“Il gioco della spada a molti non aggrada”

Considerazioni sul concetto di rispetto

Di Giuseppe Petrozzi

 

La cronaca recente ha riportato il caso di una scuola per l’ infanzia di Trieste, dove è stato tentato di introdurre un programma educativo, che avrebbe lo scopo di alterare la percezione che i bimbi si vanno costruendo della differenza sessuale, al fine di prevenire la presunta tendenza aggressiva dei maschi verso le femmine e così, in attuazione della Convenzione di Istanbul, addivenire ad una riduzione o, sperabilmente, all’annullamento del cosiddetto femminicidio. Non entrerò nel merito di questa nuova fattispecie criminale: c’è già abbastanza letteratura che la pone ad ente metafisico o ne svela la funzionalità come forma di surrettizio finanziamento pubblico ai partiti. Mi soffermerò invece su un aspetto vitale.
Il programma educativo di cui sopra ha nome “gioco del rispetto”. Dove per rispetto si arguisce che le autrici intendono una forma di reverenza, sottomissione, ablazione di una parte di sé che i maschi dovrebbero compiere al cospetto delle femmine. Il ragionamento, tradotto dallo psicopedagogese è questo: se un bambino dai tre ai sei anni lo faccio vestire di rosa, gli sostituisco i moduli Lego e le pistole con la Barbie e contemporaneamente una bambina la vesto di azzurro, le sostituisco le bambole con una chiave a stella, poi quando saranno grandi il maschio si prenderà cura dei bambini, pulirà casa e, avendo acquisito le doti di accoglienza ed empatia, non ammazzerà la moglie (quando questa gli comunicherà che lo lascia e lo butta fuori di casa, tenendosi i figli e gli assegni); mentre la femmina, avendo acquisito nell’infanzia dimestichezza con la meccanica, potrà fare la ingegnera su una piattaforma petrolifera nel mare del nord, senza lo scrupolo dell’allattamento, ed inoltre saprà usare la chiave a stella anche in altro modo.
Il programma prende dunque le mosse dal presupposto assiomatico che la violenza è maschile. Non che la violenza sia connaturata, per carità, altrimenti il programma si invaliderebbe da sé in partenza. Essendo la propensione alla violenza acquisita dai bimbi maschi fin dalla più tenera età, essa va abolita insegnando il rispetto. Ed eccoci al punto. Che cos’è il rispetto?

I linguisti avranno senz’altro le loro buone ragioni a riportare l’etimo di rispetto a respicěre e indicarne il senso primitivo in re – specěre , guardare indietro, volgersi, guardare intorno. Tuttavia quel guardare indietro – come l’Angelus Novus di Klee – mentre si ha qualcuno davanti suscita qualche perplessità, a meno di non dare a quel guardare uno spazio più ampio: guardare e guardarsi intorno.

Rispetto è lo spazio fisico di sicurezza. Distanza di rispetto è quella prescritta nel codice della strada. Area di rispetto è quella recintata ed invalicabile ai non addetti ai lavori, che protegge le fonti di acqua pubbliche, gli impianti idroelettrici, le centrali nucleari, gli aeroporti, le postazioni militari, i centri di telecomunicazioni. Tutte aree interdette a salvaguardia della comunità.

Analogamente i limiti nei campi agricoli, che segnano l’attribuzione proprietaria, sono lì ad impedire lo sconfinamento, per carità anche involontario, a tutela di entrambe le parti confinanti. Alle sanguinose faide l’umanità ha preferito l’istituzione di quei segnali di rispetto, cioè il nomos, la sostanza della giuridicità, atto costitutivo di ordinamento e localizzazione che struttura l’esistenza storica e la convivenza umana nei tre momenti NehmenTeilenWeiden (C. Schmitt).

Guai a confondere ciò che è distinto ed è fondamento della possibilità stessa di riproduzione della vita, guai a voler confondere quei confini.
Rispetto è anche la distanza di tre metri, quando è possibile, che due persone, che non si riconoscano preventivamente come amiche, sono tenute ad osservare quando vengono a confronto. Perché tre metri? Perché tradizionalmente è la distanza minima che permette ad un convenuto di estrarre a sua volta la spada qualora l’altro inavvertitamente sguaini la sua ed inizi l’attacco. Ciò fra gentiluomini che mai attaccherebbero alle spalle, nel qual caso non c’è distanza di rispetto che valga. Oggi i gentiluomini non vanno più con lo spadino alla cintura e nemmeno portano più il bastone da passeggio che ne era il sostituto simbolico. Per cui taluni possono essere portati a travisarne il senso.

Rispetto è quello per cui il subordinato, in un rapporto gerarchico, dà del “Lei” (o in taluni casi del “Voi”) al superiore, mentre questi dal del “tu” al subordinato. Questo è un caso di rispetto asimmetrico e voglio supporre che non sia questo lo scopo del “gioco del rispetto”.

Rispetto simmetrico è invece quello per cui ci si dà del “Lei” per preservare lo spazio reciproco della propria e altrui intimità, spazio linguistico e comportamentale che evita l’affettuosità molesta e lo scadere, in caso di disaccordo, nelle volgari ingiurie ed ha la stessa funzione dei tre metri di distanza fra gli antichi portatori di spada.
Dunque il rispetto sta nel guardarsi davanti, entrambi, e quella distanza assicura entrambi, perché non c’è un aggressore a priori. Il rispetto è allora una misura a favore di entrambi. Il rispetto è reciproco e non può non esserlo.

 

 

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2 Pensieri su &Idquo;“Il gioco della spada a molti non aggrada”

  1. Grazie bell’articolo, grazie anche per non avermi travestita nè da bambola nè da meccanico, trasmettendomi un amore per il mondo al di fuori di ogni stereotipo. Buona fortuna con la vostra campagna.

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