Diamo voce ai tecnici

Noi pensiamo che i bambini abbiano la stessa dignità di esserci, di tutti. E che i loro diritti devono essere riconosciuti. Dove stanno bene i bambini, stanno bene tutti. Uno stato evoluto deve garantire pari opportunità a tutti, bambine e bambini, donne e uomini, e deve essere in linea con i cambiamenti della società civile. Noi abbiamo un Leader e, insieme alle tematiche note, vogliamo:

  1. Il legale per tutti i bambini
  2. Affidamento condiviso per una vera bigenitorialità
  3. Lotta alla pedofilia e alle false accuse, realizzazione di una banca dati per i pedofili e un pool organizzato anticrimine
  4. PAS: riconoscimento scientifico, giuridico, prevenzione e cura
  5. Case famiglia: chiusura di tutte le strutture del sistema e liberazione di migliaia di bambini e ragazzi. Con attenzione anche alle adozioni illegali a favore di adozioni pulite.
  6. Riconoscimento scientifico e giuridico di tutte le forme di violenza contro bambini, donne e uomini. Chiusura dei centri antiviolenza del sistema, apertura centri specializzati contro tutte le violenze e politiche di informazione e prevenzione
  7. Pari diritti per tutti i bambini e ragazzi che si trovano sul suolo italiano.

La nostra è la società della pedofilia in crescendo lungo i cavi dell’adsl, delle false accuse di abusi durante le separazioni, dei bambini reclusi in massa nelle strutture di sistema (spesso dagli stessi che le amministrano, nella loro doppia veste di dirigenti di comunità e giudici onorari minorili) e dei centri antiviolenza di genere (come se la violenza non fosse una profanazione della dignità umana, ma una disputa ideologica). Urge una diga contro questo mare in tempesta! E consiste nel restauro della famiglia, anche e soprattutto quella disgregata, ossia nel garantire ad ogni bambino due riferimenti genitoriali sempre operosi nella tutela dei suoi diritti e in uno Stato amico e parimenti alacre, nella figura dell’avvocato del bambino quale portavoce di un’apposita commissione di esperti, nei casi di controversia in cui è chiamato a disporre per il meglio.

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Geben wir den Fachleuten eine Stimme

Wir meinen, dass Kinder in ihrem Dasein die gleiche Würde haben wie alle. Und dass ihre Rechte anerkannt werden müssen. Wo es den Kindern gut geht, geht es allen gut. Ein entwickelter Staat muss allen Menschen Chancengleichheit garantieren – Mädchen und Jungen, Frauen und Männern -, und mit den Veränderungen der Zivilgesellschaft in Einklang stehen. Wir haben einen Leader und wollen, neben den bekannten Themen:

  1. Einen Anwalt für alle Kinder
  2. Ein gemeinsames Sorgerecht für eine wahre gemeinsame Elternschaft
  3. Kampf gegen Pädophilie und falsche Verdächtigungen, Aufbau einer Datenbank über Pädophile und eines Pools für die Verbrechensbekämpfung
  4. Die wissenschaftliche und juristische Anerkennung des Eltern-Kind-Entfremdungssyndroms (PAS), dessen Prävention und Behandlung
  5. Schließung aller Wohnheime der Jugendfürsorge und Befreiung von Tausenden von Kindern und Jugendlichen aus diesen Strukturen des Establishments. Ein Augenmerk auch auf illegale Adoptionen, zugunsten korrekter, sauberer Adoptionen.
  6. Die wissenschaftliche und juristische Anerkennung aller Formen von Gewalt gegen Kinder, Frauen und Männer. Schließung der Frauenhäuser als Strukturen des Establishments, Eröffnung spezialisierter Zentren gegen alle Formen der Gewalt und politische Initiativen für Information und Prävention.
  7. Gleiche Rechte für alle Kinder und Jugendlichen, die sich auf italienischem Boden befinden.

Wir leben in einer Gesellschaft der Pädophilie, die sich entlang der ADSL-Kabel verbreitet, in einer Gesellschaft der falschen Missbrauchs-Verdächtigungen bei Trennungen, von Kindern, die massenweise in Anstalten des Establishments eingesperrt werden (oft von denselben, die diese Anstalten verwalten, in ihrer doppelten Rolle als Leiter von Wohnheimen und ehrenamtlichen Jugendrichtern) und von Frauenhäusern, Zentren gegen die Gewalt, die sich nur an Frauen richten (als ob Gewalt nicht generell eine Schändung der Menschenwürde sei, sondern ein ideologischer Disput). Gegen diese stürmische See tut ein Damm Not! Und der besteht in der Wiederherstellung der Familie, auch und vor allem der auseinandergebrochenen Familie, um damit jedem Kind zwei elterliche Bezugspersonen zu garantieren, die sich immer für den Schutz seiner Rechte einsetzen, er besteht ferner in einem Staat, der als Freund und wach agiert, in der Figur eines Kinderanwalts als Sprecher einer eigenen Gruppe von Experten, der in Streitfällen hinzugezogen wird um für das Wohl des Kindes zu sorgen.

La Nostra Campagna e i centri antiviolenza

Di Valentina Morana

Dopo aver descritto in modo sintetico le nostre intenzioni rispetto alla banca dati dei pedofili e al pool anticrimine, alle case famiglia del sistema, alle false accuse e alla Pas, oggi affrontiamo un altro punto del nostro programma che sono i centri antiviolenza.

La parola “centri antiviolenza” indica un luogo contrario alla violenza. I neonati non nascono violenti, tutt’altro. La violenza si insegna, con il proprio comportamento. Un bambino manesco ha certamente un parente manesco o comunque aggressivo fisicamente. I bambini imitano, è un fatto naturale di crescita. Perciò invece di andare nelle scuole per insegnare ai bambini l’ideologia, la cosa da farsi per gli adulti italiani, è un bel esame di coscienza (cosa che peraltro pochi fanno) e poi cominciare a ragionare sul fatto che per arrestare la violenza serve la cultura. Come natura insegna.

Non è vero che i maschi nascono violenti.

Siccome ci occupiamo di pari opportunità, diamo alla parola tutto l’onore che si merita.

La violenza può riguardare maschi e femmine. Ci sono le prove negli atti dei tribunali, negli scritti della polizia e dei carabinieri, nei servizi dei telegiornali, nelle testimonianze dei tecnici ai convegni. La violenza è una questione di educazione o di assenza totale di educazione. Cioè è una questione di ciò che si impara e che si mette in atto. La violenza maschile è molto più fisica di quella femminile e a volte sfocia nella morte della vittima. La violenza femminile è più psichica, molto volte invisibile ai più, come una volta il veleno. E anche in questo caso la vittima a volte muore, perché si uccide. Chi parteggia per una o l’altra fazione, è inutile al cambiamento.

Ci sono anche maschi che non picchiano, né massacrano fino ad uccidere, ma annientano la ex con manipolazioni e giochi di potere che le impediscono di vedere i figli, sempre in modo invisibile a chi non vuol vedere. E ci sono femmine che menano i propri compagni e sono molte manesche pure con i figli.

Noi pensiamo che siano necessari dei centri antiviolenza contro tutte le violenze, con sezioni specializzate sulla violenza di maschio su femmina, e sulla violenza di femmina su maschio e su altra femmina. Accompagnati dalla reintroduzione della educazione civica nelle scuole. È necessario preparare un progetto di legge anche per questa materia, che preveda al suo interno anche la fine di tutti i milioni di finanziamenti ai centri antiviolenza del sistema, molti dei quali puzzano di regime. Dobbiamo fare un percorso simile ma molto più veloce di quello fatto per i Consultori Familiari. Studio dei documenti e confronti scientifici, audizioni e limpidezza di percorso condiviso, sono la base per la realizzazione di questo punto.

Negli ultimi venti anni ci siamo fermati perché frenati dall’ideologia. Sono le lobby che comandano il potere. E le lobby hanno come arma di combattimento l’ideologia. Noi abbiamo la Parola.

È attraverso il potere chiarificatore della parola che scopriamo le balle e gli interessi personali. Perché la parola è la manifestazione diretta del pensiero della persona che parla o scrive.

Fino a ora, non è stato fatto niente a tutela dei bambini e neanche della società civile, che è in ginocchio per vari e tanti motivi. In ginocchio è stata messa da quelle persone che tirano i fili di tutto. Bisogna alzarsi, altrimenti l’alternativa è la schiavitù totale.

Dentro il Palazzo, non gliene importa niente che parliamo e discutiamo di condiviso e di progetti di legge tra noi, perché tanto fanno quello che gli pare. Ti dicono “sì” “sì” ma poi fanno altro. Ne abbiamo tutte le dimostrazioni possibili e immaginabili. Per questo noi abbiamo prima pensato, e poi proposto, una persona della società civile che da anni ha combattuto fondamentalmente sola dentro il Palazzo, per i diritti dei bambini e di tutta la famiglia. Se non siamo riusciti ad ottenere il rispetto dei diritti dei bambini e delle loro famiglie in tutti questi anni, è perché ci siamo fidati della parola data e poi non mantenuta di quasi tutti gli “onorevoli” incontrati. Adesso poi è una babilonia, lì dentro. Perciò noi pensiamo che sia giusto cambiare il piano di discussione e introdurre un nostro pensiero di cittadini, con la richiesta di nomina a ministro di Marino Maglietta, e con le azioni che abbiamo intenzione di mettere in atto per cominciare veramente a cambiare le cose.

Genitori alienati. La violenza senza genere

Di Daniela Bandelli

Myriam Napoli parla di sé come di una madre vittima e testimone di violenza. Una violenza che non ha genere. Una violenza che non ha nemmeno un chiaro inquadramento giuridico. Una violenza che divide i figli, bambini e bambine, da un genitore, papà o mamma. Myriam descrive di subire insieme a suo figlio, una specifica forma di abuso denominata alienazione genitoriale o parentale (AP), argomento salito agli onori delle cronache nell’ottobre 2012 con il caso del bambino conteso di Cittadella. In quella vicenda a sentirsi alienato era il padre.

Studiata fin dagli anni Sessanta dagli psicologi della scuola della Terapia Familiare, e successivamente descritta come sindrome dallo psichiatra americano Richard A. Gardner, l’AP è il risultato di un programma di denigrazione attivato da un genitore contro l’altro genitore, in cui il figlio finisce per partecipare attivamente alla demolizione della figura di uno dei due. Nei casi di alienazione più gravi al bambino può essere inculcato anche il falso ricordo di un abuso sessuale. Risultato di questo lavaggio del cervello è che il padre o la madre, che prima era un soggetto d’amore per il figlio, diventa una persona con cui non avere niente a che fare. Una persona da disprezzare, insieme a tutta la sua famiglia, talvolta da offendere, a cui manifestare astio, spesso con motivazioni futili. In altre parole il bambino stesso amputa un genitore dalla propria vita, mettendo a rischio, senza saperlo, il suo sviluppo psico-emotivo. Nel lungo percorso si possono generare anche danni di natura psichiatrica.

Di rassegnarsi all’idea che la vita di suo figlio sia privata della figura materna e del diritto alla bigenitorialità, Myriam non ci pensa nemmeno. Lotta da più di tre anni per ristabilire una relazione madre-figlio. Da quando un giorno di fine febbraio 2010 il marito, avvocato, dal quale si stava separando, esce di casa con il piccolo per accompagnarlo in palestra senza farvi mai più ritorno. Myriam denuncia immediatamente la sottrazione e cerca disperatamente di incontrare suo figlio. Lo cerca a scuola, allo studio del padre e di sua sorella, a casa della sorella dove ancora abita insieme al padre, al corso di basket. Tentativi che le costeranno una denuncia per atti persecutori.

Myriam comincia a lottare per rivedere e riabbracciare suo figlio, ma il giudice dispone l’affidamento esclusivo al padre. Myriam può incontrare suo figlio una volta a settimana in presenza di estranei. “Queste visite dovevano servire a me e al bambino per ricucire il nostro rapporto – spiega – Purtroppo però non abbiamo potuto farlo per le continue ingerenze del padre. L’atmosfera era diventata rovente. E a un certo punto il bambino non è più stato accompagnato agli incontri”.

Myriam non si dà per vinta e ricorre alla Corte d’Appello, che nel dicembre 2011 dispone l’affidamento condiviso e tre incontri settimanali, questa volta in presenza di un neuropsichiatra infantile. “Il medico ha rilevato che l’innaturale ostilità del bambino nei miei confronti non può dipendere da me. Le cause sarebbero da cercare in contaminazioni esterne al rapporto madre-figlio”, precisa Myriam che prosegue con il racconto: “Il piccolo continuava a trattarmi con astio, nonostante io mi fossi sempre dimostrata affettuosa con lui. Così, dopo qualche mese, lo psichiatra, il quale ha riscontrato nel piccolo una modalità relazionale che molto assomiglia alla descrizione che Gardner fa della PAS, ha ritenuto inutile proseguire fintanto che il bambino vivrà nello stesso ambiente in cui ha vissuto in questi anni”.

È da un anno dunque che Myriam – nel frattempo pure espulsa dalla casa coniugale dove per tutta la prima fase del suo calvario continuava a vivere col primogenito – non vede più suo figlio, nemmeno una volta a settimana. Lo ha incontrato per caso in un bar qualche giorno fa. “Vedendomi ha immediatamente girato le spalle ed è letteralmente scappato via. Come se fosse telecomandato”, racconta. È l’ultimo di una lunga lista di colpi al cuore che Myriam sopporta, come quando durante uno degli incontri programmati si è sentita dire: “Non sei più mia madre, viva o morta non fa differenza per me. Stai facendo un processo contro di me”. “Non è il modo di parlare di un bambino di 9 anni – nota la mamma-. Sono le parole di un adulto”.

La PA(S) nella rete

Per combattere la sua battaglia nei tribunali Myriam si è addentrata nella rete in cerca di informazioni, e si è ritrovata in un mondo che prima, quando dal figlio riceveva disegni pregni d’amore, non conosceva. Una moltitudine di organizzazioni che si occupano di violenza sulle donne e sui bambini, gruppi di papà separati, attivisti per la bigenitorialità, donne che nel ruolo di compagne o seconde mogli di papà separati sono vittime e testimoni di violenza psicologica. Compiuta da maschi e da femmine, a danno di maschi e di femmine. In alcuni nodi della rete ha trovato spazio per far sentire la sua storia, in altri, dove si osteggia il riconoscimento della PA(S), è stata bannata. O addirittura accusata di camminare sui cadaveri altrui, cadaveri di quelle madri che si sono viste strappare i figli da padri che hanno invocato la ‘presunta’ sindrome.

Ha trovato competenza e solidarietà, così come associazioni che le hanno consigliato di denunciare il marito di violenze in verità non subite. A questi suggerimenti Myriam ha preferito l’onestà e proseguire il suo percorso fatto di ricerca di informazioni e scambi con persone con storie simili alla sua. “Mi sono anche sentita dire da alcune associazioni femministe che, sebbene sia innegabile che io abbia ricevuto una terribile violenza, non si tratta di PAS, ma di una particolare altra forma di violenza che viene praticata solo dai maschi”, spiega. “All’inizio ho trovato qualche resistenza anche in alcuni papà separati che sostengono che la PAS colpisce prevalentemente i genitori maschi e che io sono solo un’eccezione – continua-. Si invoca l’appartenenza a un genere o a un altro per non cedere la palma della vittima. Io rispondo che la violenza non ha genere”.

Nella rete in cui Myriam si muove, la PA(S) è una questione molto dibattuta. Da psicologi, assistenti sociali, avvocati, organizzazioni per i diritti delle donne e tutela dell’infanzia, attivisti e blogger. Ci sono i negazionisti e quelli che come Myriam lavorano affinché le istituzioni si dotino di meccanismi per prevenire e combatterla, come si sta facendo per la violenza sulle donne. Una delle argomentazioni portate a supporto della tesi negazionista è che la sindrome non è stata inserita nel DSM-V, manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali codificati, compilato dall’Associazione Americana degli Psichiatri. Manuale in cui però l’AP è descritta, non come un problema psichico, ma come una condizione denominata problema relazionale genitore-figlio. Inoltre, l’alienazione di un genitore è riconosciuta dalla Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza come forma di abuso psicologico, nonché da una recente sentenza della Corte di Cassazione. Ammettere l’esistenza della PA(S) significa ammettere l’esistenza di un altro fenomeno spinoso che divide l’associazionismo ‘di genere’: le false accuse di abuso in sede di divorzio. In pratica, argomentano i sostenitori dell’affidamento condiviso, se la PA(S) venisse presa seriamente, specialmente nei tribunali, ovvero se fosse obbligatorio applicare la diagnosi differenziale nelle perizie e nelle relazioni tecniche, le bugie verrebbero a galla subito: in altre parole, l’applicazione di un metodo scientifico decreterebbe se un bambino è stato realmente abusato fisicamente oppure alienato psicologicamente e usato come arma di contesa in una causa di separazione.

Myriam e suo figlio non hanno più tempo da perdere. Ogni giorno che passa è un giorno di un ragazzino che cresce nella convinzione di odiare la donna per lui più importante: sua madre. Domani quel ragazzino sarà un uomo.