NELLA SCIA DELLE INTERVISTE IN RETE A MARINO MAGLIETTA

Nella scia delle interviste in rete al presidente di Crescere Insieme. Obiezioni e risposte alle obiezioni.

Di Marino Maglietta

Non frequentando la rete, intesa come forum, blog e simili, ho appreso solo in ritardo, e indirettamente, le principali critiche mosse non tanto a me quanto alle posizioni da tempo assunte da Crescere Insieme. Ho ritenuto, quindi, utile raccoglierle e dare loro risposta, in una sorta di intervista simulata, a più voci, cogliendo l’occasione per riprendere brevemente e meglio chiarire i punti più qualificanti della riforma del 2006, per la parte non applicata, quella che a nostro parere rende necessario un secondo intervento. (Marino Maglietta)

Secondo alcuni la mia visione della separazione sarebbe prettamente adultocentrica e ignorerei la differenza che passa fra il minore soggetto di diritto e il minore come mero oggetto sul quale esercitare dei diritti; o meglio, sul quale i padri vogliono far valere dei diritti.

Stiamo ai fatti. Prima della riforma nel codice civile si leggeva (art. 155): “Il giudice che pronuncia la separazione dei coniugi dichiara a quale di essi i figli sono affidati”. E seguiva una serie di regole in base alle quali i figli dovevano subire come oggetti passivi tutta una serie di decisioni del genitore affidatario, padrone assoluto della loro vita: dalla scelta della casa ai trasferimenti in Mozambico. E nessuno protestava. Nessuno, in particolare, di quelli che oggi strillano contro la mia visione “adultocentrica” e che di fatto vorrebbero restaurare l’ancien régime, visto che vogliono mantenere l’attuale formulazione solo perché nell’applicazione non è cambiato nulla. Oggi, invece, al posto di ciò sta scritto – dietro mio suggerimento – “Anche in caso di separazione personale dei genitori il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno di essi, di ricevere cura, educazione e istruzione da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale.”

Qualsiasi persona dotata di un briciolo di onestà intellettuale si accorge che è vero esattamente il contrario e che gli interessi degli adulti sono sostenuti da chi sostiene il vecchio modello.

Non basta. Proprio perché vorrei (si dice) incollare i figli ai padri, proporrei un modello autoritario, in cui il padre padrone può togliere al figlio anche l’aria che respira, altrimenti, se il figlio resiste, si mette a strillare che gli si è “mancato di rispetto”. Quindi, in sostanza vorrei negare ai figli il diritto di scegliere di convivere con un genitore piuttosto che un altro.

La legge 54/2006, lungi dal comprimere, estende le opportunità per i figli. La frequentazione equilibrata dei due genitori è ora riconosciuta al figlio come suo diritto indisponibile perché il modello monogenitoriale glielo impediva, non perché qualsiasi sia la situazione e qualunque cosa succeda deve per forza passare con i genitori un identico tempo! Alla domanda “con quale genitore preferisci vivere?” posta prima della riforma la stragrande maggioranza dei figli rispondeva “con tutti e due”; anche se, ovviamente, non nello stesso momento. Al che l’interrogante (di regola il giudice o un suo consulente) si rattristava perché la legge gli impediva di soddisfare la richiesta e lo obbligava ad una scelta: o l’uno o l’altro (e spero che nessuno si appelli al “diritto di visita” a w-e alternati per sostenere che anche prima il sistema era bigenitoriale…). Naturalmente esistono anche fattispecie che esigono soluzioni diverse, ma anch’esse fisiologiche: il caso in cui la situazione (distanza, età, impegni lavorativi di un genitore ecc.) imponga un certo squilibrio, ossia una frequentazione in buona misura sbilanciata. Non c’è dubbio che in questi casi bisogna chiedere al figlio presso quale genitore preferisca stare prevalentemente. Nulla quaestio: ce n’è il motivo. Ma purtroppo la Suprema Corte si è spinta ad ammettere plausibile e accettabile il comportamento di un figlio che non voleva optare per una collocazione prevalente presso un genitore, ma per la cancellazione dell’altro, con il quale non intendeva avere più alcun rapporto (salvo esserne mantenuto) pur ammettendo che un motivo serio, spendibile, per far ciò non esisteva e che da lui non gli era mai venuto alcun male. Una situazione relativamente frequente. Si pensi a un genitore severo rispetto a uno morbido, a uno straricco rispetto a uno che lesina perché non ne ha, a un genitore che fa una vita divertente rispetto a uno tetro. I motivi di seduzione per un adolescente (13 anni in quel caso) possono essere molti. È questo il nodo del problema. Trovo che indulgere ai capricci di un ragazzino solo perché è figlio di separati e ci marcia sia profondamente antieducativo, oltre che giuridicamente inammissibile. Il mio pensiero è questo e non ho motivo per cambiare idea.

Un altro motivo di critica riguarda l’“ammettere che un padre, dopo essersi disinteressato del minore in costanza di matrimonio, ne reclami al momento della separazione l’esatta metà”.

Ho messo le virgolette perché l’“esatta metà” non è prevista da nessun mio progetto. Ma il resto corrisponde. Nella convivenza i ruoli sono complementari. Il padre si occupa di cose che coprono necessità comuni alla famiglia, madre compresa; e viceversa. La separazione mette fine a questo assetto ed entrambi devono assumere direttamente competenze che prima non avevano. Alla madre si fa credito di riuscirci; perché al padre no? A parte questo, la cosa più grave è che la pari dignità di genitore viene negata anche ai padri che sono sempre stati presenti, il che dimostra quanto questo argomento sia pretestuoso. Quello che si vuole conservare è il regime monocratico. Sempre e comunque. Nelle rapidissime udienze quando mai si va a guardare come quella famiglia ha vissuto? C’è il prestampato …. Copia e incolla ….

Ma, si dice, il giudice non può non tenere conto della situazione di fatto, della realtà quotidiana che vede la cura dei figli rimessa prevalentemente a un solo genitore, la madre. E io non avrei mai cercato di porre rimedio a questa situazione.

Qualche critica che mi è stata riferita era prevedibile; questa no.  Penso di essere uno dei pochi che ha fatto qualcosa di concreto a favore delle pari opportunità per le donne in ambito sia familiare che lavorativo (che poi sono interdipendenti). Sono partito 20 anni fa proprio dalla constatazione di questa preoccupante e ingiusta situazione di fatto e scrissi a quel tempo che i padri presenti potevano avere una consistenza numerica intorno ad appena il 15%;  che l’affidamento esclusivo, tipicamente alla madre, con facoltà di visita esercitabile o no legittimava quel comportamento e congelava il dato di fatto; che bisognava pertanto modificare la norma premiando i padri presenti e richiamando tutti gli altri a rimboccarsi le maniche e partecipare alla cura dei figli e agli impegni domestici. Sono riuscito con un impegno durato 12 anni – in mezzo alle resistenze spaventose di chi invece voleva tenersi quel modello sociale – a cambiare la legge, nel senso che ora prevede che si assegnino compiti di cura anche ai padri e non “diritti di visita”. Se non lo si fa è per il sabotaggio di chi già non la voleva (parte di magistratura, avvocatura, ecc  …)  e devo trovarmi oggi a ricevere le contestazioni degli stessi avversari di allora, che mi rinfacciano di non avere fatto nulla perché le donne abbiano pari opportunità?  Vogliamo rammentare qualche presa di posizione ufficiale? Nelle “Considerazioni della Commissione nazionale per la parità e le pari opportunità sulla proposta di legge sull’affido condiviso” (Roma, 16.09.2002) si stigmatizzava la mia proposta di legge come un progetto nato “dall’esigenza di contendere alle donne il possesso e il potere sui figli e sulla gestione del denaro attribuendo analogo possesso e potere agli uomini”. Allora, chi è che vuole tenere i padri fuori dal ruolo, dalle responsabilità e dai compiti genitoriali? Credo veramente che non ci siano limiti per la mancanza di pudore.

Tuttavia, negherei l’evidenza: lo sforzo di riposizionare la figura genitoriale paterna rispetto al ruolo sociale che gli viene dato. La proposta di legge sull’affido condiviso spesso si accompagna, si dice, ad una comunicazione che sembrerebbe semplicemente voler rimettere al centro del discorso familiare il Padre. Contro la storia e il quotidiano vissuto. Quindi dovrei chiarire e confessare che la mia vera intenzione è quella di ripristinare il patriarcato, oppure prendere le distanze da quanti sostengono le proposte di Crescere Insieme con motivazioni diverse da quelle dell’associazione, ossia per il desiderio maschile di rivincita. Mi si fa notare, infatti, che le proposte di legge di Crescere Insieme in rete sarebbero supportate da persone che realizzano una comunicazione tendenzialmente polemica e aggressiva nei confronti delle donne, il che reca ad esse non trascurabile pregiudizio.

Ancora una volta stiamo ai fatti.  Potrei di nuovo citare i giudizi della Commissione nazionale per la parità e le pari opportunità, riportati sopra. Già sarebbe un risposta.  Crescere Insieme nasce con questo nome non certo a caso e come un movimento “costituito da persone – indifferentemente uomini e donne, sposate e non, con figli e senza il cui obiettivo primario è tutelare il diritto del minore di mantenere rapporti continuativi e significativi con entrambi i genitori, ancorché separati.” (da “Chi siamo”, www.crescere-insieme.org). Secondo statuto il suo scopo è quello di “operare affinché i figli minori di genitori separati possano vedere riconosciuto il proprio diritto di crescere mantenendo un rapporto equilibrato e continuativo con entrambi i genitori ed i loro rispettivi ambiti parentali, nonché quello di approfondire le problematiche relative alla paternità, alla maternità e alla famiglia, sensibilizzando su di esse l’opinione pubblica.”  Cosa c’è “al maschile” in tutto questo? Ci vogliamo, invece, accorgere che queste affermazioni sono state tradotte in legge, visto che si trovano ripetute quasi alla lettera nel primo comma dell’art. 155 c.c.? Dunque siamo stati coerenti, non erano chiacchiere.  E il patriarcato cosa c’entra?

Quanto al dover stare attento a non essere “confuso” con le posizioni di altri, francamente c’è abbastanza luce per chi vuol vedere la differenza, mentre per chi, credo interessatamente, non la vuole vedere non ce ne sarà mai abbastanza. E mi spiego.

Crescere Insieme è nata nel 1993 e ha fatto il suo percorso indipendentemente da altri gruppi, per la maggior parte nati molto molto tempo dopo, e comunque ininfluenti sulle sue posizioni. Personalmente non ho mai scritto una parola che fosse meno che corretta nei confronti del genere femminile e quel che più conta, senza alcuno sforzo. Ho scritto quello che penso. Ci vorrebbe più attenzione nell’esprimere certe valutazioni, prima di fare certi accostamenti; in qualche caso direi anche una maggiore onestà intellettuale, perché mi pare evidente che documentarsi per chi frequenta la rete non sia un’impresa disperata.

Resta il fatto che effettivamente certe posizioni, con le quali non ho nulla a che vedere, fanno danno, perché comunque rendono praticabile la tecnica di arronzare giudizi superficiali e fare di ogni erba un fascio per catturare il consenso di lettori, e soprattutto lettrici, distratti. D’altra parte, ritengo che l’uso sistematico delle insinuazioni gratuite, della dietrologia, non sia tanto una questione di pregiudizi, quanto una strategia, per delegittimare l’avversario con poca fatica. Concludo: possibile che il permanente supporto alle nostre tesi dell’Associazione Donne Separate (che abbia cambiato nome è irrilevante), dalle origini (1996) alle recenti audizioni, non voglia dire nulla? Maschiliste anche loro? Ma il femminismo – e stabilire cosa è politically correct e cosa no – è monopolio di poche/i elette/i?  Non ho che una riflessione da fare: non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.

E poi c’è la “PAS”.  Sosterrei che “definire che cosa sia esattamente ha poca importanza”

Il mio pensiero è ben diverso, e non riguarda la “consistenza”. Anzi: quella è chiarissima e deve esserlo.  Penso e ho detto che il fenomeno del condizionamento della volontà e del giudizio dei figli volto al rifiuto immotivato dell’altro genitore esiste eccome, e che quando si ha la certezza che si è verificato deve essere sanzionato; ma che non è gran che importante sotto il profilo giuridico che in psichiatria sia catalogato nel modo A o nel modo B, aspetto che per lo psichiatra è invece giustamente fondamentale. Il frutto sferico che mangiamo così volentieri non avrebbe meno succo e meno gradevolezza se l’albero che lo produce non lo chiamassimo “citrus aurantium”. Al consumatore la “classificazione” non interessa affatto, al botanico invece sì, moltissimo.

Mi viene anche addebitato che la legge del 2006 sull’affidamento condiviso in nome di una bigenitorialità esasperata non ha contemplato la fattispecie della violenza familiare come causa di esclusione dall’affidamento dei figli. Ed è per questo che i figli finiscono per essere affidati ai padri violenti. Insomma, per colpa mia.

Osservazione geniale. L’art. 155 bis che definisce le regole per escludere un genitore dall’affidamento si esprime riferendosi a un criterio generale: esclude il genitore dal quale, se affidatario, possa venire pregiudizio al figlio per qualsiasi motivo. Non nomina la violenza. Nemmeno la follia. Nemmeno la tossicodipendenza. Nemmeno l’incesto. Insomma, perbacco, si sarebbe dovuto fare un elenco di situazioni! [Così se il legislatore ne dimenticava una – evento inevitabile, impossibile pensare a tutto – quel tipo di delinquente l’avrebbe fatta franca.] È così che si legifera. Queste sono lezioni di diritto.

Però, si fa notare, nell’ultima mia proposta, adesso alla Camera, nel merito di singoli aspetti ci sono entrato: “La documentata e perdurante violenza intrafamiliare, sia fisica che psicologica, in particolare la violenza di genere, la violenza assistita dai figli, nonché la loro manipolazione mirata al rifiuto dell’altro genitore o al suo allontanamento, comporta l’esclusione dall’affidamento.”

Il che dimostra che non avevo mai inteso eliminare la violenza dai motivi di esclusione dall’affidamento. In questi ultimi tempi ho valutato opportuno dare una maggiore sottolineatura a questo aspetto proprio perché si stava cercando di speculare sulla sua apparente assenza.

Il modello bigenitoriale che caldeggio viene contestato come inidoneo da sempre, scartato fin dall’antichità, ad es. dal saggio biblico Re Salomone, che affidò il bambino alla sola madre, minacciando per finta di dividerlo in due, secondo i criteri bigenitoriali. Dunque io sarei solo, ultimo e unico sostenitore di una follia.

Stupendo questo esempio, che viene periodicamente riproposto con toni trionfalistici da finissimi giuristi. Un’altra vera “perla”. Salomone non aveva di fronte due genitori veri, ma uno vero e uno falso. Per cui a lui logicamente interessava solo smascherare il simulatore. Ma cosa avrebbe deciso di fronte a due genitori veri nessuno lo sa. Purtroppo quel bambino era già “orfano” di uno dei due, per cui la bigenitorialità non era ottenibile in alcun modo. Usare questo storico “caso” contro l’affidamento condiviso significa essere non avere minimamente compreso cosa si è voluto realizzare con la riforma del 2006.

Mi si fa anche notare che ricorro molto, troppo, spesso alla ciambella di salvataggio della “distorsione del mio pensiero”, addirittura arrivando a segnalare stravolgimenti di quanto avevo previsto direttamente ed esplicitamente nelle mie proposte di legge. In questo modo in sostanza attribuirei a persone più che titolate in materia giuridica ignoranza o malafede. E questo appare inaccettabile.

Il ragionamento evidentemente suggerisce una sola spiegazione accettabile: che non ci sia alcun travisamento e semplicemente che io sia un visionario, un paranoico che soffre di mania di persecuzione. Quindi devo per forza fare qualche esempio. Mi limito a uno dei più significativi: il comunicato stampa della più importante organizzazione di giudici minorili (9 aprile 2011), a commento del ddl 957. Naturalmente, è irrilevante che abbia incontrato l’ostilità degli estensori, ma gli argomenti avrebbero dovuto essere aderenti al testo. Ci si legge, invece, che la doppia residenza manderà in tilt l’anagrafe (ma si proponeva il doppio domicilio, che non influisce sull’anagrafe); che il mantenimento diretto significherebbe che “ Viene imposta per legge una formale e presunta parità economica dei genitori senza alcun riferimento alla diversità delle loro condizioni reddituali e patrimoniali in concreto, avvantaggiando in tal modo ingiustificatamente il genitore economicamente più forte” (mentre la proposta cambia la forma del contributo ma conserva la misura proporzionale alle risorse); che “Suscita perplessità l’imposizione obbligatoria della mediazione familiare in tale materia (con la conseguente penalizzazione del genitore che sarà ritenuto colpevole di averne provocato l’insuccesso)”, mentre l’obbligo è dell’informazione sulla mediazione e non di compiere il percorso e non c’è alcun contatto tra mediatore e giudice, che quindi non può, neanche volendo, assumere provvedimenti. Potrei continuare perché anche il resto (frequentazione, interesse del minore, nonni ecc.) era totalmente di fantasia. Ma sarebbe superfluo, mi pare. Allora, visto che non sono un visionario, dovrei azzardare una spiegazione. Francamente mi interessa poco e non mi compete, ma potrei benevolmente pensare che, volendo in ogni modo giungere a un risultato – bloccare quella proposta – che per propria convinzione ideologica era considerato indispensabile si è data poca importanza alla veridicità delle affermazioni. Diciamo, una sorta di “ragion di stato”.

Infine, si è molto speculato sulla mia presunta ostilità nei confronti delle femministe. Un punto già sfiorato sopra, ma che merita un ulteriore chiarimento

Siccome su certi concetti ci sono ambiguità ovvero la tendenza di darsi proprie definizioni, preferisco riportare quella alla quale mi riferisco:

“È la posizione di chi sostiene la parità politica, sociale ed economica tra i sessi, ritenendo che le donne siano state e siano tuttora, in varie misure, discriminate rispetto agli uomini e ad essi subordinate; e la convinzione che il sesso biologico non dovrebbe essere un fattore predeterminante che modella l’identità sociale o i diritti sociopolitici o economici della persona”

Ciò premesso, posso solo esprimere il mio punto di vista sul femminismo, su ciò che per me rappresenta. Non credo che ci sia una specie di rapporto biunivoco tra le donne e il femminismo. Mi sembra di poter affermare che come ci sono, evidentemente, donne lontanissime dal femminismo pur essendo femmine e pur autodefinendosi “femministe” e pretendendo di rappresentare tutte le donne, così ci sono uomini il cui pensiero è “femminista”, nel senso di cui sopra. Anche se sono maschi. E allora, se mi chiedo qual è la matrice più appropriata e corretta da attribuire al femminismo autentico e sano, lo vedo nella lotta a tutela del debole e dei suoi diritti, contro l’arroganza del più forte; una posizione che condivido al 100%. Il che naturalmente si salda benissimo con la sua storia, perché era logico che questa sensibilità e questa voglia di ribellarsi si sviluppassero prioritariamente presso chi per legge doveva, ad es., “seguire il marito ovunque avesse deciso di stabilire la residenza”; presso chi doveva portare al marito la dote, per il favore che faceva alla famiglia di lei accollandosi un peso; presso chi, equiparata a un minore, non aveva neppure diritto di voto (e sto parlando del secolo XX!). Giusto per fare qualche esempio. Quando ero ragazzino mi appassionavano i film western non per le sparatorie e le scazzottate, ma per il classico e inderogabile stilema sul quale erano costruiti: il protagonista è più debole e per questo subisce una quantità di soprusi da gente più forte e numerosa. Ma poi, con il coraggio e l’onestà, la spunta. Questo per me è il femminismo e in questo senso, per le donne che lo vivono così, sarò sempre un alleato.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...