Spunti di riflessione sul gender

La Nostra Campagna ospita uno scritto redatto da don Massimo Lapponi, sacerdote benedettino dell’Abbazia di Farfa e docente presso la facoltà di filosofia del Pontificio Ateneo di Sant’Anselmo, e dall’avvocato Monica Boccardi. Si tratta di un manifesto che raccoglie all’interno riflessioni sull’Uomo e il suo divenire:

 

Manifesto del movimento giuridico femminile contro la ginecofobia

Secondo una prassi, che si sta diffondendo già nelle scuole primarie, e anche dell’infanzia, in conformità con la teoria del gender, si insegna, fin dalla più tenera età, che l’essere biologico-strutturale della donna – come quello dell’uomo – non costituisce una realtà naturale che va rispettata come fonte di identità e di diritti, ma che tutto il complesso psico-identitario femminile – come quello maschile – è un puro prodotto socio-culturale, per sua struttura soggetto a cambiamenti che possono estendersi dalla transizione dal genere maschile al femminile e viceversa ad ogni possibile orientamento sessuale (genere neutro).

La suddetta prassi, e la teoria su cui essa si fonda, costituisce una violazione e una discriminazione indebite dei diritti non di una minoranza, bensì di una maggioranza – violazione e discriminazione ancora più gravi di quelle che possono avvenire nei confronti di una minoranza.

Infatti il numero dei soggetti interessati, e potenzialmente lesi, comprende la stragrande maggioranza delle donne di tutto il mondo – qui si prendono in considerazione principalmente le donne, anche se un discorso analogo va fatto anche per gli uomini – e rappresenta più della metà del genere umano, onde il rispetto del suo essere, e dei diritti che da esso derivano, è assolutamente determinante per il futuro di tutte le nazioni.

Quesito fondamentale: costituisce violazione di diritti fondamentali e discriminazione il fatto di negare a una persona umana, fin dall’inizio della sua esistenza, il valore di realtà del suo proprio essere biologico-strutturale e l’esistenza di diritti che da esso derivano, e allo stesso tempo pretendere di affermare come inviolabile la realtà di un’identità psichica in contraddizione con l’essere biologico-strutturale proprio ed attribuirle diritti di rango uguale se non addirittura superiore?

La risposta non può essere che positiva: vi è violazione e discriminazione in tale operazione.

Se un’identità assolutamente minoritaria, e non fondata sull’essere proprio, viene considerata quale realtà inviolabile e fonte di diritti assoluti, con fondamento assai più consistente un’identità immensamente maggioritaria e fondata sull’essere proprio deve essere considerata quale realtà obiettiva inviolabile e fonte di diritti inalienabili da essa scaturenti, pena la palese e insostenibile contraddizione.

La contraddizione appare palese se si considera che in alcune nazioni, mentre non si permette che vengano proposte terapie per ricondurre gli omosessuali allo stato di eterosessualità, nello stesso tempo si permette che si prospetti fin dall’infanzia, come cosa normale, che si possano praticare percorsi psichici e fisici per transire dal genere femminile al maschile e viceversa. Dunque lo stato psichico omosessuale è così normale da non poter essere toccato, mentre lo stato bio-psichico femminile – ovvero maschile – è così poco normale da poter essere pubblicamente presentato come liberamente manipolabile?

Come, dunque, è stato introdotto il termine “omofobia” per indicare la vera o presunta violazione dei diritti e discriminazione nei confronti di un’identità psichica in contraddizione con l’essere biologico-strutturale proprio, analogamente, e con maggior ragione, va introdotto il termine “ginecofobia” per indicare la violazione dei diritti e la discriminazione nei confronti dell’identità psichica della donna, in quanto inalienabilmente fondata sul suo essere biologico-strutturale innato.

La prassi educativa scaturente dalla teoria del gender, con un modo di procedere che legittimamente può, e deve, essere chiamato “ginecofobico”, vorrebbe imporre alla donna, fin dall’infanzia, di considerare il suo proprio essere come non esistente in quanto realtà strutturale, e perciò intercambiabile.

E, con la negazione dell’essere proprio della donna, alla medesima vengono, conseguentemente, negati i diritti che da esso naturalmente derivano: il diritto, cioè, di essere considerata la naturale partner della realtà biologico-strutturale maschile e quindi la naturale procreatrice ed educatrice, insieme al suo partner maschile, della vita umana nascente.

La negazione del fondamentale diritto delle donne ad essere se stesse, cioè esseri femminili, si accompagna con la contraddittoria pretesa di conferire questo diritto – che nelle premesse del movimento ginecofobico non può essere considerato un diritto, perché si tratta di una costruzione culturale transitoria e infinitamente mutabile – a persone che hanno dalla nascita un essere biologico-strutturale maschile.

Ma il modo in cui i suddetti diritti vengono esercitati da persone dall’essere biologico-strutturale maschile è necessariamente diminuito rispetto al medesimo esercizio del diritto, che, in quanto tale, viene negato alle donne.

Ne consegue, dunque che si abbiano, in successione temporale e logica, le seguenti mutazioni del concetto di diritto connaturato alla persona:

  1. il diritto naturale, fondamentale, assoluto ed inalienabile ad affermare la propria identità complessivamente considerata, comprendente l’appartenenza al proprio sesso biologico, da considerarsi la risultanza naturale necessaria dell’essere biologico-strutturale femminile delle donne, viene negato e sostituito con una semplice mutevole convenzione sociale;
  2. il diritto, di costruzione concettuale, che si pretende equivalente al diritto sopra menzionato, come un tempo era esercitato dalle donne, viene conferito per legge (im)positiva a persone aventi per nascita un essere biologico-strutturale maschile;
  3. il medesimo diritto, così artatamente conferito, finisce per essere esercitato necessariamente in forma diminuita e caricaturale rispetto alla sua forma naturale – la forma diminuita e caricaturale di detto diritto apparendo evidente, nelle situazioni in cui esso è esercitato, dal genere di rapporto fisico tra partner aventi lo stesso essere biologico-strutturale, dall’eventuale scimmiottatura chirurgica dell’essere biologico-strutturale della donna, dall’estensione del linguaggio e delle funzioni dei rapporti parentali a generi di rapporto diminuiti e caricaturali rispetto ai rapporti naturali con la prole.

Da questa ricostruzione deriva che i diritti, sottratti per ginecofobia alla classe così immensamente maggioritaria delle donne, vengono poi reintrodotti – a vantaggio di una sparuta minoranza di persone dall’essere biologico-strutturale maschile, eventualmente modificato, e a svantaggio della maggioranza costituita da persone dall’essere biologico-strutturale femminile – in una forma che per tutti, necessariamente, risulta diminuita.

Infatti, se alla persona dall’essere biologico-strutturale femminile viene negato, fin dalla nascita, il diritto di essere ciò che è, perché l’altro possa essere ciò che non è, ella potrà ritenere il suo essere soltanto quale forma socio-culturale artificiale e quindi mutevole, dalla quale non possono scaturire se non diritti artificiali e mutevoli: gli stessi diritti, dunque, che la legge positiva conferisce agli altri.

Il suo rapporto con il coniuge, dunque, non sarà considerato diverso dal rapporto contro natura degli altri, né da esso scaturiranno particolari obblighi o dimensioni spirituali proprie; analogamente il suo rapporto con la prole non sarà considerato diverso dal rapporto con la “prole” degli altri, e perciò non potrà vantare, di fronte allo stato, diritti di paternità-maternità educativa diversi da quelli, artificiali e mutevoli, che eserciteranno gli altri.

Se infatti si ammette – come è ormai prassi ordinaria del movimento ginecofobico – che la prole non ha bisogno né per essere considerata tale, né per un suo positivo sviluppo umano, delle “obsolete” figure dell’uomo/padre e della donna/madre, quali diritti, diversi da quelli di un “responsabile” di qualsiasi genere o orientamento, potrebbe la donna-madre vedersi riconosciuti?

Nel caso – per fare un solo esempio – di una separazione dal coniuge e della successiva convivenza di quest’ultimo con una persona del suo stesso sesso biologico, l’affidamento dei figli, per conseguenza logica, dovrebbe essere determinato non tenendo alcun conto dell’essere biologico-strutturale della madre.

E’ ovvio, dunque, che i diritti, originariamente legati all’essere biologico-strutturale della donna, una volta negata la realtà naturale inviolabile di detto essere, necessariamente verranno separati da esso e, in questa loro nuova forma, non potranno non essere diminuiti, e come tali soltanto, ritornare all’essere della donna da cui erano originariamente scaturiti.

Il fondamento di questa degradazione dei diritti fondamentali della donna, e della conseguente discriminazione di essa nel confronti delle minoranze con identità psichica difforme dalla propria realtà strutturale, è, come abbiamo detto, la “ginecofobia”, cioè il rifiuto di accettare la realtà biologico-strutturale della donna come reale e inviolabile, al fine di poter presentare come realtà fondata e, come tale, avente diritti inalienabili, l’identità psichica difforme dal proprio essere strutturale.

Contro questa violazione, che con pretestuose motivazioni giuridiche si sta estendendo a tutto il mondo, le donne hanno deciso di unirsi in un movimento giuridico internazionale che ha la finalità di riaffermare con determinazione, contro ogni ginecofobia, la realtà assolutamente inalienabile del loro essere biologico-strutturale, con tutti i diritti che necessariamente ne derivano, e in particolare il diritto ad essere considerate le sole vere detentrici della facoltà di generare ed educare figli in piena armonia di vita comune con il proprio partner maschile, senza in alcun modo tollerare che tale diritto venga esteso a chi non detiene la realtà del loro essere inalienabile, risolvendosi necessariamente tale estensione indebita ad una degradazione dei caratteri che i rapporti coniugali e parentali hanno naturalmente e dei quali in alcun modo esse intendono essere defraudate.

Si invitano pertanto tutte le donne coscienti della loro dignità minacciata ad aderire fattivamente a questo movimento e ad impegnarsi per vedere riconosciuta come inammissibile in tutte le sedi istituzionali, nazionali e internazionali, la violazione ginecofobica, e la conseguente discriminazione, del loro essere biologico-strutturale femminile e dei diritti che da esso derivano.

 

(testo redatto in collaborazione da Don Massimo Lapponi e Monica Boccardi)

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La Nostra Campagna e il Gioco del Rispetto

“Bisogna insegnare ai bambini a pensare, non a cosa pensare”
Margaret Mead – antropologa statunitense

IL GIOCO DEI BAMBINI E IL RISPETTO DEGLI ADULTI

di Silvia Alicandro

La mia lunga esperienza, ormai quasi trentennale, nel campo dell’educazione e della tutela dei bambini e delle famiglie mi induce ad esprimere una riflessione in merito al dibattito, anche a livello internazionale, che si è aperto intorno all’inserimento, nelle scuole della prima infanzia di Trieste, del “Gioco del rispetto” che ha l’obiettivo, come si legge nelle linee guida, di “anticipare l’insegnamento al rispetto di genere tramite il superamento degli stereotipi e di favorire una cultura e un’educazione alle pari ed eque opportunità tra bambini e bambine, di contrastare forme di conflittualità e violenza”.

Alcuni dei giochi proposti fanno parte di quello che si considera il gioco simbolico, importantissimo nella prima infanzia per sviluppare nel bambino meglio le sue abilità cognitive, socio-affettive e relazionali.
Poiché verso i 18-24 mesi del bambino, comincia a manifestarsi il pensiero egocentrico, nello stadio pre-operatorio (J. Piaget), sia nell’asilo nido che nella scuola dell’infanzia (dove i bambini di quattro anni cominciano a sperimentare il pensiero simbolico), vengono predisposti, dagli educatori, angoli e giochi che favoriscono questa fase dello sviluppo e le successive, quindi, troviamo l’angolo della “casetta” e quello dei “travestimenti” con materiali vari (cappelli, borse, foulard, cravatte, scarpe, spade, bacchette magiche, pentole, piatti etc.).
Questo materiale consente ai bambini e alle bambine di esprimersi in giochi di finzione, d’identificazione e di immaginazione, rappresentando, ad esempio, azioni di cui sono stati testimoni e di imitare ciò che accade nella realtà o nella loro immaginazione. In genere l’educatore ha un ruolo di supporto, ma non di protagonista e quindi interviene solo se il bambino richiede il suo coinvolgimento. L’osservazione di questi giochi, invece, è molto interessante per l’educatore perché gli permette di capire meglio il mondo in cui vive il bambino e come vi si relaziona.
Ora, durante lunghi anni di lavoro in queste strutture, non ho mai sentito e rilevato stereotipi tra i bambini; non ho mai sentito dire ad una bambina “Tu Marco non puoi entrare nella casetta perché sei maschio”, nè ad un bambino “Tu Francesca non puoi metterti l’elmo da cavaliere perché sei femmina” o ancora “Tu che sei femmina non puoi fare il dottore o tu che sei maschio non puoi fare il cuoco..”
Di questi esempi naturalmente potrei farne all’infinito; quindi mi chiedo: Come mai si deve inserire un progetto di questo tipo per eliminare stereotipi nei bambini che, sempre secondo il progetto in questione “…è ovvio che quando i/le bambini/e avranno bisogno di sintetizzare e semplificare utilizzeranno stereotipi…come gli adulti”?
Perché “…bisogna spezzare l’idea che la casa sia per le bambine e il castello per i bambini..”, se nessuna educatrice o educatore con cui ho lavorato ha mai fatto questo tipo di distinzione, ma ha semplicemente assecondato gli interessi dei bambini e delle bambine offrendo loro giochi di vario tipo?
Gli adulti che lavorano in queste strutture educative, come nella scuola o i genitori in famiglia, non rispetterebbero gli interessi dei bambini se gli impedissero di esprimersi pienamente e di sviluppare i loro talenti, nè se impedissero alle bambine di saltare e arrampicarsi e ai bambini di preparare il pranzo nella “casetta”.
Il rispetto non è un gioco, è una cosa seria: o c’è o non c’è.
Piuttosto credo che il problema degli stereotipi appartenga agli adulti basta pensare alla pubblicità.
Molti adulti non insegnano il rispetto ai bambini perché sono i primi a non rispettarli quando, ad esempio, alzano la voce o le mani per sopraffarli; quando se li contendono con il genitore da cui si sono separati privandoli di un padre o di una madre ancora vivi; quando li abusano o li usano come merce di scambio; quando non si prendono cura dell’ambiente in cui vivono o quando non supportano le famiglie in cui dovrebbero crescere i bambini. E l’elenco, come al solito, è lungo.
Mi chiedo se queste considerazioni siano state sufficientemente espresse da educatori e coordinatori pedagogici quando è stato loro presentato il progetto di cui si parla tanto sia a livello nazionale che internazionale.
Non mi è chiara l’affermazione delle autrici “…non abbiamo pretese di entrare nello specifico della programmazione gestita in autonomia…” visto che si danno precise indicazioni di giochi e di interventi educativi che dovrebbero fare gli insegnanti. In questo caso considererei più opportuno lavorare con gli adulti per capire se nelle loro relazioni familiari o nella vita lavorativa e sociale, esprimono degli stereotipi e precludono ai loro figli delle strade che ritengono adeguate solo a “maschi” o a “femmine” secondo le loro convinzioni e pregiudizi, senza rispettare i loro naturali interessi e i loro talenti.

Noi ci aspettiamo un dibattito pubblico su questo progetto e un confronto nelle sedi dedicate nel massimo rispetto delle singole professionalità.

I bambini non chiedono altro che di essere tutelati e amati da adulti attenti e responsabili e di essere rispettati nel loro naturale modo di essere.