applicativa le più diverse interpretazioni. Ecco perché personalmente preferisco fare riferimento non tanto al concetto di interesse, quanto a quello di diritti dei figli minorenni, mettendo al primo posto la bigenitorialità e affermando con forza che il suo rispetto coincide con il loro benessere; salvo ovviamente casi del tutto residuali.

Resta aperto, a questo punto, il problema di definire la bigenitorialità stessa ed è proprio qui che i fautori di una sostanziale monogenitorialità hanno scavato con successo geniali tecniche di elusione.

Per comprendere come e perché questi due massimi sistemi, tra loro incompatibili, si scontrino occorre riprendere in considerazione le ragioni della scelta bigenitoriale, che stanno alla base della sua stessa introduzione, a partire da tempi in cui i figli erano solo oggetto di decisioni degli adulti. Si è, dunque, iniziato con l’ammettere per i figli un “diritto alla famiglia”, ovvero a crescere allevati da entrambi i genitori (New York, 1989). Ciò era funzionale a una quantità di interessi, non solo a quelli dei figli. I conflitti familiari, infatti, saturano i tribunali, intralciano la giustizia, riducono la produttività, costringono spesso lo stato a interventi di sostegno alle famiglie. Tutto ciò ha costi elevati. Formule di affidamento equilibrate, non discriminatorie, sono invece altamente efficaci se lo scopo è quello di ridurre le ragioni del conflitto genitoriale, che è la principale fonte di sofferenza per i figli. Fin qui, dunque, vi è una perfetta coincidenza tra interesse dei figli e degli adulti. Vi sono, tuttavia, delle contropartite. Anzitutto non è detto che la riduzione del contenzioso sia vista di buon occhio da tutte le categorie sociali. La crisi familiare è affrontata e gestita da una quantità di operatori: avvocati, procuratori, mediatori, psicologi, assistenti sociali ecc. Se ne viene ridotto il numero e abbassato il livello non tutti ne sono avvantaggiati.

Le guerre sono un potente strumento di sviluppo economico. E anche per la magistratura la novità può risultare sgradevole. Più certezza dei diritti per il cittadino significa minore potere discrezionale del giudice; assegnare sistematicamente i figli alla madre e stabilire una cifra per il contributo dell’altro genitore è ben più semplice e veloce che studiare caso per caso, frequentazioni equilibrate, compiti per entrambi e capitoli di spesa da attribuire a ciascuno. Inoltre, è nella famiglia stessa che si evidenziano ragioni ostative all’equilibrio nelle responsabilità e nelle facoltà dei genitori. Madri possessive e vendicative possono approfittare del ruolo di genitore prevalente per emarginare il padre, se affezionato ai figli. Se, viceversa, il padre è immaturo e poco responsabile, è ben felice di assolvere ogni suo compito limitandosi a dare ordine alla banca di trasferire periodicamente una certa somma di denaro. In sostanza, la concentrazione del potere decisionale nelle mani di un solo genitore permette a ciascuno di essi di chiudere meglio i conti con l’altro, assicurando a se stessi più complete e sicure ripartenze. Tutto bene, dunque, ma… i figli ? Il conflitto di interesse è evidente.

Ammettiamo, ad es., che a un genitore prevalente faccia comodo trasferirsi per frequentare più facilmente il suo nuovo partner; ovviamente portandosi dietro il figlio, per il quale cambiare città vorrà dire interrompere il rapporto con la scuola, con gli amici, con il genitore non convivente e l’intero ramo parentale: insomma, perdere radici e riferimenti affettivi. Con il sistema monogenitoriale quel genitore partirà sicuramente, a dispetto dell’interesse del figlio e nessuna autorità legale, per quanto adita dall’altro, si attiverà per impedire che il figlio lo segua, di regola affermando che il rapporto con il genitore al quale è abituato è più importante dello sradicamento. Tuttavia, in condizioni paritetiche di affidamento, quel figlio avrebbe potuto restare con l’altro genitore, ugualmente presente nella sua vita, definendosi nuove regole di frequentazione per quello in partenza, il quale forse, viste le conseguenze, avrebbe trovato nuove soluzioni e il modo di non partire. E fin qui non si è neppure nominato l’inconveniente principale: il diverso ruolo e destino dei genitori in funzione della conquista, ottenuta o meno, del titolo di “genitore collocatario” – di per sé accattivante, che dà la sensazione di essere non solo il genitore migliore, ma la persona in generale più valida, ovvero il vincitore della contesa – accende e/o esaspera il conflitto anche dove potrebbe evitarsi. E come si fa ad essere definiti tali in sentenza? Basta un pernottamento in più nell’arco del mese; per cui si assiste ad assurde battaglie all’ultimo sangue per questo pernottamento in più, a parità di tutte le altre condizioni, e quindi senza che poi tra i due genitori ci siano di per sé reali differenze.

In definitiva, non è possibile che una legge accontenti tutti. Il politico avrà sempre qualcuno contro. Questa è la ragione per cui in Italia sono occorsi 12 anni di pressioni popolari dal basso per ottenere l’approvazione di una normativa che riconoscesse al minore il diritto alla bigenitorialità. Anche perché in Italia per convertire in legge dello stato una proposta che modifichi il codice civile di regola occorre avere preventivamente l’approvazione della Commissione giustizia, composta prevalentemente da operatori del diritto, ossia proprio dalle componenti che a livello dei vertici delle loro organizzazioni rappresentative (per la grande massa della base il discorso è diverso) sono maggiormente ostili al cambiamento. Tuttavia, dopo molti inutili tentativi, gli argomenti dei riformatori (con la mia associazione, Crescere Insieme, in prima linea) prevalsero.

In sostanza, l’idea era di contrastare il conflitto eliminandone, mediante logici accorgimenti, le principali ragioni, ovvero la possibilità di guadagnare posizioni di vantaggio, di prevalere l’uno sull’altro. Pertanto:

– Entrambi i genitori sarebbero stati affidatari, in condizioni perfettamente intercambiabili, per evitare la contesa sull’affidamento.

– Tempi di frequentazione del figlio simili, per ripartire equilibratamente il sacrificio della cura e per evitare la contesa sull’assegnazione della casa familiare. Questo avrebbe anche, in aggiunta, offerto pari opportunità alle madri nella carriera e nella vita privata. In pratica, non tempi rigidamente uguali, ma pari opportunità per il figlio di frequentare ciascun genitore in funzione delle sue esigenze e un calendario preciso cui ricorrere come ripiego, solo se e quando necessario.

– Mantenimento dei figli in forma diretta, nel senso che ciascun genitore avrebbe dovuto provvedere ad alcune necessità dei figli fornendo loro beni e servizi, in misura proporzionale alle sue risorse. Quindi il genitore più abbiente avrebbe coperto le voci di spesa più pesanti, evitando il contestatissimo meccanismo di corresponsione di un assegno (che spesso conduce all’elusione) e assicurando ai figli la gradevole e rassicurante sensazione che entrambi i genitori si occupano di lui e provvedono ai suoi bisogni.

– Valutazione economica dei compiti di cura, quando questi fossero prevalentemente a carico di un genitore solo, a causa di problemi di distanza o di lavoro, per evitare la penalizzazione delle madri, spesso oberate in misura prevalente dell’accudimento dei figli .

In aggiunta, per poter eliminare le discussioni sul reale costo dei figli e avere un riferimento certo e oggettivo rispetto alle proposte della coppia, dall’associazione nazionale di genitori Crescere Insieme che io qui rappresento, è stato elaborato e reso disponibile un software su base statistica (Chicos), simile a ciò che in Germania sono le tabelle di Dusseldorf. Infine, era stato previsto l’obbligo di informarsi presso un centro accreditato sulle potenzialità di un eventuale percorso di mediazione familiare come condizione di procedibilità per poter adire il tribunale, ma questo passaggio preliminare non è stato possibile introdurlo.

Tuttavia, il riconoscimento del diritto alla bigenitorialità è passato nella legge 54/2006, ma non nella pratica dei tribunali, che hanno voluto privilegiare l’antico modello monogenitoriale attraverso l’invenzione del genitore collocatario, che sostituisce perfettamente il genitore affidatario esclusivo pur in regime di affidamento condiviso. La riforma è stata ridotta ad un cambiamento di nome. Degno di nota è anche l’espediente al quale si è fatto ricorso per realizzare simile risultato: per evitare di riconoscere ai figli minorenni un loro diritto si è sostenuto che un riferimento paritetico ai due genitori fosse contrario al loro interesse. Per delegittimare un modello autenticamente bigenitoriale si ricorre molto spesso ad enfasi dialettiche, del tipo “ragazzi con la valigia”, “bambini tagliati in due”, “figli schizofrenici”. Concludendo che il modello paritetico è stato bocciato dagli psicologi.

Tutto ciò cozza, tuttavia, con la realtà dei fatti. Non esiste alcuno studio scientifico longitudinale che abbia accertato danni dalla frequentazione simmetrica di due genitori e da due contesti abitativi. Esistono invece una quantità di indagini – provenienti dalle più disparate parti del mondo, dalla Svezia all’Australia, dall’Austria agli Stati Uniti – che ha messo in evidenza una quantità di danni ai soggetti che crescono con unico riferimento genitoriale. Presentano un picco di maggiore incidenza tutte le forme di disagio minorile: dalla microcriminalità alla droga, dagli abbandoni scolastici alle gravidanze indesiderate delle minorenni. Per una sintesi della citazioni rimando al report 2013 della Prof. Dr. Hildegund Sünderhauf, Rechtsanwältin im Bereich Familienrecht und Professorin für Recht an der Evangelischen Fachhochschule Nürnberg.

Allo stesso modo è facilmente smentibile il danno da stabilità abitativa associabile al modello bigenitoriale: libri e quaderni dimenticati, tempo perduto negli spostamenti e simili. Basta porre a confronto gli schemi più caratteristici dei due modelli (w-e alternati più un pomeriggio infrasettimanale rispetto a settimane alternate) per osservare che il numero di trasferimenti richiesto è decisamente maggiore nel primo caso: nell’arco di due settimane, 10 : 2 !

Con questo esempio abbiamo portato alla nostra attenzione il più profondo motivo di dissenso tra i fautori dei due modelli: come vada effettuata una corretta valutazione della bigenitorialità. Oramai, infatti, è ben difficile trovare qualcuno che ammetta di sostenere il modello monogenitoriale come il più idoneo alla crescita dei figli. Quindi, tutti sostengono che il loro modello rispetta il principio della bigenitorialità, senza cadere nei dannosi eccessi che caratterizzano le proposte dei nuovi riformatori [Infatti, di fronte alla sostanziale disapplicazione della legge del 2006 chi voleva una vera riforma è tornato a sollecitare il Parlamento italiano, incontrando le stesse difficoltà prima descritte.]

Entrando maggiormente nel merito, in Italia non esiste una distinzione tra joint legal -oppure physical – custody, a livello normativo; ma a livello pratico sì, e con ricadute molto concrete anche sul piano giuridico. Se ci fosse, visto che tipicamente il genitore non collocatario partecipa alle decisioni principali ma non gli vengono assegnati compiti di cura e frequenta il figlio in misura notevolmente ridotta, sarebbe evidente che in Italia vige una custodia congiunta legal e non physical. A questa obiezione si risponde che “conta la qualità del rapporto e non la quantità”. Bellissima teoria, ma purtroppo se il genitore non collocatario avanza la proposta di scambiare i ruoli – visto che tanto conta la qualità! – viene guardato molto male e ovviamente la sua proposta non viene accolta. Un’altra possibile verifica dell’ipocrisia di questa tesi può essere vista nell’autonomia decisionale concessa ai figli. Se un figlio che abbia compiuto i 12 anni chiede di non vedere più il genitore non collocatario viene accontentato subito, ma non gli viene concesso di rifiutare il genitore collocatario. Dunque tutto sta continuando come prima: teoricamente i due genitori hanno pari dignità e pari diritti e doveri, ma attraverso l’escamotage della collocazione prevalente, il “genitore collocatario” continua a dominare la scena per quanto riguarda l’assegnazione della casa, il mantenimento, i cambiamenti di residenza e perfino la gestione del figlio quando diventa maggiorenne, ma non è autosufficiente economicamente. La residenza dovrebbe avere valenza solo amministrativa, per l’anagrafe, ma così non è, e il genitore collocatario si sente, comprensibilmente, autorizzato dal sistema legale a divenire arrogante e prepotente, mentre il genitore non collocatario si sente legittimato – o meglio, incoraggiato – a non occuparsi dei figli. Insomma, è stato realizzato un perfetto assist per i cattivi genitori.   Naturalmente le istituzioni si difendono sbandierando le elevate percentuali di affidamenti condivisi di nome (superiori al 90 %), ma uno studio dell’Università di Roma (De Blasio & Vuri, 2013) sugli effettivi contenuti di questi provvedimenti ne ha dimostrato l’inconsistenza sostanziale e il sostanziale tradimento della riforma del 2006:

 

Questa è la situazione italiana attuale, contro la quale, come già accennato, si sta cercando di reagire attraverso nuove iniziative di legge che rendano impossibile negare ai figli i loro diritti attraverso una interpretazione di comodo della norma. In aggiunta, viste le resistenze che si incontrano in Parlamento, tuttora dominato da lobbies ostili, si è partiti ancora una volta dal basso, sollecitando con successo l’introduzione in vari comuni italiani (grandi e piccoli: Parma, Verona, Bari, Torino, Livorno, ecc, come Merano, Rimini, Lamezia Terme, Massa, Cervia ecc.) di un “Registro della bigenitorialità”. Si tratta, cioè, di un albo comunale in cui viene registrata per i figli di genitori separati una doppia domiciliazione, presso la madre e presso il padre, con obbligo per le istituzioni (scuola, sanità ecc.) di inviare ad entrambi i genitori ogni informazione che riguardi il figlio. Tentativi analoghi sono in corso a livello regionale.

Affrontando adesso la situazione tedesca, va anzitutto precisato che non è stato impossibile accedere a dati statistici certi di tipo concreto sul modo in cui le famiglie separate tedesche vivono la separazione, in termini quantitativi: percentuali di affidamenti congiunti paritetici; distribuzione percentuale della frequentazione nell’arco di 2 settimane; compiti di cura effettivamente svolti dal genitore non residente; sua partecipazione alle scelte principali (in Italia teoricamente sono da concordare, ma se l’accordo manca il tribunale accoglie quasi sempre la posizione del collocatario); valori tipici dell’assegno di mantenimento; ecc. Tutto quello che si sa, pertanto, proviene da analisi empiriche pevalentemente di psicologi, che si sono dovute accogliere come valide, in mancanza di dati ufficiali.

Comunque, per quanto riguarda la normativa sono state osservate differenze per alcuni aspetti anche notevoli. Sono soprattutto alcune discriminazioni fondate sul genere in merito all’allevamento dei figli ad essere incompatibili con la nostra carta costituzionale, ovviamente prescindendo dal momento della nascita, visto lo schiacciante, e codificato, predominio della figura materna. Allo stesso modo lo sono le differenze tra genitori coniugati e non: in Italia i diritti e i doveri verso i figli discendono dalla procreazione e non dal matrimonio. Anche se nell’applicazione le differenze sembrano attenuarsi molto, ci sono poteri attribuiti dalla legge stessa alle madri – e in particolare alle madri non coniugate anche se hanno avuto figli da connazionali – che non sono previsti (né prevedibili) nell’ambito della nostra legislazione. Non sto ad elencarvele, visto che sicuramente vi sono note meglio che a me, tuttavia, in sintesi, ciò a cui può aspirare un padre che voglia essere presente appare subordinato al consenso materno e ciò che ottiene appare come una benevola concessione che bisogna stare attenti a non compromettere, magari cedendo oltre il ragionevole su questioni economiche. Una sorta di improprio baratto: denaro in cambio di tempo. Un aspetto questo che suggerisce bizzarre considerazioni, ovvero che alla donna tedesca potrebbe convenire non sposarsi, vista la sensibile perdita di poteri che ciò comporta nei confronti del partner. Si potrebbe concludere che all’opposto all’uomo potrebbe convenire farlo: ma solo a condizione che sia un soggetto con un buon senso della paternità. Infatti, a un padre distratto o egocentrico il matrimonio non conviene perché gli piombano addosso maggiori responsabilità. Ad ogni modo, secondo quanto risulta dalle indagini empiriche sopra accennate, complessivamente tra separazioni consensuali e giudiziali nel 10% dei casi viene stabilito un affidamento esclusivo e nel 90% custodia legale congiunta. Più precisamente, quando i genitori rimettono la decisione al tribunale, statisticamente la situazione (2008) è stata del 53% di affidamenti esclusivi alla madre, 13% al padre, 21% a terzi e solo il 13% custodia legale congiunta (Schwarz, 2011). Inoltre risulta che il 40 % circa dei bambini tedeschi figli di genitori separati dopo 2 anni dalla separazione/divorzio perde ogni contatto con il genitore non co-residente (Proksch, 2002). In Italia questa percentuale è del 20%, la metà. Si potrebbe pensare che questo tipo di giurisprudenza sia conseguenza di prevalenti dottrine scientifiche di origine tedesca che attestino che l’interesse del minore si realizza meglio attraverso la stabilità logistica piuttosto che quella affettiva. Ma una spiegazione del genere è contraddetta da attendibili indagini che riportano le stesse conclusioni raggiunte da ricercatori di altri paesi. Posso aggiungere che esistono notoriamente lamentele a livello europeo nei confronti del vostro Jugendamt, per la sua posizione secondo la quale il diritto di custodia dei figli nel caso di coppie di diversa nazionalità con un genitore tedesco spetta automaticamente a quest’ultimo. In effetti, però, non trovo la cosa scandalosa – benché non la ritenga condivisibile – visto che praticamente tutti i paesi fanno la stessa cosa, pur senza dichiararlo.

In sostanza, messa accanto a quella italiana la situazione tedesca – per come può essere vista dal di fuori – si presenta più indipendente dalle regole generalmente condivise e maggiormente legata ai ruoli tradizionalmente attribuiti alle madri e ai padri. Anche se si considera la variabilità delle linee guida delle corti di merito (alcune, minoritarie, propendono per affidamenti congiunti paritetici anche concretamente), la Germania appare più autonoma rispetto agli altri stati e decisa ad andare per la propria strada, applicando i propri criteri e seguendo i propri schemi. Il diritto alla bigenitorialità dei figli minorenni sembra passare in second’ordine rispetto agli accordi tra i genitori e, soprattutto, alla volontà materna. Ciò, in effetti, appare in contraddizione con le conclusioni alle quali è giunto Harald Wernick (Docente di Psicologia dello Sviluppo, Università di Vienna; 2009), secondo il quale “Dal punto di vista della Psicologia dello sviluppo i dati empirici raccolti possono essere riassunti affermando che la Genitorialità Condivisa dopo separazione o divorzio è di regola il miglior sistema di gestione dei figli, se si dà la precedenza al loro interesse”.

In definitiva, quindi, penso di poter concludere che in Italia esiste una normativa abbastanza in linea con le indicazioni della larga maggioranza delle indagini scientifiche sul disagio dei figli di genitori separati, nonché rispettosa dei principi i delle convenzioni internazionali sui diritti dei fanciulli, cosa che non avviene in sede di applicazione. Per cui, mettendo a confronto anche le tendenze caratteriali dei due popoli, italiano e tedesco, forse la cosa migliore sarebbe che la Germania adottasse le regole che si è data l’Italia e gli italiani la capacità di osservarle, come si fa in Germania. E forse la soluzione generale migliore, che renderebbe più sicuro il rispetto dei diritti dei figli e permetterebbe di superare la maggior parte delle difficoltà che incontrano le coppie di nazionalità diversa nel momento in cui entrano in crisi, sarebbe quella di approdare ad una legge europea comune a tutti i paesi dell’UE, scritta nel rispetto degli impegni già presi e tenendo conto delle esperienze già maturate. In questo senso mi sento di rivolgere un appello alle autorità tedesche affinché si aprano tavoli di confronto aperti a tutti (la tutela dei figli e quindi della futura società riguarda tutti a prescindere dalla nazionalità), dando piena disponibilità a collaborare con esse per questo civile impegno.

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