Il bambino tra educazione e diritto – Incontro formativo 10 Novembre 2017 a Trieste

Nel mese di Novembre solitamente si ricorda che i bambini sono Soggetto di diritto. Noi del Comitato La Nostra Campagna lo abbiamo presente sempre e vorremmo condividere i nostri obiettivi con genitori,  figure professionali  e istituzionali che ruotano intorno alla formazione dei bambini  e dei ragazzi.

Il 10 Novembre dalle 17.00 alle 19.00 vi aspettiamo al Caffè San Marco di Trieste.

La nostra attività è autofinanziata. Se qualcuno desidera sostenere questo ed altri progetti può fare una donazione:
IBAN: IT 26P 08877 02201 000000344019   BIC: ICRAITRROD0

Il Comitato La Nostra Campagna è un’organizzazione non lucrativa di utilità informativa e sociale; apartitica e aconfessionale.

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Firma la Petizione: Che fine hanno fatto i Bambini rom di Bari?

Il 19 marzo 2017 (festa del papà sic!), è andato in onda un servizio de “Le iene”  a proposito di alcuni bambini di un campo rom, vittime di prostituzione minorile. Dopo questo servizio i bambini sono tutti scomparsi.  Nessuno pare cercarli.
La Nostra Campagna indice una petizione per chiedere alla redazione de “Le iene”, di promuovere tutte le azioni necessarie e garantite dalla legge italiana, al fine di rintracciare i bambini  scomparsi.
Il Comitato Direttivo de La Nostra Campagna

https://www.change.org/p/redazione-de-le-iene-che-fine-hanno-fatto-i-bambini-rom-di-bari?

Quando parliamo di femminicidio di cosa parliamo? – Intervista a Daniela Bandelli su Tempi.it

Da qualche anno in Italia il dibattito sui diritti femminili, la parità tra i sessi e la violenza sulle donne è prigioniero di una logica di contrapposizione tra i sessi, tesa al superamento di una società maschilista attraverso un intervento culturale sugli stereotipi di genere e una maggiore partecipazione delle donne in politica. Tutto ha inizio con l’affermazione di un neologismo, “femminicidio”, «il termine irrompe nei media italiani nel 2012, portando con sé una nuova narrazione emergenziale di uomini che uccidono le proprie compagne ed ex in quanto donne, anche se originariamente questo termine, nella teoria femminista, era stato coniato per definire fenomeni diversi».

Daniela Bandelli, un dottorato di ricerca conseguito alla University of Queensland, docente a contratto alla Lumsa, è autrice di Feminicide, Gender & Violence (ed. Palgrave Macmillan), un libro fresco di stampa che analizza come la lettura di genere della violenza, diffusasi in Italia da uno strano intreccio tra discorso femminista sul femminicidio e quello progressista della competizione elettorale, «potrebbe mantenere nell’ombra la complessità delle diverse forme di abuso domestico, nonché la ricerca di una comprensione più completa delle relazioni violente tra uomini e donne e la messa a punto di politiche di intervento che tengano conto di fattori non direttamente legati al potere patriarcale».

Quando si inizia a parlare di femminicidio, con quale accezione e perché?
Per capire questo termine bisogna partire dal 1976 quando la studiosa femminista Diana Russell al Tribunale internazionale sui crimini contro le donne utilizzò il termine “femicide” per definire gli omicidi di donne in quanto donne avvenuti nel corso della storia: dai roghi delle streghe, all’infanticidio selettivo, al delitto d’onore. L’iniziale traduzione in italiano è stata “femmicidio” e “femicidio”, termini che però non hanno mai attecchito fuori dai movimenti femministi. La diffusione è invece avvenuta con il più recente “femminicidio”, che sebbene semanticamente legato al termine di Russell, è stato inizialmente proposto al pubblico come la traduzione del termine spagnolo “feminicidio”. Quest’ultimo fu coniato negli anni Novanta dal movimento femminile a Ciudad Juarez in Messico per richiamare l’attenzione sul rapimenti, stupri e uccisioni sistematici di donne in un contesto di totale mancanza di tutela, narcotraffico, e migrazione interna di lavoratrici. Questi tragici eventi sono stati raccontati al grande pubblico dal film patrocinato da Amnesty International Bordertowncon Jennifer Lopez e Antonio Banderas, uscito nelle sale italiane nel 2007. Nel 2008 l’avvocato Barbara Spinelli pubblica un saggio dal titolo Femminicidio. Dalla denuncia sociale al riconoscimento giuridico internazionale. Nel 2011 Giuristi Democratici, insieme a una coalizione di organizzazioni tra cui ActionAid e la Casa Internazionale delle Donne, propongono il termine in un rapporto ombra sullo stato di implementazione della Cedaw (la Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna, ndr). Nel 2012 “Se non ora quando” nella campagna “Mai più complici” esortano gli uomini di prendere posizione contro il “femminicidio”. Allo stesso tempo, un’altra coalizione, guidata dall’Unione Donne Italiane (UDI), lancia la campagna “No More” per chiedere al governo di ratificare la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica. Nel 2012 il neologismo si afferma attraverso un’ondata mediatica, in cui le mobilitazioni femministe si intreccia no alla campagna elettorale per le elezioni del febbraio 2013. La crociata contro la violenza sulle donne diventa così un palcoscenico su cui vari soggetti politici acquisiscono visibilità. Si moltiplicano i libri, gli articoli, le trasmissioni televisive e radiofoniche sul tema della violenza maschile, che secondo la narrazione dominante va combattuta a colpi di cambiamento culturale e linguistico.

feminicide-bandelliQuali conseguenze porta la narrazione del femminicidio, l’omicidio di una donna in quanto donna?
Innanzitutto il termine non ha un significato chiaro e condiviso: non vuol dire semplicemente omicidio di donna, non necessariamente implica che a commetterlo sia un uomo, non si riferisce solo a omicidi tra partner; oltretutto, in una delle sue accezioni originali in Sudamerica, il termine si riferiva a tutte le violenze contro le donne, non solo all’omicidio. Va da sé che un quadro semantico così instabile crea confusione su un fenomeno complesso, quello della violenza, che invece ha bisogno di una comprensione puntuale, sia dagli addetti ai lavori sia dall’opinione pubblica. Inoltre, il termine trascina con sé una particolare lettura della violenza sulla donna, quella di genere: nel momento in cui pronunciamo il termine “femminicidio” implicitamente attribuiamo a quell’omicidio delle cause legate al patriarcato e all’uguaglianza di genere. Questa lettura di genere spiega la violenza sulle donne attraverso la lente del potere, spiega l’omicidio delle donne da parte degli uomini con la posizione sociale che l’uomo e la donna hanno in una determinata cultura. Diversi intellettuali all’estero e in Italia concordano nel trovare questa spiegazione parziale, nel senso che da sola non può spiegare tutti gli atti violenti sulle donne, tutti gli omicidi di donne. In pratica, la cultura sessista è una causa, ma non l’unica causa della violenza maschile sulle donne. Oltretutto gli studi sui paesi del Nord Europa hanno dimostrato che una maggiore parità di genere non si traduce in un abbassamento dei tassi di violenza sulle donne. Questo suggerisce che sono anche altri i fattori e le letture da tenere in considerazione per capire e quindi affrontare il fenomeno con politiche pubbliche efficaci.

In base alle sue ricerche, ha senso parlare di violenza di genere? Ci sono altre categorie che andrebbero considerate quando si parla di violenza?
I dati mostrano che le donne vengono uccise principalmente da uomini, gli uomini da altri uomini. Il contesto sociale più comune in cui le donne sono uccise è quello domestico. La violenza sulla donna quindi ha sicuramente delle specificità, ma queste non possono essere sempre e unicamente spiegate dalla categoria violenza di genere. Questa categoria è utilizzata, anche nei documenti internazionali, come sinonimo di violenza sulla donna e sotto al cappello della “gender-based violence” vengono messi gli atti i più disparati: dall’omicidio, al linguaggio e le immagini cosiddette sessiste. Organizzazioni come l’Unesco precisano che per violenza di genere si intende anche la violenza contro le persone omosessuali lesbiche, bisessuali e transgender. Salta all’occhio che gli esclusi dalla categoria di vittime di questa cosiddetta violenza basata sul genere sono i maschi eterosessuali, esclusione che in qualche modo risulta coerente con l’impianto teorico del potere patriarcale: non si può essere vittima della violenza di genere se al contempo si fa parte della categoria del dominatore. Queste vittime vengono accolte in una diversa categoria: quella di Violenza Domestica o Violenza tra Partner (Intimate Partner Violence) dentro alla quale c’è spazio per analisi che prendano in considerazione fattori non solo legati alle relazioni di potere, al genere, ma anche fattori sociali, psicologici, dinamiche relazionali, la storia dei soggetti coinvolti, e così via. Tra l’altro è la stessa Convenzione di Istanbul a distinguere la violenza di genere da quella domestica, chiarendo che vittime di violenza domestica possono essere donne, uomini e bambini (in forma diretta o assistendo alla violenza tra gli adulti).

Come viene affrontato l’argomento dalle istituzioni?
L’approccio dominante delle politiche adotta la categoria del genere. Pensiamo alla legge n. 119 del 15 ottobre 2013, ideata in risposta al clima emergenziale del femminicidio: la legge, che per l’appunto si intitola “disposizioni urgenti per il contrasto della violenza di genere” prevede un “piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere”. Nella stessa logica, l’Intesa tra il Governo e le Regioni, le Province autonome di Trento e di Bolzano e le autonomie locali del 27 novembre 2014 relativa ai requisiti minimi dei Centri antiviolenza e delle Case rifugio, definisce “i Centri antiviolenza” come «strutture in cui sono accolte – a titolo gratuito – le donne di tutte le età ed i loro figli minorenni» e stabilisce che tali centri debbano «avvalersi esclusivamente di personale femminile adeguatamente formato sul tema della violenza di genere». Da ultima, è stata istituita a gennaio un’apposita Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio, nonché su ogni forma di violenza di genere.

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Il disegno del bambino disadattato

il disegno del bambino disadattatoHenry Aubin

L’opera rappresenta un vero trattato sul disegno infantile e sulle sue implicazioni diagnostiche. E’anche un’esplorazione dettagliata e documentata della psichiatria dell’età evolutiva, nella sua storia e nella sua complessa realtà attuale condotta attraverso l’ottica e lo strumento del disegno diagnostico. L’attività grafica del bambino viene considerata in tutti gli aspetti in cui possa offrirsi quale ausilio alla interpretazione psichiatrica; tutti i più importanti studi sul tema vengono esaurientemente esposti ed illustrati con una ricchissima esemplificazione iconografica originale. Il disegno per la ricchezza delle sue implicazioni, per la facilità della esecuzione e per la congenialità al bambino, rappresenta uno dei  metodi più comunemente utilizzati in psichiatria  e in psicologia clinica infantile. (dalla presentazione all’edizione italiana – Maurizio De Negri)

 

Trattato Enciclopedico di Psicologia dell’Età Evolutiva

Trattato Enciclopedico di Psicologia dell'Età EvolutivaMarco W. Battacchi

La riedizione aggiornata del Trattato è giustificata per più motivi: oltre che dal debito di riconoscenza con l’editore, dalla conferma della perdurante validità dell’opera proveniente dalle testimonianze di molti colleghi e dalla pubblicazione successiva di volumi che tengono palesemente conto del contributo dato dal Tratatto alla produzione di una manualistica psicologica genuinamente italiana.

Alcuni dei contributi originali al Trattato sono stati aggiornati dagli autori con una revisione del testo, in un caso con note integrative e in un altro aggiornando la bibliografia, un altro è stato integrato, con il consenso dell’autore, dal dr. Mario Rizzardi, altri, per l’impossibilità o l’indisponibilità degli autori a provvedere ad un aggiornamento, sono stati integrati da me, in quanto curatore dell’opera, ed uno ancora dal dr Rizzardi. In ogni caso pero l’integrazione è stata tenuta separata dal testo originale, in modo che potessero rimanere distinte le responsabilità dell’autore e del curatore.

Memorie di un’infamia

memorie di un'infamiaLydia Cacho

Lydia Cacho è una donna coraggiosa. Questo dicono di lei. Persino i poliziotti che l’hanno arrestata illegalmente e trasferita nella notte nel carcere di Puebla, lontano migliaia di chilometri da casa sua, le ricordano che è famosa per il suo coraggio mentre la torturano e la molestano. Giornalista, femminista, attivista, ha vissuto sulla propria pelle gli orrori di un potere corrotto e non si è arresa di fronte a un sistema che la voleva addomesticata, silenziosa, obbediente e probabilmente morta. Lei assicura che il suo è solo un caso emblematico di un sistema più vasto in un paese, il Messico, dove il 98% delle denunce si perde perché il “potere pesa più dell’evidenza”. In oltre venti anni di attività è stata vittima di minacce, è stata denunciata per diffamazione, arrestata e detenuta illegalmente, torturata, ha subito molestie sessuali da parte dei suoi persecutori e attentati alla sua vita. Nonostante ciò ha imparato a convivere con la paura che la stimola continuamente a proseguire la sua lotta per la difesa dei diritti dei più deboli, come attivista e come giornalista. In “Memorie di un’infamia” Lydia Cacho racconta tutta la sua storia. Dalle origini della sua militanza accanto alle donne vittime di violenza fino al suo arresto in seguito alla pubblicazione di “Los Demonios del Edén” dove accusa apertamente uno dei più facoltosi imprenditori messicani Jean Succar Kuri, noto proprietario di alberghi, di essere coinvolto in un giro di pornografia infantile.

Il disegno della famiglia – Test per bambini

Il disegno della famiglia - test per bambiniLuis Corman

“Il disegno è la proiezione del mondo interiore del bambino, delle sue attrazioni e dei suoi rifiuti, dei suoi desideri e dei suoi timori”, scrive Corman. E attraverso questo test, basato sull’analisi del disegno (segno, collocazione, particolari, aderenza o meno alla realtà ecc.), ma completato con l’uso del metodo delle Preferenze-Identificazioni e con l’interpretazione psicoanalitica dei vari elementi ricavati, l’autore ci guida sulla via della scoperta e della comprensione di conflitti inconsci dell’anaima infantile, nati dai rapporti del soggetto con gli altri componenti della famiglia. Conflitti edipici e rivalità fraterna, difficoltà di adattamento all’ambiente familiare, altri disturbi dell asfera intellettiva e affettiva affiorano dal disegno della famiglia, che permetta al bambino di proiettare all’esterno le proprie tendenze rimosse nell’inconscio, dandovi quindi libera espressione.

Manuale di Psicologia Investigativa

Manuale di Psicologia InvestigativaL. Fargnoli Amato (curatore)

Lo scopo principale di questo contributo è riflettere sull’ipotesi che le persone non possono essere identificate totalmente con il loro eventuale reato, anche se quest’ultimo assume un carattere pervasivo sul piano autobiografico di chi lo ha commesso. Negli ultimi trent’anni la psicologia ha dimostrato che non ci sono elementi esplicativi o previsionali che possano permettere inferenze dalla personalità di un individuo al suo comportamento: la correlazione tra i due costrutti è, infatti, solo di probabilità.1 In breve, si può affermare che non esiste un rapporto speculare tra tipologia di reato e personalità. Questa riflessione ha origine dalla convinzione che, in ambito psicologico, non è possibile accettare una prassi senza la consapevolezza che se ne accettano, con essa, anche i suoi fondamenti teorici.

Freud Opere Complete

Freud Opere completeCesare Musatti (curatore)

L’opera di Freud è proposta nell’unica edizione integrale e di riferimento, diretta da Cesare Musatti, padre fondatore della psicoanalisi italiana. Questa edizione digitale mantiene gli stessi elevati standard scientifici e redazionali dell’edizione cartacea, che ha costruito il lessico della psicoanalisi nella nostra lingua.