Cosa desiderano i bambini per Natale

Di Silvia Alicandro

Tra pochi giorni sarà Natale, una festa religiosa per chi crede e per tutti una festa da vivere in famiglia rispettando tutte le tradizioni. La maggior parte degli adulti si affanneranno ad acquistare regali per parenti, amici e bambini; molti invece non riusciranno neanche ad avere un tetto sulla testa, ne’ tantomeno ad avere i soldi per comprare qualcosa ai loro figli.

Conoscendo bene i bambini e i loro desideri, immagino che potendo essere veramente ascoltati dagli adulti, formulerebbero così la loro letterina di Natale:

Caro Babbo Natale, caro Gesù bambino,
quest’anno non vorremmo ricevere le solite cose, i numerosi giocattoli che spesso riempiono le nostre stanze senza colmare i nostri cuori.
Quello che desideriamo veramente è:

  • di poter vivere nelle nostre Famiglie;
  • di non essere strappati ai nostri genitori se hanno delle difficoltà a prendersi cura di noi;
  • di frequentare regolarmente sia il papà che la mamma, anche se decidono di separarsi;
  • di essere difesi e tutelati dai Mostri che ci perseguitano;
  • di essere accolti e formati nella scuola anche se proveniamo da un Paese diverso da quello in cui viviamo;
  • di vivere in un Mondo in cui gli adulti si prendano cura e salvaguardino l’ambiente, il mare, gli animali;
  • di vivere in un Mondo senza guerre;
  • di vedere tutelati i nostri diritti anche se non possiamo votare.

Chiediamo troppo?

I bambini e i ragazzi di tutto il Mondo

Pochi e grandi desideri di cose non materiali, ma che richiedono un grande impegno agli adulti, ai genitori, ai governanti che hanno il dovere di soddisfare queste richieste perché i bambini sono il dono più prezioso e più bello della nostra società e abbiamo il dovere di prenderci cura di loro.

Non posso che augurare ai bambini e ai ragazzi che i loro desideri siano esauditi, molti di noi saranno sempre al loro fianco e senza arrendersi di fronte alle numerose difficoltà.

La forza delle nostre azioni sarà ben ripagata da ogni sorriso che vedremo splendere sui volti di ogni bambino.

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Il decreto sulla filiazione smantella il condiviso

Di Marino Maglietta

Firenze, 20 dicembre 2013 – Il decreto legislativo sulla filiazione approvato dal CdM in data 13 dicembre 2013 è certamente apprezzabile per avere positivamente realizzato l’equiparazione della filiazione naturale a quella legittima, in accordo con il mandato ricevuto con la legge 219/2012.

Purtroppo, però, gli estensori del testo (commissione Bianca) sono andati ben oltre i margini di intervento ad essi delegati, riscrivendo anche, nel bene e nel male, norme che avrebbero dovuto solamente ricollocare e rinumerare all’interno del codice civile.

In particolare ciò è avvenuto, in modo pessimo, per l’affidamento condiviso dei figli di genitori separati. Sono da segnalare principalmente le seguenti manomissioni:

ASCOLTO DEL MINORE – Per questo, in effetti, la delega c’è, ma si limita a dare mandato per la “disciplina delle modalita’ di esercizio del diritto all’ascolto del minore che abbia adeguata capacita’ di discernimento, precisando che, ove l’ascolto sia previsto nell’ambito di procedimenti giurisdizionali, ad esso provvede il presidente del tribunale o il giudice delegato”. Oltre a ciò, invece, si legge:” Nei procedimenti in cui si omologa o si prende atto di un accordo dei genitori, relativo alle condizioni di affidamento dei figli, il giudice non procede all’ascolto se in contrasto con l’interesse del minore o manifestamente superfluo.” Poiché la valutazione che l’ascolto sia “manifestamente superfluo” è del tutto soggettiva anche quando i genitori sono d’accordo, c’è da chiedersi come potrà fare il giudice a stabilire che il minore non ha nulla di rilevante da dire se prima non lo sente. Dunque regola contraddittoria e negazione di un diritto del minore

DIRITTI DEL MINORE – E’ stata soppressa l’affermazione iniziale della formulazione attuale “[Anche dopo la separazione dei genitori], il figlio minore ha il diritto di … “. Un inizio che caratterizzava la natura permanente dei diritti del figlio e al contempo i permanenti doveri dei genitori nei suoi confronti.

Infine, è stato introdotto l’obbligo di specificare dove, ovvero con chi, il figlio dovrà trascorrere prevalentemente il suo tempo: (comma 3 dell’art. 337 ter): “Le decisioni di maggiore interesse per i figli relative all’istruzione, all’educazione, alla salute e alla scelta della residenza abituale del minore sono assunte di comune accordo … In caso di disaccordo la decisione è rimessa al giudice.” Con questa aggiunta, evidentemente fuori delega, si è violata sostanzialmente la riforma del 2006, contraddicendone il messaggio e scardinando, oltre alle regole della frequentazione, anche quelle del mantenimento, legate alla bilanciata presenza fisica dei genitori, entrambi affidatari. Si è inoltre vanificato lo sforzo per assicurare alla donna pariteticità nelle responsabilità genitoriali, e quindi pari opportunità, a favore della reintroduzione di discriminazioni tra i genitori ideali per accrescere la conflittualità (meccanismo vinci-perdi) e penalizzare la mediazione familiare, il cui successo si fonda sull’equilibrio tra le parti.

L’associazione Crescere Insieme protesta vigorosamente per questo intervento legislativo in materia delicatissima, attuato fuori dalle regole istituzionali, che spoglia delle sue prerogative il Parlamento, rappresentante diretto della volontà popolare, aumenta il potere discrezionale della magistratura, incrementa la conflittualità e riduce i diritti dei minori. Annuncia, pertanto, che si attiverà in ogni modo e ad ogni livello per ottenere il ripristino della situazione attuale.

NELLA SCIA DELLE INTERVISTE IN RETE A MARINO MAGLIETTA

Nella scia delle interviste in rete al presidente di Crescere Insieme. Obiezioni e risposte alle obiezioni.

Di Marino Maglietta

Non frequentando la rete, intesa come forum, blog e simili, ho appreso solo in ritardo, e indirettamente, le principali critiche mosse non tanto a me quanto alle posizioni da tempo assunte da Crescere Insieme. Ho ritenuto, quindi, utile raccoglierle e dare loro risposta, in una sorta di intervista simulata, a più voci, cogliendo l’occasione per riprendere brevemente e meglio chiarire i punti più qualificanti della riforma del 2006, per la parte non applicata, quella che a nostro parere rende necessario un secondo intervento. (Marino Maglietta)

Secondo alcuni la mia visione della separazione sarebbe prettamente adultocentrica e ignorerei la differenza che passa fra il minore soggetto di diritto e il minore come mero oggetto sul quale esercitare dei diritti; o meglio, sul quale i padri vogliono far valere dei diritti.

Stiamo ai fatti. Prima della riforma nel codice civile si leggeva (art. 155): “Il giudice che pronuncia la separazione dei coniugi dichiara a quale di essi i figli sono affidati”. E seguiva una serie di regole in base alle quali i figli dovevano subire come oggetti passivi tutta una serie di decisioni del genitore affidatario, padrone assoluto della loro vita: dalla scelta della casa ai trasferimenti in Mozambico. E nessuno protestava. Nessuno, in particolare, di quelli che oggi strillano contro la mia visione “adultocentrica” e che di fatto vorrebbero restaurare l’ancien régime, visto che vogliono mantenere l’attuale formulazione solo perché nell’applicazione non è cambiato nulla. Oggi, invece, al posto di ciò sta scritto – dietro mio suggerimento – “Anche in caso di separazione personale dei genitori il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno di essi, di ricevere cura, educazione e istruzione da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale.”

Qualsiasi persona dotata di un briciolo di onestà intellettuale si accorge che è vero esattamente il contrario e che gli interessi degli adulti sono sostenuti da chi sostiene il vecchio modello.

Non basta. Proprio perché vorrei (si dice) incollare i figli ai padri, proporrei un modello autoritario, in cui il padre padrone può togliere al figlio anche l’aria che respira, altrimenti, se il figlio resiste, si mette a strillare che gli si è “mancato di rispetto”. Quindi, in sostanza vorrei negare ai figli il diritto di scegliere di convivere con un genitore piuttosto che un altro.

La legge 54/2006, lungi dal comprimere, estende le opportunità per i figli. La frequentazione equilibrata dei due genitori è ora riconosciuta al figlio come suo diritto indisponibile perché il modello monogenitoriale glielo impediva, non perché qualsiasi sia la situazione e qualunque cosa succeda deve per forza passare con i genitori un identico tempo! Alla domanda “con quale genitore preferisci vivere?” posta prima della riforma la stragrande maggioranza dei figli rispondeva “con tutti e due”; anche se, ovviamente, non nello stesso momento. Al che l’interrogante (di regola il giudice o un suo consulente) si rattristava perché la legge gli impediva di soddisfare la richiesta e lo obbligava ad una scelta: o l’uno o l’altro (e spero che nessuno si appelli al “diritto di visita” a w-e alternati per sostenere che anche prima il sistema era bigenitoriale…). Naturalmente esistono anche fattispecie che esigono soluzioni diverse, ma anch’esse fisiologiche: il caso in cui la situazione (distanza, età, impegni lavorativi di un genitore ecc.) imponga un certo squilibrio, ossia una frequentazione in buona misura sbilanciata. Non c’è dubbio che in questi casi bisogna chiedere al figlio presso quale genitore preferisca stare prevalentemente. Nulla quaestio: ce n’è il motivo. Ma purtroppo la Suprema Corte si è spinta ad ammettere plausibile e accettabile il comportamento di un figlio che non voleva optare per una collocazione prevalente presso un genitore, ma per la cancellazione dell’altro, con il quale non intendeva avere più alcun rapporto (salvo esserne mantenuto) pur ammettendo che un motivo serio, spendibile, per far ciò non esisteva e che da lui non gli era mai venuto alcun male. Una situazione relativamente frequente. Si pensi a un genitore severo rispetto a uno morbido, a uno straricco rispetto a uno che lesina perché non ne ha, a un genitore che fa una vita divertente rispetto a uno tetro. I motivi di seduzione per un adolescente (13 anni in quel caso) possono essere molti. È questo il nodo del problema. Trovo che indulgere ai capricci di un ragazzino solo perché è figlio di separati e ci marcia sia profondamente antieducativo, oltre che giuridicamente inammissibile. Il mio pensiero è questo e non ho motivo per cambiare idea.

Un altro motivo di critica riguarda l’“ammettere che un padre, dopo essersi disinteressato del minore in costanza di matrimonio, ne reclami al momento della separazione l’esatta metà”.

Ho messo le virgolette perché l’“esatta metà” non è prevista da nessun mio progetto. Ma il resto corrisponde. Nella convivenza i ruoli sono complementari. Il padre si occupa di cose che coprono necessità comuni alla famiglia, madre compresa; e viceversa. La separazione mette fine a questo assetto ed entrambi devono assumere direttamente competenze che prima non avevano. Alla madre si fa credito di riuscirci; perché al padre no? A parte questo, la cosa più grave è che la pari dignità di genitore viene negata anche ai padri che sono sempre stati presenti, il che dimostra quanto questo argomento sia pretestuoso. Quello che si vuole conservare è il regime monocratico. Sempre e comunque. Nelle rapidissime udienze quando mai si va a guardare come quella famiglia ha vissuto? C’è il prestampato …. Copia e incolla ….

Ma, si dice, il giudice non può non tenere conto della situazione di fatto, della realtà quotidiana che vede la cura dei figli rimessa prevalentemente a un solo genitore, la madre. E io non avrei mai cercato di porre rimedio a questa situazione.

Qualche critica che mi è stata riferita era prevedibile; questa no.  Penso di essere uno dei pochi che ha fatto qualcosa di concreto a favore delle pari opportunità per le donne in ambito sia familiare che lavorativo (che poi sono interdipendenti). Sono partito 20 anni fa proprio dalla constatazione di questa preoccupante e ingiusta situazione di fatto e scrissi a quel tempo che i padri presenti potevano avere una consistenza numerica intorno ad appena il 15%;  che l’affidamento esclusivo, tipicamente alla madre, con facoltà di visita esercitabile o no legittimava quel comportamento e congelava il dato di fatto; che bisognava pertanto modificare la norma premiando i padri presenti e richiamando tutti gli altri a rimboccarsi le maniche e partecipare alla cura dei figli e agli impegni domestici. Sono riuscito con un impegno durato 12 anni – in mezzo alle resistenze spaventose di chi invece voleva tenersi quel modello sociale – a cambiare la legge, nel senso che ora prevede che si assegnino compiti di cura anche ai padri e non “diritti di visita”. Se non lo si fa è per il sabotaggio di chi già non la voleva (parte di magistratura, avvocatura, ecc  …)  e devo trovarmi oggi a ricevere le contestazioni degli stessi avversari di allora, che mi rinfacciano di non avere fatto nulla perché le donne abbiano pari opportunità?  Vogliamo rammentare qualche presa di posizione ufficiale? Nelle “Considerazioni della Commissione nazionale per la parità e le pari opportunità sulla proposta di legge sull’affido condiviso” (Roma, 16.09.2002) si stigmatizzava la mia proposta di legge come un progetto nato “dall’esigenza di contendere alle donne il possesso e il potere sui figli e sulla gestione del denaro attribuendo analogo possesso e potere agli uomini”. Allora, chi è che vuole tenere i padri fuori dal ruolo, dalle responsabilità e dai compiti genitoriali? Credo veramente che non ci siano limiti per la mancanza di pudore.

Tuttavia, negherei l’evidenza: lo sforzo di riposizionare la figura genitoriale paterna rispetto al ruolo sociale che gli viene dato. La proposta di legge sull’affido condiviso spesso si accompagna, si dice, ad una comunicazione che sembrerebbe semplicemente voler rimettere al centro del discorso familiare il Padre. Contro la storia e il quotidiano vissuto. Quindi dovrei chiarire e confessare che la mia vera intenzione è quella di ripristinare il patriarcato, oppure prendere le distanze da quanti sostengono le proposte di Crescere Insieme con motivazioni diverse da quelle dell’associazione, ossia per il desiderio maschile di rivincita. Mi si fa notare, infatti, che le proposte di legge di Crescere Insieme in rete sarebbero supportate da persone che realizzano una comunicazione tendenzialmente polemica e aggressiva nei confronti delle donne, il che reca ad esse non trascurabile pregiudizio.

Ancora una volta stiamo ai fatti.  Potrei di nuovo citare i giudizi della Commissione nazionale per la parità e le pari opportunità, riportati sopra. Già sarebbe un risposta.  Crescere Insieme nasce con questo nome non certo a caso e come un movimento “costituito da persone – indifferentemente uomini e donne, sposate e non, con figli e senza il cui obiettivo primario è tutelare il diritto del minore di mantenere rapporti continuativi e significativi con entrambi i genitori, ancorché separati.” (da “Chi siamo”, www.crescere-insieme.org). Secondo statuto il suo scopo è quello di “operare affinché i figli minori di genitori separati possano vedere riconosciuto il proprio diritto di crescere mantenendo un rapporto equilibrato e continuativo con entrambi i genitori ed i loro rispettivi ambiti parentali, nonché quello di approfondire le problematiche relative alla paternità, alla maternità e alla famiglia, sensibilizzando su di esse l’opinione pubblica.”  Cosa c’è “al maschile” in tutto questo? Ci vogliamo, invece, accorgere che queste affermazioni sono state tradotte in legge, visto che si trovano ripetute quasi alla lettera nel primo comma dell’art. 155 c.c.? Dunque siamo stati coerenti, non erano chiacchiere.  E il patriarcato cosa c’entra?

Quanto al dover stare attento a non essere “confuso” con le posizioni di altri, francamente c’è abbastanza luce per chi vuol vedere la differenza, mentre per chi, credo interessatamente, non la vuole vedere non ce ne sarà mai abbastanza. E mi spiego.

Crescere Insieme è nata nel 1993 e ha fatto il suo percorso indipendentemente da altri gruppi, per la maggior parte nati molto molto tempo dopo, e comunque ininfluenti sulle sue posizioni. Personalmente non ho mai scritto una parola che fosse meno che corretta nei confronti del genere femminile e quel che più conta, senza alcuno sforzo. Ho scritto quello che penso. Ci vorrebbe più attenzione nell’esprimere certe valutazioni, prima di fare certi accostamenti; in qualche caso direi anche una maggiore onestà intellettuale, perché mi pare evidente che documentarsi per chi frequenta la rete non sia un’impresa disperata.

Resta il fatto che effettivamente certe posizioni, con le quali non ho nulla a che vedere, fanno danno, perché comunque rendono praticabile la tecnica di arronzare giudizi superficiali e fare di ogni erba un fascio per catturare il consenso di lettori, e soprattutto lettrici, distratti. D’altra parte, ritengo che l’uso sistematico delle insinuazioni gratuite, della dietrologia, non sia tanto una questione di pregiudizi, quanto una strategia, per delegittimare l’avversario con poca fatica. Concludo: possibile che il permanente supporto alle nostre tesi dell’Associazione Donne Separate (che abbia cambiato nome è irrilevante), dalle origini (1996) alle recenti audizioni, non voglia dire nulla? Maschiliste anche loro? Ma il femminismo – e stabilire cosa è politically correct e cosa no – è monopolio di poche/i elette/i?  Non ho che una riflessione da fare: non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.

E poi c’è la “PAS”.  Sosterrei che “definire che cosa sia esattamente ha poca importanza”

Il mio pensiero è ben diverso, e non riguarda la “consistenza”. Anzi: quella è chiarissima e deve esserlo.  Penso e ho detto che il fenomeno del condizionamento della volontà e del giudizio dei figli volto al rifiuto immotivato dell’altro genitore esiste eccome, e che quando si ha la certezza che si è verificato deve essere sanzionato; ma che non è gran che importante sotto il profilo giuridico che in psichiatria sia catalogato nel modo A o nel modo B, aspetto che per lo psichiatra è invece giustamente fondamentale. Il frutto sferico che mangiamo così volentieri non avrebbe meno succo e meno gradevolezza se l’albero che lo produce non lo chiamassimo “citrus aurantium”. Al consumatore la “classificazione” non interessa affatto, al botanico invece sì, moltissimo.

Mi viene anche addebitato che la legge del 2006 sull’affidamento condiviso in nome di una bigenitorialità esasperata non ha contemplato la fattispecie della violenza familiare come causa di esclusione dall’affidamento dei figli. Ed è per questo che i figli finiscono per essere affidati ai padri violenti. Insomma, per colpa mia.

Osservazione geniale. L’art. 155 bis che definisce le regole per escludere un genitore dall’affidamento si esprime riferendosi a un criterio generale: esclude il genitore dal quale, se affidatario, possa venire pregiudizio al figlio per qualsiasi motivo. Non nomina la violenza. Nemmeno la follia. Nemmeno la tossicodipendenza. Nemmeno l’incesto. Insomma, perbacco, si sarebbe dovuto fare un elenco di situazioni! [Così se il legislatore ne dimenticava una – evento inevitabile, impossibile pensare a tutto – quel tipo di delinquente l’avrebbe fatta franca.] È così che si legifera. Queste sono lezioni di diritto.

Però, si fa notare, nell’ultima mia proposta, adesso alla Camera, nel merito di singoli aspetti ci sono entrato: “La documentata e perdurante violenza intrafamiliare, sia fisica che psicologica, in particolare la violenza di genere, la violenza assistita dai figli, nonché la loro manipolazione mirata al rifiuto dell’altro genitore o al suo allontanamento, comporta l’esclusione dall’affidamento.”

Il che dimostra che non avevo mai inteso eliminare la violenza dai motivi di esclusione dall’affidamento. In questi ultimi tempi ho valutato opportuno dare una maggiore sottolineatura a questo aspetto proprio perché si stava cercando di speculare sulla sua apparente assenza.

Il modello bigenitoriale che caldeggio viene contestato come inidoneo da sempre, scartato fin dall’antichità, ad es. dal saggio biblico Re Salomone, che affidò il bambino alla sola madre, minacciando per finta di dividerlo in due, secondo i criteri bigenitoriali. Dunque io sarei solo, ultimo e unico sostenitore di una follia.

Stupendo questo esempio, che viene periodicamente riproposto con toni trionfalistici da finissimi giuristi. Un’altra vera “perla”. Salomone non aveva di fronte due genitori veri, ma uno vero e uno falso. Per cui a lui logicamente interessava solo smascherare il simulatore. Ma cosa avrebbe deciso di fronte a due genitori veri nessuno lo sa. Purtroppo quel bambino era già “orfano” di uno dei due, per cui la bigenitorialità non era ottenibile in alcun modo. Usare questo storico “caso” contro l’affidamento condiviso significa essere non avere minimamente compreso cosa si è voluto realizzare con la riforma del 2006.

Mi si fa anche notare che ricorro molto, troppo, spesso alla ciambella di salvataggio della “distorsione del mio pensiero”, addirittura arrivando a segnalare stravolgimenti di quanto avevo previsto direttamente ed esplicitamente nelle mie proposte di legge. In questo modo in sostanza attribuirei a persone più che titolate in materia giuridica ignoranza o malafede. E questo appare inaccettabile.

Il ragionamento evidentemente suggerisce una sola spiegazione accettabile: che non ci sia alcun travisamento e semplicemente che io sia un visionario, un paranoico che soffre di mania di persecuzione. Quindi devo per forza fare qualche esempio. Mi limito a uno dei più significativi: il comunicato stampa della più importante organizzazione di giudici minorili (9 aprile 2011), a commento del ddl 957. Naturalmente, è irrilevante che abbia incontrato l’ostilità degli estensori, ma gli argomenti avrebbero dovuto essere aderenti al testo. Ci si legge, invece, che la doppia residenza manderà in tilt l’anagrafe (ma si proponeva il doppio domicilio, che non influisce sull’anagrafe); che il mantenimento diretto significherebbe che “ Viene imposta per legge una formale e presunta parità economica dei genitori senza alcun riferimento alla diversità delle loro condizioni reddituali e patrimoniali in concreto, avvantaggiando in tal modo ingiustificatamente il genitore economicamente più forte” (mentre la proposta cambia la forma del contributo ma conserva la misura proporzionale alle risorse); che “Suscita perplessità l’imposizione obbligatoria della mediazione familiare in tale materia (con la conseguente penalizzazione del genitore che sarà ritenuto colpevole di averne provocato l’insuccesso)”, mentre l’obbligo è dell’informazione sulla mediazione e non di compiere il percorso e non c’è alcun contatto tra mediatore e giudice, che quindi non può, neanche volendo, assumere provvedimenti. Potrei continuare perché anche il resto (frequentazione, interesse del minore, nonni ecc.) era totalmente di fantasia. Ma sarebbe superfluo, mi pare. Allora, visto che non sono un visionario, dovrei azzardare una spiegazione. Francamente mi interessa poco e non mi compete, ma potrei benevolmente pensare che, volendo in ogni modo giungere a un risultato – bloccare quella proposta – che per propria convinzione ideologica era considerato indispensabile si è data poca importanza alla veridicità delle affermazioni. Diciamo, una sorta di “ragion di stato”.

Infine, si è molto speculato sulla mia presunta ostilità nei confronti delle femministe. Un punto già sfiorato sopra, ma che merita un ulteriore chiarimento

Siccome su certi concetti ci sono ambiguità ovvero la tendenza di darsi proprie definizioni, preferisco riportare quella alla quale mi riferisco:

“È la posizione di chi sostiene la parità politica, sociale ed economica tra i sessi, ritenendo che le donne siano state e siano tuttora, in varie misure, discriminate rispetto agli uomini e ad essi subordinate; e la convinzione che il sesso biologico non dovrebbe essere un fattore predeterminante che modella l’identità sociale o i diritti sociopolitici o economici della persona”

Ciò premesso, posso solo esprimere il mio punto di vista sul femminismo, su ciò che per me rappresenta. Non credo che ci sia una specie di rapporto biunivoco tra le donne e il femminismo. Mi sembra di poter affermare che come ci sono, evidentemente, donne lontanissime dal femminismo pur essendo femmine e pur autodefinendosi “femministe” e pretendendo di rappresentare tutte le donne, così ci sono uomini il cui pensiero è “femminista”, nel senso di cui sopra. Anche se sono maschi. E allora, se mi chiedo qual è la matrice più appropriata e corretta da attribuire al femminismo autentico e sano, lo vedo nella lotta a tutela del debole e dei suoi diritti, contro l’arroganza del più forte; una posizione che condivido al 100%. Il che naturalmente si salda benissimo con la sua storia, perché era logico che questa sensibilità e questa voglia di ribellarsi si sviluppassero prioritariamente presso chi per legge doveva, ad es., “seguire il marito ovunque avesse deciso di stabilire la residenza”; presso chi doveva portare al marito la dote, per il favore che faceva alla famiglia di lei accollandosi un peso; presso chi, equiparata a un minore, non aveva neppure diritto di voto (e sto parlando del secolo XX!). Giusto per fare qualche esempio. Quando ero ragazzino mi appassionavano i film western non per le sparatorie e le scazzottate, ma per il classico e inderogabile stilema sul quale erano costruiti: il protagonista è più debole e per questo subisce una quantità di soprusi da gente più forte e numerosa. Ma poi, con il coraggio e l’onestà, la spunta. Questo per me è il femminismo e in questo senso, per le donne che lo vivono così, sarò sempre un alleato.

Marino Maglietta al Forum Nazionale dei Mediatori

La mediazione familiare: quale futuro?
12 domande a Marino Maglietta

Maglietta_fotoIn una fase di grande e variegato dibattito attorno alle potenzialità delle vie alternative a quella giudiziale per la risoluzione delle controversie chiediamo al Prof. Maglietta, ideatore dell’affidamento condiviso, noto fautore della mediazione familiare ed estensore di proposte di legge che le danno ampio spazio, quali siano le sue attuali prospettive. Ed ecco le domande e le risposte.

Cos’è che attualmente lavora a favore della mediazione familiare e cosa contro?

La mediazione familiare ha un ovvio prerequisito: la necessità che la cornice normativa non prospetti alla coppia un meccanismo vinci-perdi, non proponga un paradigma sanzionatorio, perché in questo modo si creano le premesse della competizione, invece che della composizione del disaccordo. In aggiunta, la previsione a favore di uno dei due e contro l’altro distrugge quella simmetria, quella necessaria equivalenza del potere contrattuale che è indispensabile per giungere ad accordi che abbiano buone probabilità di tenuta; al limite, per poter considerare la coppia mediabile. E’ per questo che se, da una parte oggi finalmente, con la riforma del 2006 la legge soddisfa queste esigenze e quindi favorisce la mediazione, la sua applicazione, con l’invenzione del genitore collocatario, che tiene i figli con sé in misura schiacciante assumendo in pratica ogni decisione del quotidiano, al quale si assegna la casa familiare anche se non proprietario e si trasferiscono risorse economiche prodotte dall’altro, crea premesse quanto mai negative per la mediazione familiare.

Ma a questo si cerca di dare rimedio, magari con ulteriori interventi legislativi?

Sì, sono in lista di attesa alla Camera due proposte, la 1403 e la 1495, che intendono rendere ineludibili le regole già in vigore ma ignorate dalla giurisprudenza, ripristinando l’equilibrio distrutto in fase di applicazione e soprattutto spazzando via a monte la possibilità di vedersi riconoscere per la via giudiziale più di quanto sia ottenibile in mediazione.

E in merito alla mediazione familiare queste nuove proposte dicono qualcosa?

Certamente. Si prevede che le coppie che non sono state in grado di costruire i propri accordi siano tenute ad assumere informazioni presso un centro accreditato di mediazione familiare sulle potenzialità di un eventuale percorso che restano libere di non effettuare. In sostanza, la conoscenza della mediazione familiare diventa condizione di procedibilità per potersi presentare dal giudice. Non ci si separa senza avere, quanto meno, appreso della sua esistenza e consistenza. Quanto meno sarà un “no” consapevole. Nei paesi in cui questo sistema è stato adottato il contenzioso si è drasticamente ridotto. Né c’è il rischio che un rifiuto possa essere mal giudicato dal giudice: questi non saprà mai come e perché la mediazione è fallita, ma solo che non ha avuto successo. Non esiste “relazione del mediatore” al giudice.

Ma allora gli avvocati ne sono tagliati fuori e professionalmente danneggiati?

Niente affatto. Le proposte di legge prevedono che occorra l’assistenza del difensore per accompagnare la coppia dal giudice per l’omologazione degli accordi che, soprattutto per la parte patrimoniale ed economica non può che avvantaggiarsi del controllo e del filtro dei legali delle parti. A parte il fatto che l’accesso alla mediazione familiare è tutt’altro che interdetta agli avvocati. L’avvocato, se vuole, può formarsi come mediatore.

La legge sulla mediazione civile ha avuto ricadute sulla mediazione familiare?

Decisamente sì. Mentre la legge sull’affidamento condiviso, che aveva enormi, e dirette, potenzialità per incidere positivamente, come accennato all’inizio, è restata virtualmente senza effetto a causa di una giurisprudenza che continua a proporre ed applicare modelli profondamente discriminatori, l’obbligatorietà della mediazione civile ha sviluppato la cultura della via alternativa a quella giudiziale, suggerendo la possibilità di chiudere la vertenza guadagnando una notevole quantità di tempo, risparmiando lacerazioni sicuramente maggiori e soprattutto evitando di mettere se stessi e i propri affetti nelle mani di un terzo che difficilmente potrà comprendere tutte le sottili sfumature dei legami affettivi di altre persone. Le associazioni di mediatori familiari riferiscono di un deciso incremento nel numero di richieste di intervento. E siamo solo all’inizio.

Al di là di ciò che si sta preparando, ci sono stati altri interventi legislativi che hanno avuto, o potrebbero avere, influenza sulla mediazione familiare?

Il  cosiddetto “decreto del fare”, ovvero la legge 98 del 9 agosto 2013, ha modificato il codice di procedura civile aggiungendo l’art. 185 bis, che vale la pena di riportare integralmente, data la sua grande rilevanza: “”Il giudice, alla prima udienza, ovvero sino a quando è esaurita l’istruzione, formula alle parti ove possibile, avuto riguardo alla natura del giudizio, al valore della controversia e all’esistenza di questioni di facile e pronta soluzione di diritto, una proposta transattiva o conciliativa. La proposta di conciliazione non può costituire motivo di ricusazione o astensione del giudice”. E’ da notare che, non essendo specificata la materia, questa può essere anche familiare. In sostanza, il giudice può fare una proposta alle parti, ovviamente limitata strettamente all’oggetto del contendere. Questa può essere accettata tal quale dalle parti, ovvero può costituire (quindi non necessariamente) la base per un confronto condotto con l’assistenza di un terzo mediatore, nel corso del quale la soluzione può essere più ampiamente e liberamente modulata, con maggiori probabilità di successo. Da aggiungere la considerazione del fattore psicologico: se la proposta non viene accolta la causa riprende e va avanti con tempi sensibilmente più lunghi, per concludersi con la decisione di quello stesso giudice che ha fatto la proposta rifiutata. Se ne discosterà molto? Da notare anche che l’applicazione dell’art. 185 bis può aversi in qualunque momento della lite e anche in sede di appello. E’ importante anche il fatto che l’accordo ha un valore immediatamente esecutivo. Le parti, se si accordano, possono fare a meno di tornare dal giudice. Saranno i loro legali a far registrare l’accordo senza ulteriori udienze.

Ma tutto questo costituisce una mera opportunità potenziale o ritiene che possa avere ricadute concrete sulla pratica della mediazione familiare?

Sicuramente siamo nella seconda ipotesi, visto che si è già iniziato ad avvalersi dell’art. 185 bis in questioni di diritto di famiglia. Posso citare il provvedimento emesso in data 29 ottobre 2013 dal Dr. Buffone, magistrato della sezione IX del Tribunale di Milano, la sezione da tempo specializzata in materia, che svolge efficacemente una funzione pilota.

E’ stato recentemente costituito il Forum Nazionale dei Mediatori (www.forumnazionaledeimediatori.it). La mediazione familiare ha trovato spazio nella sua attività o questa è limitata alla mediazione civile?

Assolutamente no. Il Forum porta avanti la cultura della mediazione sotto ogni forma, monitorata da un Osservatorio. Non le elenco tutte (sono veramente tante); mi limito a rammentare che si è discusso di mediazione sanitaria come tributaria, agraria, sociale, scolastica e così via. Alla mediazione familiare è stato dato ampio spazio. Ci sono già stati incontri riservati ad essa ed è stato organizzato un tavolo permanente con sessioni specializzate in materia. Un’ottima occasione di incontro e confronto tra i vari gruppi.

Lei, quale membro del Forum, quale intervento porta avanti?

Sto lavorando, in collaborazione con operatori del settore che appartengono a tutte le principali organizzazioni di mediatori familiari, alla elaborazione di un testo di legge che disciplini la figura professionale del mediatore, per fargli avere quel riconoscimento ufficiale che spazzerebbe via le principali attuali obiezioni – forse strumentali: ma questi mediatori chi sono, che preparazione hanno, chi l’ha controllata? Il Forum si è impegnato a sostenere a livello parlamentare il frutto del nostro lavoro, che è già a buon punto, con tutto il peso delle sue non scarse aderenze.

Quale è la situazione negli altri paesi?

Decisamente migliore, quasi ovunque. In Danimarca, ad es., il ricorso al giudice è solo facoltativo. Si può concludere una separazione facendo semplicemente registrare gli accordi da autorità amministrative.  La coppia può fare a meno del tribunale, il che attenua sensibilmente il suo richiamo, la tentazione di giocare sul suo tavolo. Nel Regno Unito si va dal giudice solo in presenza di fatti gravi, altrimenti il disaccordo è risolto dal mediatore, che opera in court. Non c’è competizione tra le due vie, come da noi, ma spazi diversi, competenze differenti. In Norvegia il passaggio preliminare informativo obbligatorio è stato adottato già da diversi anni, con positivi effetti sulla conflittualità. In Francia, infine, la ministra per la famiglia ha annunciato che in gennaio proporrà l’obbligatorietà della mediazione, all’interno della legge quadro sulla famiglia che sta preparando. In sostanza la mediazione familiare si sta affermando velocemente; e così sarà anche da noi. Chi l’avversa sta facendo una battaglia di retroguardia.

Tuttavia, le coppie potranno permettersi anche questa spesa? Con una crisi economica così grave …

Perché “anche”? Se si va in mediazione ci sono buone probabilità di evitare i costi di una lite. Penso che le coppie sapranno fare bene i loro conti e scegliere la via più razionale, di migliori risultati e al tempo stesso di minor sacrificio.

Concludendo, ci sono progetti a livello internazionale per la sua promozione?

Sì, diversi. Per tutti citerei Eirene, il progetto portato avanti per l’Italia da un gruppo di psicologi dell’Università di Padova (Turchi, Gherardini ecc.). Con esso si intendono individuare le migliori strategie per promuovere la mediazione familiare e farne uno strumento di abituale utilizzazione. Hanno aderito anche Regno Unito, Spagna, Romania, Bulgaria e vari altri. Paesi, rappresentativi, in sostanza, di ogni tipo di cultura, a dimostrazione della universalità del concetto e del riconoscimento di efficacia che ovunque gli si tributa. In sostanza, dunque, le premesse ci sono. Adesso tocca a noi.

Intervista di Rossella Pagnotta, psicopedagogista, Giustizia Mite

REGOLE CHIARE PER LA NUOVA BANCA DATI DEI PEDOFILI

Di Valentina Morana

Da qualche tempo si è cominciato in rete e in Italia, a parlare di pedofilia. Con notevole ritardo rispetto a buona parte del mondo. Della serie: “Meglio tardi che mai”.

Abbondano le informazioni insensate, farcite di retorica italiana, inutile a contrastare il fenomeno.

La pedofilia è una cosa seria e molto pericolosa. La pedofilia è internazionale e gode di protezioni raffinate e molto aggressive se necessario. È collegata con gran parte delle organizzazioni criminali e con i traffici che le riguardano. È il nuovo “gioco di intrattenimento” di uomini e donne di potere, che si incontrano in luoghi per motivi professionali e si sollazzano nel tempo libero, a discapito di bambini e ragazzi. Le prostitute di alto borgo, stanno per essere superate da bambini e ragazzi, rapiti a scopo uso di adulti, privi di coscienza.

Il pedofilo è esterno alla famiglia e sta in tutti i luoghi dove può incontrare le sue prede. Tutti i luoghi che hanno in qualche modo accesso ai bambini, compresi quelli dove non ci si penserebbe.

La pedofilia ha un potere grande, perché vi fanno parte anche persone che sono ai posti di comando, in certi settori, in molti paesi del mondo.

In Italia la maggior parte del fenomeno è totalmente sommerso. La pressione a silenziare è molto forte, troppi interessi da proteggere e troppa paura per ribellarsi. C’è qualcuno da tempo, qualche associazione, che si occupa del fenomeno. Ma senza mai centrare al cuore il problema, evitando di affrontare argomenti scottanti. Servono? Ma… chissà. Io dico di no.

Le istituzioni non sono evidentemente preparate sul fenomeno, come del resto non lo sono, sulla grande maggioranza dei fenomeni in atto, all’interno della società civile che è molto più evoluta di chi la governa. La maggior parte delle istituzioni che si occupano di infanzia e famiglia, basa le sue azioni, su una formazione di un gruppo di pseudoprofessionisti, per niente all’altezza della situazione.

Per chi segue, è risaputo, grazie a quelle poche e preziosissime informazioni in rete e su qualche giornale, che il pedofilo sta anche nelle istituzioni, all’interno delle quali è più facile avere accesso alle informazioni interne. Ora è evidente che creare “banche dati dei bambini abusati” con informazioni dei servizi su bambini, tipo: presunto abuso, comunità o casa famiglia di appartenenza, anni, situazione familiare, etc., mette a serio rischio la vita di molti bambini mentre altri individui, godono nel paese dei balocchi dei porchi.

Noi invece pensiamo che vadano subito abolite queste specie di banche dati e ne vada creata un’altra, che è quella che riguarda i pedofili.

Molta parte del mondo si è dotata di una banca dati dei pedofili o di elenchi. Le banche dati sono in collegamento tra loro, perché la pedofilia è internazionale. La banca dati contiene dei pedofili: foto, anni, caratteristiche personali, luoghi di azione, caratteristiche delle vittime, modalità di azione ed è uno strumento necessario per contrastare il fenomeno della pedofilia, perché quasi tutti sono recidivi e comunque chiarisce collegamenti tra loro. E i genitori possono sapere se si aggira nei pressi di casa loro, un pedofilo uscito di prigione o scappato.

Crediamo necessario mettere le basi per la nascita di un pool anticrimine specializzato su tematiche di pedofilia come pure di omicidi, compresi quelli a base sessuale. Ci sono molti esempi felici nel mondo e noi abbiamo l’ottima Polizia Postale, che è un’eccellenza nel contrasto al fenomeno e dunque un punto di riferimento di partenza.

La Nostra Campagna pensa di realizzare questo progetto, insieme a Marino Maglietta alle Pari Opportunità. Tutti devono poter avere accesso a pari opportunità nella vita e dunque anche i bambini vittime di pedofili, insieme ai loro sofferenti genitori.